Amabili bestie, pregate per noi!

Parigi vista dalla cattedrale di Notre-Dame.
Un ricco bestiario di pietra decora, difende, ammonisce dalle pareti delle chiese medioevali. Le creature zoomorfe, antropomorfe e ibride provengono dal passato, da un’età arcaica, arricchite dalla mitologia greco-romana, dalla Bibbia, dal vicino e dall’estremo oriente. Il Medioevo non inventa forme ex novo, ma riprende, enfatizza, contamina, fraintende persino le immagini della tradizione, continuamente riscritta e interpretata da generazioni successive di miniatori, dottori e chierici.

Una testina di pietra bianca appena sbozzata. Sembra quasi che sorrida, tonda come il sole che la riscalda ogni mattina, con i raggi che portano speranza e il ricordo del Paradiso Perduto. La testina è scolpita sulla stampella della bifora dell’esile campanile romanico della chiesa gotica dei SS. Filippo e Giacomo a Sardagna, a pochi chilometri da Trento (foto sotto). Ormai quasi nessuno sa dell’esistenza di questa immagine eppure un tempo i fedeli alzavano gli occhi in quella direzione perché consideravano questa testina un simbolo di augurio e di vita feconda. Per questo è rivolta ad oriente e non si trova sulle stampelle delle altre bifore.

Nel medioevo i costruttori e i lapicidi di chiese romaniche e gotiche, anche le più isolate, si sbizzarrivano a popolare gli edifici religiosi di teste, testine, crani, teschi, maschere e mascheroni di uomini e animali, di diavoli, esseri fantastici e demoni. Tutte svolgevano comunque la funzione apotropaica di tener lontano il male, scacciare la sfortuna e impedire al demonio di impossessarsi della chiesa, oppure di attirare la fortuna, la speranza sui fedeli che si aggiravano nello spazio sacro della chiesa. E proprio per tener lontani i fantasmi maligni fu scolpita una teoria di testine umane alternate a quelle animali (soprattutto tori, simbolo di fertilità, forza, potenza) sul cornicione meridionale del Duomo di Trento. Perché i demoni meridiani fanno altrettanta paura di quelli che nascono ad occidente e accompagnano – o trascinano – i viventi nell’oltretomba. Una forte difesa simbolica la cui origine si perde nelle facce etrusche spaventose, sbeffeggianti e linguacciute collocate come antefisse in terracotta sui bordi dei tetti, diventate con il tempo meduse, gorgoni, sileni con evidenti caratteri demoniaci e apotropaici. Gli stessi popoli galli, esenti da architetture sacrali in pietra, hanno contribuito all’eredità medioevale “abbellendo” le loro capanne con teschi di animali, di nemici, mascheroni totemici scolpiti nel legno tra realtà e mito. Strabone riferisce che inchiodavano all’architrave delle proprie case le teste mozzate dei nemici uccisi in combattimento.

Duomo di Bolzano.
I Gargoyles sono i mostri che dovrebbero esorcizzare, e quindi proteggere le cattedrali gotiche. Ma non sono solo raffigurazioni grottesche atte a stimolare l’immaginazione: il loro compito consiste nel mandare un messaggio, un avvertimento.

Se i costruttori romanici si accontentavano di arricchire l’esterno delle chiese e delle cappelle alpestri di un bestiario umano terrificante, irriverente, talvolta invece solare, i lapicidi gotici disseminavano questa presenza ovunque, partendo dalle mensole che sorreggono i costoloni, fino ai soffitti, ai pulpiti, alle entrate delle porte: un vero e proprio mondo di teste senza corpo. Basta entrate nella piccola chiesa di S. Andrea ad Antlas, vicino a Longostagno, per sentirsi accerchiati da queste presenze mefistofeliche. Le troviamo a pochi metri dall’altare, nell’abside, nella parte più sacra e misteriosa della chiesa. Sono forse lì per tener lontani gli spiriti che aleggiano su questo terreno, antico luogo di culto retico? Oppure per accogliere – visto che siamo sul Renon – i ricorrenti sabba delle streghe, come ben sanno le donne di Castelrotto? Uno ha la lingua completamente fuori come se fosse la dea Kali, colei che è il tempo, oppure Ganesha, l’elefante apportatore di fortuna: ti sbeffeggia a pochi metri dall’altare. Un’altra testa sembra tenere in bocca una mela, un’altra ancora spunta da una colonna. Sul soffitto un lacerto di marmo presenta due facce opposte, una sbigottita e sorpresa, l’altra silenziosa e truce. Ci vengono in mente i doccioni del duomo di Bolzano fatti di draghi, serpenti e volti satanici, o quello aereo della cappella della Madonna al Santuario di Maria Trens.

Ben più terribile è la bocca che s’ingoia una colonna nella chiesa di Terlano o l’inquietante uomo-albero con gli occhioni sgranati che ci accoglie sullo stipite della parrocchiale di Burgusio frenando – basta lo sguardo – ogni malintenzionato. Bisogna arrampicarsi fino a Tagusa (Castelrotto) per vedere, sul campanile della chiesa di S. Maddalena, una testina assai stramba: il mento schiacciato, il naso affilato e un berretto frigio con pon pon finale. Che sia il ricordo del culto del dio Mitra che si teneva nel paese sottostante di Ponte Gardena, l’antica “statio” di Sublavio? Anche l’abside di S. Floriano a Laghetti affida ad una testina, alternata ad aquile e animali simbolici, la difesa dello spazio sacro. Guardano tutti ad Oriente.

