Anche il nostro cane ha bisogno di “stress” 

È un termine tanto diffuso, quanto inflazionato, e per lo più riferito a condizioni di evidente disagio psicofisico. In verità, lo “stress” assume una connotazione “neutrale”, trattandosi del riferimento a una qualsiasi reazione agli stimoli presenti nell’ambiente. Lo “stress” è sinonimo di risposta vitale. E anche il nostro amico si trova quotidianamente dinanzi a ogni possibile sollecitazione, reagendo secondo le espressioni istintuali che madre natura gli ha donato e cercando, per quanto possibile, di trarre il massimo beneficio con il minimo sforzo. Nella psicologia moderna, lo “stress” viene correttamente suddiviso in “stress positivo” (o “eustress”) e “stress negativo” (o “distress”). La differenza si ritrova nella reazione che andiamo ad osservare; se considerata congrua, prevarrà l’eustress, mentre a fronte di manifestazioni spropositate, emergerà il distress. La discriminazione sta, quindi, nella tipologia della risposta, posto che ogni comportamento adattivo all’ambiente è figlio legittimo dello “stress positivo”, mentre la mancanza di stabilità diviene portatrice di “stress negativo”.

Così, accettare l’invito al gioco di un altro cane, eseguire un comando pronunciato dal proprietario, ovvero correre libero all’interno di un bosco, vogliono dire “stress” funzionale, mentre abbaiare allo stesso cane, evitare il contatto con la nostra specie, o inibirsi nel trovarsi in un nuovo ambiente, si intendono come disfunzionali e, in quanto tali, non fisiologici. In alcuni casi, poi, un inizio di “eustress” può divenire nel tempo “distress”, mentre uno stato di disagio conclamato potrebbe trasformarsi in qualcosa di persino piacevole. Alla prima ipotesi appartengono le risposte congrue che, a causa di un protrarsi dell’esposizione a un certo stimolo, diventano progressivamente sproporzionate e mal gestite. Nella seconda condizione, invece, si computano i disagi inziali che, con il passare del tempo, spariscono completamente. Ciò che ogni proprietario dovrebbe fare consiste nel saper “leggere” le prime avvisaglie di difficoltà, impedendo che il proprio amico entri in uno stato psicofisico difficile da rimuovere. Un buon modo si basa sull’interrompere l’interazione con qualsiasi evento potenzialmente nocivo, proponendo attività alternative. Così facendo, chi abbiamo a fianco non sconfinerà in un eccesso di produzione di “cortisolo”, l’ormone campanello dello stress negativo. 

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Pubblicato da Stefano Margheri

Mi hanno detto, e penso di ricordarlo, che da piccolo mi perdevo nella fattoria in miniatura, fatta di animali di diverse specie che sostituivano i tipici soldatini dell’epoca. Probabilmente, in qualche parte della memoria, questa passione si è trasformata in qualcosa di reale e a distanza di molti anni mi ritrovo ad ammirare, con lo stupore di un bambino, ogni espressione del comportamento animale. In particolare, i cani sono diventati la mia vita, oggi persino una professione, prima affiancata alla laurea in giurisprudenza e poi fatta prevalere su quest’ultima. Le qualifiche e i titoli acquisiti nei decenni mi hanno insegnato l’importanza di non smettere di imparare, coniugando la pratica dell’addestramento con il piacere curioso della conoscenza teorica. Scrivendo e descrivendo i cani, cerco di trasmettere quello che giornalmente loro stessi mi insegnano.