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Chi ha rubato la notte?

Chi ha rubato la notte? Chi ci ha tolto questo momento di dolce intimità e di contemplazione, quando gli animi si rasserenano e la mente vaga in cerca di un senso? Certo la notte esiste ancora, ma quasi ovunque ha perso la sua essenza primordiale.
Siamo tutti in grado, cioè, di capire cosa voglia dire la parola “notte”, anche se forse non ne abbiamo mai fatto esperienza.
Chi vive nel mondo occidentale, soprattutto nelle grandi città, è raro si sia immerso in una notte autentica dove le stelle hanno la forza di bucare la coperta nera del cielo. La verità è che siamo oramai sommersi da un inquinamento luminoso che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Chi ha rubato la notte, allora? La domanda ne ricalca una più celebre, quella del profeta Isaia: “A che punto è la notte?” Il profeta ritrae, in una notte silenziosa e tiepida, una vedetta; un guardiano che sembra stia vegliando sulle mura di una città. Non si sa da quanto tempo è lì. Forse da secoli o forse da pochissimo. Aspetta che una voce umana, rabbiosa o animata dalla fede, sussurri la domanda: “Sentinella, a che punto è la notte?”. La voce di quest’ultima pare spandersi come un’eco infinita, quasi fosse la voce stessa di Dio: “Alla notte segue sempre il mattino, ma io veglio sempre, perciò insistete, ridomandate, tornate ancora, ogni volta che lo vorrete, non vi stancate…”.

Mappa ITALIA da Atlante Mondiale dell Inquinamento Luminoso di Fabio Falchi. La scala cromatica va dal bianco del massimo inquinamento al nero di quello nullo (come si può vedere, presente solo sui mari). I livelli intermedi sono l’arancione e il giallo che impediscono la vista della Via Lattea e il verde e il blu, situazioni che impediscono la ricerca astronomica visiva e strumentale.


Che non siamo più capaci di dire con esattezza a che punto sia la notte è una delle risposte che ci vengono sfogliando il libro di Irene Borgna, intitolato “Cieli neri”, appena uscito per la collana “Passi” di Ponte alle Grazie e Club alpino italiano).
Un viaggio in camper dell’autrice, con il suo compagno, alla ricerca dei sempre più rari e minacciati “cieli neri”, di quei luoghi in Europa dove si vedono ancora le stelle perché le luci sono spente.
«La rotta è stata tracciata seguendo le mappe dell’inquinamento luminoso invece che l’atlante stradale – scrive Irene Borgna nell’introduzione. Alpeggi enormi, piccoli laghi smarriti nella grande pianura e laghi che conservano la memoria salmastra del mare, dove qualcuno ha deliberatamente deciso di impegnarsi per salvare la notte limitando la luce, intrappolandola al di sotto dell’orizzonte. Il primo capitolo descrive dove e come è nato il viaggio, gli ultimi due aiutano a riabituare gli occhi alle stelle di casa. Tutti insieme raccontano di un’avventura che è vera solo di notte, di un’apologia del buio nutrita delle parole lette e raccolte in cammino e dopo il ritorno».

Ma tutto questo proliferare di luce artificiale siamo sicuri che scaturisca da una vera necessità di vedere dove mettiamo i piedi o piuttosto da un’ancestrale paura del buio, questo buio da sempre demonizzato, l’habitat del misterioso uomo nero con il quale si minacciano i bambini in vena di capricci? Il buio della notte in cui i nostri scimmieschi progenitori temevano agguati da parte di indescrivibili bestie sanguinarie. La notte che sorprese i primi ominidi, quando ancora non davano per scontato che tutto quel baluginare di fiammelle lassù avrebbe avuto un termine e un nuovo giorno sarebbe giunto, presto o tardi, a rischiarare il Creato.

A osservare con attenzione la mappa dell’inquinamento luminoso della nostra Penisola salta subito all’occhio l’assenza di zone di colore nero, ovvero quelle con inquinamento pari a zero. Perfino le nostre montagne non ne sono esenti, come lo sono invece i mari (solo al largo però, alla dovuta distanza dalle luminescenze della costa). Oggi anche le strade più periferiche dei paesi più piccoli sono dotate di illuminazione pubblica. È pressoché impossibile oramai fare una passeggiata sotto la luce della luna. Quante volte abbiamo assistito a proteste e contumelie da parte di residenti che hanno esigito dal Comune di residenza un impianto di illuminazione, anche per le strade consortili, le meno battute di giorno, figuriamoci di notte.
Perché, mi si domanda allora, – sentiamo un po’ – per quale ragione si dovrebbe rinunciare alla luce artificiale, passatista e romantico che non sei altro: per guardare le stelle? Esatto. Sembra strano sentirselo dire nell’era di schermolandia, ma c’è lassù qualcosa che da tempo immemore ci parla di noi e del nostro destino; segnali imperscrutabili che tutti i filosofi dell’antichità hanno provato a decifrare, ma di cui noi uomini moderni abbiamo sentenziato di poterne fare tranquillamente a meno, così come per la poesia. Il disincanto, ecco il colpevole. Questo ritenerci immuni da ogni emozione. È stata questa presunzione così umana, così troppo umana, lei sola è stata a rubarci la notte per sempre. 

Alpe di Rittana, la Via Lattea estiva con Giove e Saturno; in basso si può notare come l’inquinamento luminoso sia visibile fino a 35° sopra l’orizzonte. Foto: Federico Pellegrino (scatto 20 sec.)
Castelmagno Val Grana, la via Lattea Invernale, si intravede a sinistra della cintura di Orione e della sua nebulosa, con le Pleiadi in alto nella costellazione del Toro. Si può intravedere in rosso (HAlpha) l’anello di Barnard che cinge la cintura sulla sinistra, ad est, in basso e verso sud l’inquinamento luminoso che risale dalla pianura e dalla costa Azzurra. Foto: Federico Pellegrino (scatto da 20 sec.)
Rifugio Fauniera, La Via Lattea con l’obbietivo grandangolare rivolto verso sud est, in sfondo la cupola di luce dell’inquinamento luminoso prodotto dalla pianura e dalla città di Cuneo. Foto: Federico Pellegrino (singolo scatto da 20 sec.)
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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).

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