Bellezza oscura e disturbante

Disturbante. Dovendo condensare il cinema dei fratelli D’Innocenzo in una sola parola, sarebbe questa la più adatta alla sintesi. In un processo sempre più estremo, infatti, “America Latina” ripercorre i punti chiave dei loro due film precedenti, e in particolare di “Favolacce”, presentato a Berlino nel 2020, estremizzandoli: torna la periferia laziale, tanto cara ai gemelli Fabio e Damiano, e torna soprattutto l’indagine di ciò che, in essa, sta al di là della superficie patinata.

Sotto il tappeto, la polvere è tanta. Dietro quel che appare, dietro vite normali in abbacinanti contesti di piscine, sole, tenerezza e sorrisi, si cela il non-detto, il non-dicibile, l’oscuro. Retto da un magistrale Elio Germano, il lungometraggio presentato alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia, racconta allora la storia di un uomo alle prese con conscio ed inconscio, con realtà ed irrealtà, con ricordi e amnesie. E sotto – letteralmente – la splendida villa soleggiata, nella cantina, si svelano i disturbanti dettagli: cosa esiste davvero? Cosa è accaduto e chi ne è l’artefice? Il risultato è un perfetto thriller psicologico, impreziosito (come già accadeva in “Favolacce”) dalla recitazione di bambini che, nel cinema dei D’Innocenzo, bambini non possono esserlo mai, perdendo ogni velleità innocente, pura, giocosa, per farsi in primis, sempre, testimoni e portavoce di quanto c’è di disturbante e oscuro nel mondo. Ribaltando la tradizionale lettura psicoanalitica dello scenario domestico, però, i D’Innocenzo vanno più in là: se di norma, da “Jane Eyre” di Charlotte Brönte a “Psycho” di Alfred Hitchcock, i piani di una casa sono sempre stati letti come i livelli di conscio e inconscio umano, dove il piano zero è sempre l’Io, siamo davvero certi, qui, che la parte illuminata, mostrata al pubblico, pura, possa dirsi anche quella cosciente?

Tra i migliori cineasti della loro generazione, i cosiddetti “millennials”, Fabio e Damiano, dimostrano, certo, accanto a colleghi quali Jonas Carpignano o Aliche Rohrwacher, come il cinema italiano abbia ancora la voglia e la capacità di essere più di bisbigliati triangoli amorosi o cine-panettoni: con un uso abile della macchina da presa, che traspone sempre visivamente la distorsione del reale in immagini, e con un bagaglio culturale profondo – basti, una su tutte, la citazione a “Nosferatu” di Murnau – i nuovi registi, i giovani della settima arte, si fanno notare. Odiati da molti, talvolta sfrontati, i D’Innocenzo si candidano insomma a diventare rappresentati di quel buon cinema che ancora, per fortuna, esiste in Italia: delle ultime settimane la notizia che la quarta opera firmata dai gemelli sarà americana, grazie alla recente firma con la prestigiosa agenzia William Morris Endeavor, che affiancherà loro lo storico agente di, tra gli altri, Tarantino e Tim Burton.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.