Acqua sacra

Il lago di Toblino dove vivono le Fatae romane

I pellegrini che, alla fine di luglio, ancor oggi salgono ai 2000 metri dei laghi di San Giuliano, tra la val Rendena e la splendida val di Genova, bagnandosi nelle fredde acque per poi recarsi a pregare nella vicina cappella medioevale di San Giuliano, per tutelarsi contro le morsicature delle vipere – qualcuno durante il tragitto raccoglie sassolini di granito con i quali si strofina il corpo, soprattutto le gambe e le mani – lo fanno perché ritengono che l’acqua radioattiva possegga una virtù naturale oppure attribuiscono all’intervento del Santo la capacità di sanare i mali? Nel primo caso ci troveremo di fronte ad una superstizione antica di secoli, quella di ritenere l’acqua un elemento portentoso, il che sarebbe in odore di idolatria. Nel secondo caso si rientrerebbe nei canoni consueti ed accettati della grazia concessa da un Santo. Sono le stesse domande che si sono posti, nel lontano 1443, il vescovo di Sain-Papoul, in Occitania, e l’inquisitore domenicano Ugo Nigri, della provincia di Tolosa, di fronte al via vai di pellegrini alla fonte di Planhes, una fonte ritenuta miracolosa, vicina ad una cappella dedicata ai santi Basilissa e Giuliano (non a caso il nostro Santo). Allora il vescovo proclamò: «la scusa ingannevole di questi campagnoli che dicono “noi preghiamo san Giuliano la cui cappella è qui“ non regge affatto: non di questo li rimproveriamo, ma di credere che le preghiere non valgono nulla se essi non bevono l’acqua e non fanno delle abluzioni e non rivolgono delle invocazioni a questa fontana pretesa sacra, il che significa offendere san Giuliano e la potenza divina».

Gli specchi acquatici sono occhi che guardano, mezzi di comunicazione tra chi ci abita e il mondo esterno. Osservano, carpiscono informazioni dal mondo fisico per poi agire di conseguenza. Ancor oggi in alcune zone dell’Italia meridionale le sorgenti vengono talvolta chiamate “occhi”. Un ovvio legame fra l’occhio e l’elemento acquatico è dato infine dalle lacrime. Che diventano infuocate nel caso delle leggende raccontate in val di Fundres, lacrime di strega, che vanno ad aumentare la già tumultuosa portata del rio omonimo: acque tumultuose si schiantano lì nella stretta gola che conduce al Passo di Dan, costretta a servire da cavalcatura al Diavolo.

Ancora prima che il fedele cristiano intingesse la mano nell’acquasantiera per ricevere la benedizione per una vita spirituale migliore – nella chiesa/ospizio di San Giovanni a Tubre l’acquasantiera è posta all’esterno per permettere ai viandanti un veloce quanto sbrigativo gesto beneaugurante – l’acqua, per l’uomo, è sempre stata vissuta come sorgente di vita e di rigenerazione. Per nove mesi siamo cullati dal liquido amniotico, dopo il trauma dell’aria che brucia i polmoni, è il battesimo che ci reintroduce nella vita dopo essere stati mondati dal peccato originale.

Nelle cosmologie delle antiche religioni l’acqua è il fondamento del mondo, l’essenza della vegetazione, l’elisir dell’immortalità. Amrta la chiamano gli indù, assicura lunga vita, è il principio di ogni guarigione. Le acque sono risanatrici, le acque espellono e guariscono tutte le malattie. Ci si immerge per completare il ricordo del ciclo della rinascita/morte/rinascita, equivalente al ruolo purificatore svolto dal Diluvio nelle mitologie universali. Si getta una moneta per assicurarsi un buon ritorno come una volta, nell’età del bronzo, si gettava una spada, o altri oggetti, per ingraziarsi gli dei acquatici. Come la spada a lingua da presa di tipo Castions di Strada, proveniente dal letto di un torrente non esattamente identificato nei pressi di Strigno, Valsugana.

Chiesa di San Felix a Marlengo; nella navata sgorga una fonte miracolosa

Per le regioni alpine l’acqua non è una rarità. Non c’è bisogno di Inanna, la dea della fertilità mesopotamica, la quale fece zampillare una sorgente d’acqua che trasformò la terra riarsa in un paese fertile. Laghi, torrenti, sorgenti s’incontrano continuamente. La loro presenza fa parte del paesaggio, anzi del panorama. Scorrono via, scivolano altrove. Non sentiamo quasi più neppure l’acqua nel suo presentarsi come elemento sonoro, come eco del suo rimbalzare tra le ripe sassose o gorgogliante tra prati e boschi. Eppure di fronte all’elemento liquido dovremmo sospendere la nostra corsa contro il tempo, utilizzando l’acqua come specchio. Non per perpetrare il mito di Narciso che vide il proprio alter ego riflesso sulla superficie della polla d’acqua e del conseguente perduto amore. Interpretiamo la superficie dalle sue qualità di lucentezza, levigatezza, dal suo essere scrigno della vita. Perché l’acqua simboleggia la totalità, fons et origo, la matrice di tutte le possibilità di esistenza. Riflette i nostri percorsi esistenziali, come onde che si propagano verso l’infinito, con forza centrifuga. Ha la capacità di condurre le esperienze oltre la dimensione dell’Io, della sua illusoria centralità.

