Agitu: un sogno spezzato

L’aggettivo che mi riempie la mente quando penso ad Agitu è solare. Lei era una donna che irradiava luce.

Oggi nel raccontarla vorrei che quel sorriso rimanesse lungo la trama di queste parole. Perchè quel sorriso mi serve come scudo protettivo per ridurre il raccapriccio d’una morte disumana che non solo le ha tolto la vita ma l’ha oltraggiata nell’intimità.

Chi non l’ha conosciuta credo sia rimasto stupito dalle innumerevoli parole di commozione con cui è stata salutata. Ma non io. Ho sempre saputo che Agitu possedeva quella capacità innata d’essere un “magnete sociale”. 

Una persona verso la quale ti sentivi attratta, vuoi per la sua socievolezza, vuoi per la bellezza, vuoi per la disponibilità al dialogo… fatto sta che risultava naturale parlarle per poi  rimanere conquistati  dalla sua storia. 

Aveva una  totale padronanza della lingua italiana (dovuta al suo arrivo da diciottenne nel nostro Paese per studiare sociologia). Aveva una struggente nostalgia per la terra madre: l’Etiopia, nonostante il mandato di arresto emanato per aver difeso la sua gente, denunciando le multinazionali che acquistavano terreni agricoli a danno delle popolazioni locali e con la compiacenza (spesso frutto di corruzione) delle autorità governative. Aveva carisma.

Quando la conobbi era titolare di un caseificio in val di Gresta. Lo aveva chiamato “La capra felice” e già il nome lasciava intuire la capacità manageriale di questa donna. Un animale felice ti fa pensare a una natura rispettata, quasi bucolica, la natura che tutti inseguiamo.

Mi raccontò che le conoscenze nell’allevamento delle capre le aveva apprese dai nonni etiopi e con lo spirito imprenditoriale che la caratterizzava aveva scovato un terreno di proprietà comunale che poteva essere dato in uso ai privati per il pascolo, così da sottrarlo all’abbandono. Al tempo aveva 15 capre.

Il resto lo sappiamo: il trasferimento in valle dei Mocheni, il negozietto a Trento, la bandiera verde di Legambiente per l’allevamento delle capre Mochene (destinate all’estinzione) su terreni demaniali abbandonati…

Una vita di conquiste la sua. Qualcuno sottovoce disse: “Ma guarda che furba…  capre destinate all’estinzione.. terreni abbandonati… la solita fiaba del biologico…” 

Una furbata? No. Il fiuto di una imprenditrice indomita. Agitu era un treno sempre in corsa. A quella velocità  tutto viene via scrollandosi, anche gli insulti razzisti. 

Quando ho saputo della sua morte ho scritto che non ne potevo più della retorica, degli eccessi e le iperboli. Ho detto che lei era perfettamente consapevole della sua forza. E che è questo che noi donne vogliamo. Meno retorica e più rispetto.  

Oggi lo chiarisco meglio.

Agitu per me poteva chiamarsi Maria o Waltraud, tanto per citare nomi trentini e altoatesini. Lei non era né un eroe né una vittima. Era una donna capace. Un’imprenditrice intelligente e di valore.

Parliamo di integrazione ma – anche in buona fede e inconsapevolmente – conserviamo il pensiero che lo straniero debba “guadagnarsi” il diritto di vivere da noi con azioni meritevoli. Si confonde l’integrazione con l’assimilazione ai nostri valori, usanze, identità.  Agitu ha lottato contro le gabbie mentali e non è stato facile. Gli handicap erano tanti: era una migrante, era di colore, era una donna, era sola.

Ho un caro amico che mi tiene compagnia nelle mie solitarie letture ed è Alex Langer: il rivoluzionario mite.

Il suo invito, che poi è il mio, era (ed è) di provare a riparare il mondo.

Ecco, se volete riparare ai torti che Agitu ha ricevuto in vita, se volete “riparare il mondo”, ricordatela per come era: una donna forte, amica, solare, capace… 

Una donna che ha cercato di creare ponti nel mondo. 

Sapete quale è stato il suo messaggio di Natale sui social poco prima della sua morte? 

Agitu al lavoro (Foto M. Simonini)
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Pubblicato da Patrizia Belli

Giornalista, scrittrice. La prima volta che scrissi un pensiero davvero e interamente mio accadde sui banchi del liceo. Prima di allora, i temi di italiano - confesso - erano scopiazzature, ma quella volta no. Ricordo l'ansia e l'intensità con cui attesi il giudizio e quando arrivò, si rivelò una profezia: “Buono, sebbene il gergo sia troppo giornalistico”. Fu in quel momento che capì che la scrittura sarebbe stata compagna di vita. Una passione prepotente, fedele, traditrice, mai domata. Un baricentro che morde il cuore e scava, scava rincorrendo l'inesprimibile. Poi, può succedere che una parola perduta e riacciuffata illumini il pensiero e allora è pura felicità. È lì, è nella scrittura, in lei che sa tutto di me, che mi trovate.