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Animale rock ‘n’ roll

Non è punk, ma ha l’energia e la rabbia del punk. Non è metal, ma ha i virtuosismi di quel genere, soprattutto gli assoli di chitarra, opera di due grandi, Steve Hunter e Dick Wagner. Non è nemmeno teatro, anche se il cantante in copertina, pesantemente truccato, i capelli cortissimi, con bracciali e collare borchiati che scintillano (in effetti, un punk con qualche anno di anticipo), ha qualcosa di teatrale. È “Rock ‘n’ Roll Animal”di Lou Reed, uno dei più bei live della storia del rock. Il disco venne inciso il 21 dicembre del 1973 all’Academy of Music di New York, la metropoli selvaggia e decadente di cui Lou è stato il cantore, la stessa raccontata ad esempio da Taxi Driver di Scorsese o da Ultima fermata a Brooklin di Hubert Selby jr. (e oggi così cambiata). Un disco dal vivo che doveva segnare, per la casa discografica, il rilancio dell’artista, dopo il fallimento commerciale di Berlin, la sua precedente incisione, un concept album definito “il più triste della storia del rock” (Lou, che alla Syracuse University aveva studiato con un grande scrittore, Delmore Schwartz, lo considerò sempre un disco letterario, oltre che uno dei suoi vertici espressivi). 

Sia come sia, per l’occasione, venne messa assieme una nuova band, capace di reinterpretare al meglio i brani scritti da Lou Reed con i Velvet Underground, il gruppo seminale che aveva mosso i suoi primi passi nella Factory di Andy Warhol alla metà degli anni Sessanta, sciogliendosi dopo quattro dischi. Il risultato fu superiore alle aspettative. Nonostante l’artista fosse alle prese con i suoi demoni, quei solchi catturarono uno show elettrico, sfolgorante. Nel disco originale, le canzoni sono cinque (diventarono successivamente sette con le edizioni remasterizzate). 

Sweet Jane, preceduta da un’intro pirotecnica, acquista in questa versione un granitico riff hard rock. Heroin, il lucido monologo di un tossicodipendente, perde la viola di John Cale ma accentua il suo andamento fatto di accelerazioni e frenate. White Light, White Heat è durissima, Lady Day (unico brano non-Velvet, tratto appunto da Berlin) è disperata come la sua protagonista. E infine c’è Rock ‘n’ Roll, l’inno di Lou alla musica che gli ha salvato la vita: “Nonostante ogni amputazione, potevi ballare con quella stazione di rock ‘n’ roll. E tutto andava bene, andava benissimo”.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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