Duomo di Trento, grifoni

Una vera zoologia ornamentale

Giovanni Francesco Gemelli Careri, transitando per Bressanone nell’autunno del 1686, annota: sulla porta del palagio Vescovile vidi 29 teschi di lupi.Perché non solo di facce e teste si coprono le chiese. Il male è potente e forte, quasi invincibile per la mentalità medioevale. Ed ecco allora un esercito di animali fiorire sui doccioni, agli angoli delle absidi, sui frontoni. Lupi, draghi, grifoni, orsi, cani, cavalli mortuari, leoni. Sembra quasi che gli animali totemici dei clan galli, celti e germanici siano tornati ad occupare lo spazio che gli spetta: quello di emblemi di forza, aggressività, potenza e autorità. Ultimo exploit prima di finire, depotenziati, come simboli araldici su tombe, stemmi e bandiere, o essere sostituiti dal più tranquillo e ammiccante gallo canterino segnavento, che ci ricorda il tradimento di Pietro e il sorgere del sole (quindi di una speranza rinnovata quotidianamente). È il mondo di là che arriva di qua e lo spettatore entra in una dimensione in cui il ringhio del cane o il ruggito del leone tiene i krampus, gli orchi e l’homo selvadego relegati fuori dalla cinta sacra della chiesa e del cimitero. Loro sono posti a difesa dello spazio sacro, quello in pietra dell’architettura ma anche quello della nostra anima. Se l’interno della chiesa di S. Biagio a Trodena ci accoglie con la “sonorità” delle sculture degli angeli musicanti è perché possono suonare l’immaginaria musica grazie alla protezione affidata, all’esterno, a due robusti e irrequieti orsi, che tengono lontani gli spiriti che scendono dalle miniere della val di Fiemme e i demoni che popolano le foreste del Monte Corno

Castel Tirolo, portale della cappella

Il grifone di Lagundo, chiesa di S. Ippolito, è posto nel timpano, assieme ad un unicorno: si deve essere puri per superare la soglia altrimenti ci pensa lui, guardiano demoniaco rivalutato qui in simbolo del Cristo. Lo stesso grifone, un po’ più artistico e plastico, lo troviamo sull’abside del duomo di Trento, in compagnia di basilischi, serpenti che si mordono la coda, leoni e telamoni. Mentre non possiamo dire quale sia l’animale che sporge dal campanile della chiesa di S. Caterina a Roverè della Luna: metà orso e metà lupo, ma quelle enormi orecchie non sappiamo proprio a chi attribuirle. Così come fantasiosi sono gli animali che difendono il portale della cappella romanica di Castel Tirolo.

È questa zoologia umana e animale ornamentale a dirigere il movimento difensivo delle immagini contro il male, a ritmare la varietà della loro presenza per difendere le figure e le pitture interne della chiesa, che raccontano gli episodi dell’Antico e Nuovo Testamento. Una geografia dell’immaginario poco noto, eppure erano queste teste a far sì che il fedele si sentisse al sicuro entro queste mura. In questo grottesco mondo venuto dall’oriente e contaminato dai miti e dai riti nordici, con una sbirciatina al Physiologus, i fedeli vedevano un mondo alla rovescia, un “umanesimo” diverso, dove erano la maschera e l’animale dalle indefinite forme a difendere l’uomo da ciò che temeva e che né cavalieri né preti riuscivano, se non proprio a uccidere, almeno a tener lontano. Tutto questo bestiario, con il rinascimento, non scompare: semplicemente si privatizza. Scende dalle pareti e dai campanili delle chiese e, complice l’intaglio ligneo, diventa soffitto di stube, pannello decorativo di saloni e camere di castelli (Castel Velturno), cassettone come nella camera del municipio di Vipiteno.

Duomo di Bolzano, doccione
La mansione: sorvegliare lo spazio sacro
Le nostre chiese offrono un bestiario medioevale trasformato in geometria ornamentale che presiede e dirige il movimento delle immagini e ritma la varietà del gioco, proiettando e moltiplicando un importante schema difensivo. È a questo strano popolo formato da uomini, bestie e uomini-bestie che è stato delegato il compito di sorvegliare lo spazio sacro. In un tempo in cui non c’era differenza tra alto e basso, fuori e dentro, colto e incolto. Tutto faceva parte di un tutto. Per quanto isolate, le chiese della nostra regione offrono una ricchezza scultorea poco nota. Eppure sta in questa presenza muta la forza delle immagini che si fanno storia. Ammirare questi visi e musi arruffati, la cui collocazione ci costringe a torcere il collo, ci avvicina all’uomo medioevale, all’uomo di montagna, combattuto tra il fascino dell’ignoto demoniaco e l’allontanamento dello stesso attraverso l’immagine apotropaica. Non ce ne accorgiamo ma gli scaccia-maligno esercitano la loro funzione ancor oggi. 
Quarazze, chiesa di S. Pietro, Trento
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com