Le Tre Fontane Trafoi
Monastero Svizzera, il battesimo di Cristo: l’acqua purifica muta e rinnova

Immortali, rilucenti occhi dell’anima

La sorgente. Si usa ancora questo termine per dire all’origine delle cose, quando le cose iniziarono. E lì, nei tempi remoti, presiedeva alla vita e alla morte la Signora degli Animali, quella che diventerà nel tempo, la grande Dea Madre, le cui forme sono state ricavate nei corni di cervo e nelle placche ossee, dipinte di ocra rossa, il colore del sangue e della vita, e denominate le “Veneri”. Famosa quella rinvenuta al Riparo Gaban di Piazzina di Martignano. Sue testimonianze sono emerse anche ai 2000 metri del Passo da Schlingia, in Alta Val Venosta, antica via di comunicazione tra l’area atesina e l’odierna Svizzera. Oppure sul Monte del Pascolo (Sarentini orientali): nel lago sottostante, il Lago Rodella, furono trovati un notevole ammasso di cocci e di pietre focaie, le quali legavano il fuoco alla terra e all’acqua.

I nostri antenati retici, celti e romani, avevano l’usanza di “lustrarsi” nell’acqua, avvicinarsi ad essa con riverenza e circospezione, donando regali, utilizzandola come mezzo per l’aldilà (libazioni funebri, umidità e leimon dell’inferno, morte iniziatica) o per l’aldisopra (purificazione rituale, ripetizione simbolica della nascita del mondo e dell’uomo nuovo, reintegrazione ab origine).

Val Rendena, lago di San Giuliano 

L’acqua è viva, è agitata. Non si devono gettare sassi pena lo scatenarsi di forze oscure, di temporali o bufere, preannunciate da sordi e cupi brontolii, come si racconta per il Lago di Pisorno nel Vanoi/Primiero, nellago di Übelseen, Val Passiria, e in quello di Kratzberger in Sarentino. L’incauto che non rispetta questa regola tacita antica quanto la pelle della terra, si trova a far i conti non soltanto con l’inclemenza del tempo meteorologico, bensì anche con streghe, draghi e serpenti volanti. E sotto le acque stanno interi villaggi pietrificati perché maledetti. In Valsugana, nel lago di Caldonazzo, si possono ancora vedere i bagliori dei resti di un antico villaggio la cui popolazione fu punita duramente perché rifiutò la carità mendicata da Cristo. È il lago della Dea Diana, il cui tempio sorgeva sulle sue rive, in località Calceranica, ara votiva e cippo romani presso l’antichissima Chiesa di Sant’Ermete, un Ermes-Mercurio cristianizzato che non ha perso però gli attributi di protettore delle greggi.

Tarces val Venosta chiesa di San Medardo, una sorgente sgorga proprio sotto l’altare 

Anche chi inquina, chi guasta la purezza candida dell’elemento liquido va incontro a disgrazia sicura. “Quando si inquina l’acqua, la dea dell’acqua piange”, recita un proverbio retico dei Grigioni. La dea triste è la “sontgra-Margriata”, la santa Margareta dei romanci, originariamente parente stretta della ladina Dea Madrina o Merisana, connessa ai pozzi oltre che alle sorgenti. D’altronde il pozzo è equiparato alla sorgente, così come la coppella, piccola buca/incavo rotonda, scalpellata nella roccia, di origine preistorica, solitamente situata in luoghi elevati ed isolati, è accomunata all’acqua. Con il tempo, alcune di queste, sono diventate presenze tangibili del demonio. A Gaido, sotto le propaggini rocciose del Macaion, le buche nella roccia sono diventate l’orma del corpo del maligno. A Valcava, Val di Cembra, l’incavo della roccia mantiene la sua sacralità, diventando il Croz di San Paolo. La leggenda popolare racconta che appoggiò la punta del suo bastone alla rupe, facendo sgorgare un fiotto di acqua fresca. Bagnarsi in questa preservava dal morso delle vipere. Come avviene nel lago di San Giuliano.

Per queste sorgenti la gente si metteva in viaggio, pellegrinava da luogo in luogo. Alle Tre Fontane, presso Trafoi, sullo Stelvio, santuario pagano delle fonti al cospetto dei ghiacciai perenni dell’Ortles, arrivavano perfino dall’Anaunia, scavalcando la val d’Ultimo, dove era obbligo fermarsi alle sorgenti sacre di San Maurizio e a quelle venostane di San Medardo a Tarces. In quest’ultima località, nella splendida chiesa romanica, l’altare è stato innalzato sopra la sorgente e fino al 1909, data in cui il tempio fu profanato, la fonte sgorgava direttamente nella chiesa ed era meta di fedeli da tutta la val d’Adige. Antichi riti, antichi miti, mai dimenticati dalla fede delle genti di montagna.

San Medardo a Tarces, con l’antico ospizio medioevale
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com