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Andy Warhol e la società dello spettacolo

Il 3 giugno 1968 Valerie Solanas, femminista radicale, redattrice nel 1967 di “Scum”, manifesto politico femminista, spara ad Andy Warhol e al suo compagno Mario Amaya. Per chi in Europa si occupa di arte, questo fatto è disorientante. Una femminista, artista, spara ad un artista tra i più “libertini/libertari” del panorama newyorchese, per giunta gay (o almeno bisessuale)? I nostri parametri di giudizio ideologici vacillano. Forse la spiegazione di tutto bisogna cercarla in un atto che concorre a dare il via a quella che il situazionista Guy Debord chiama, nel suo famoso libello, “la società dello spettacolo”.

Andy Warhol, di questa società, fu l’apice e il fautore, il creativo e il provocatore, l’onnivoro sperimentatore. Rompendo ogni rigida etichetta e paratia tra le varie arti, il Nostro mescola, coniuga e indaga l’arte figurativa, l’assemblaggio, la poesia, la musica, il cinema, perfino progetta e materializza scarpe, fondando quel vulcanico laboratorio che fu la “Factory” (1962-1968), vera fucina alchemica di artisti, musicisti, fotografi e modelli come Ronny Cutrone, Billy Name, i Velvet Underground, Lou Reed, Nico, Bob Dylan, Truman Capote, Mick Jagger, Salvador Dalì, Allen Ginsberg, Joe Dallesandro, ecc. Per noi europei, avvinghiati a retaggi ideologici e politici, non era facile capire un’arte che allungava i propri tentacoli nella società dei consumi, trasformando la merce contenuta in un supermercato in icone/opere.

D’altronde lo stesso Warhol dichiarava che la vera forza democratica si trovava in un bicchiere di Coca Cola, una bevanda bevuta sia da Richard Nixon, Jimmy Carter o Liz Taylor, come dall’ultimo scaricatore di porto newyorchese. Così come la minestra di pomodoro Campbell in lattina e la riproduzione seriale di icone del cinema (Marilyn Monroe), dello spettacolo, della politica (Mao Tse Tung), diventavano, per la loro riproducibilità, opere “democratiche”. In poche parole il consumismo era ciò che accomunava tutti, che univa l’alto con il basso. E la migliore vetrina per cantare tutto questo erano gli oggetti pluricromatici depositati sugli scompartimenti dei supermercati.

Andy Warhol è quello che ha portato alle estreme conseguenze il concetto surrealista di “decontestualizzazione”, ovvero il prendere un oggetto, estrapolarlo dal suo contesto e farlo vivere di vita propria. Ma, recitavano i critici europei, facendo così si toglie ogni parametro di giudizio, ogni capacità critica. Questo peso ideologico noi del vecchio continente ce lo portiamo dietro ancor oggi. Basti ricordare gli strali di Duccio Trombadori o di Renato Guttuso o degli intellettuali di sinistra contro l’imperversare consumista della pop(ular) art. L’icona, anche una banana e una colt Stmith&Wesson, ha un fascino tutto suo, una magia cromatica ammaliante come una sirena che incanta il viaggiatore Ulisse. Perfino proiettando un rifiuto (ricordate il film Trash?), materiale e umano, sul grande schermo, questo soggiace alla malia incantatrice della Musa dello spettacolo.

Come ha scritto qualcuno, la filosofia della pop art fondata da Andy Warhol si racchiude in una semplice frase: “Che inizi lo spettacolo”.

E nello spettacolo ci sono dentro la vita e la morte, la droga e l’alcool, il viaggio religioso – ogni giorno Warhol si recava a messa – e la blasfemia, il sangue del vampiro e il bidone della spazzatura rovesciato, le vene bucate e il vomito, l’assolo di chitarra e la batteria che scandisce un tempo psichedelico, fantascientifico e lunare. La Factory era tutto questo, Andy Warhol ne era l’ideatore e il motore. La Factory era uno studio al quinto piano di un palazzo newyorkese, al 231 East 47th Street, tra il 1962 e il 1968 fu il cuore pulsante di una vera e propria rivoluzione artistica, guidata da un genio. Nel 1968 Andy spostò la Factory al sesto piano del Decker Building (33 Union Square West). La Factory originale era diventata un marchio di fabbrica. La Factory è un forno alchemico dove tutto viene trasformato, sognato, frustrato, alterato, ricercato. E forse non è un caso che le pareti erano addobbate con stagnola argentata, la stessa che rivestiva le dosi di droga.

Questo voluto disorientamento provocato da Warhol forse nasce da lontano, dalle sue origini boeme, dal senso di sradicamento, dalla cultura fantastica e sognatrice degli zaddik e degli chassidim ebrei.

Morire semplicemente il 22 febbraio 1987 per un’operazione di cistifellea fa parte del grande gioco popolare e guignolesco dove la morte si fa strada tra sanguinacci, vinacci e religiose e popolaresche apparizioni.

Oggi, gli spettacoli inscenati da artisti, scrittori, politici, virologhi, partecipanti di reality show e di allucinanti e drogate trasmissioni televisive, sono soltanto la pallida, slavata ed esangue riedizione della storia con la S maiuscola.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com

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