Chi non cerca non trova

Da sempre l’Umanità è andata in cerca di risposte in ogni campo ed in ogni dove, ha voluto capire e sapere. La ricerca, il cercare in ogni ambito esplorabile in terra, in cielo, ovunque la capacità investigativa ed inventiva permetta di arrivare, abbraccia ogni aspetto della vita. Sembra che il desiderio di comprendere ciò che sta intorno a noi nasca da interesse scientifico come da una incontenibile voglia di scoprire. Quanto da curiosità pura o puro caso. Forse la “molla” che spinge a cercare è lo stupore difronte alla scoperta. Tuttavia è certo che si cerca per acquisire nuove conoscenze, con l’obiettivo di progredire nella storia, personale o collettiva. Ma anche per migliorare il benessere oppure per sfida, con se stessi e con gli altri. In ogni caso, l’uomo e la donna sono cercatori per indole, per necessità o per un’atavica necessità di essere innovatori. Nessun intento speculativo, però. Quello che vuole essere proposto in questi articoli è far conoscere un po’ più da vicino qualcosa di nuovo e magari poco consueto, con un richiamo agli elementi: aria, acqua, terra, etere e fuoco.
Nulla di filosofico dunque, solo curiosità. D’altra parte siamo tutti pronipoti di Adamo ed Eva.

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ASTRONOMIA
Puntare gli occhi al cielo, per trovare noi stessi

Osservatorio Astronomico di Monte Zugna

Immaginate migliaia di occhi puntati verso lo spazio. Dietro ciascuno di essi, le menti degli scienziati che studiano l’Universo Infinito. Quando l’osservazione dello Spazio non si chiamava ancora Astronomia ed era agli albori, anche agli albori dell’Umanità, non c’erano ovviamente gli studiosi ma piuttosto gli sciamani. E le menti curiose di coloro che contemplando la volta celeste ed ammirando la bellezza delle notti punteggiate di stelle si domandavano il perché ed il come di galassie, comete, e fenomeni celesti. Filosofi come Aristotele e in seguito studiosi e sperimentatori quali Galileo e Keplero.

Rispondere a queste e tante altre domande è tuttora lo scopo dei moderni studiosi e ricercatori in campo astronomico, aiutati da Osservatori sempre più all’avanguardia. Ma soprattutto capire, spiegare e divulgare è mission degli astronomi. Nel frattempo, lo sappiamo, astronomia, studio e conquista dello spazio hanno fatto passi da gigante. In più, qualche passo sulla Luna. Nel tempo, a partire dalla preistoria e da tutti quegli sconosciuti osservatori che usavano le stelle per orientarsi o per seminare il raccolto, la curiosità ed il desiderio di sapere, sono rimasti immutati. Del fascino senza tempo di questa ricerca ne parla Chiara Simoncelli, responsabile del settore Astronomia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Vanto della Fondazione settore Astronomia, sono le strutture che gestisce come ente pubblico partecipato, ovvero il Planetario, dove si simula la volta celeste e l’Osservatorio di Monte Zugna (mt. 1620), attivo dal 1997 e situato in una zona appositamente scelta in quanto non contaminata da inquinamento luminoso. Una struttura, quella dell’Osservatorio, che dispone di una cupola di quattro metri di diametro nella quale si trovano tre telescopi e, al piano terra, un telescopio solare (celostata), unico in Regione Trentino, che permette di osservare il disco solare e, se presenti, le macchie solari.

Perché si cerca? “Perché non possiamo farne a meno” risponde Chiara Simoncelli e continua “La ricerca fa parte dell’essere umano. Ogni volta che si raggiunge un piccolo obiettivo lo scienziato ma anche l’artista o il filosofo, si domandano bene, ma adesso? Dopo che cosa c’è? E quindi anche la ricerca astronomica, ampiamente intesa, partendo da quello che facevano i popoli più antichi, è stata sempre chiedersi ma cos’ è questo mistero che abbiamo sopra di noi e cosa ci può dire? Ovviamente, le risposte sono state diverse a seconda del grado di conoscenza tecnico scientifica dei diversi popoli e degli strumenti che questi avevano a disposizione. Ci sono stati tempi in cui tutto quello che sta sopra la nostra testa veniva associato al divino e le risposte erano in ambito religioso. Poi invece si è capito, grazie all’osservazione, che forse era tutto molto  più terreno e concreto. Più vicino a noi di quanto noi pensassimo, perfino quello che sta a miliardi e miliardi di km o ad anni luce. Addirittura quello che i nostri occhi ancora non vedono. Quindi abbiamo cercato strumenti che ci permettessimo di vederle”.

Anche se oggi molte scoperte astrofisiche e della fisica teorica vengono fatte sulla carta e grazie alla matematica che ci indica cosa succederà, il lato umano della ricerca è ancora imprescindibile e ricco di suggestione. Chiara Simoncelli ricorda quando qualche anno fa si era creato un gruppo che si alternava di notte in notte per fare osservazione al telescopio sul Monte Zugna. Notti lunghissime, nel silenzio assoluto dell’Osservatorio, con il freddo pungente dell’inverno e lo spazio siderale davanti agli occhi, per fotografare e raccogliere dati che mostrassero come si stavano evolvendo alcune stelle particolari. Una collaborazione con l’Osservatorio di Asiago che è sfociata in contributi alla scrittura di alcuni articoli pubblicati in ambito internazionale, quali Astronomy & Astrophysics e Baltic AStronomy.

Un altro degli aspetti dell’Astronomia è “cercare se c’è qualcosa d’altro che ci assomiglia in giro per lo spazio. Molto della ricerca astronomica tecnica tende a capire se ci sono altri posti simili al nostro pianeta e se su questi in passato si sia sviluppata quella che noi chiamiamo vita. In astronomia quello che si ricerca sostanzialmente sono le ragioni”.

Per attuare questo, però, occorre un team. Non più quello locale ma ormai prevalentemente collaborazioni internazionali, dove ognuno svolge la sua parte di lavoro al fine di comporre un unico risultato collettivo.

La sezione Astronomia di Rovereto, in quest’ottica di ricerca, ha appena aderito al Progetto italiano Prisma, cioè la “Prima Rete per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera” che coinvolge Osservatori e Università, ma oltre alle realtà istituzionali anche quelle amatoriali (http://www.prisma.inaf.it/). “Con tutta una serie di camere che vengono posizionate su Istituti e Osservatori si fa monitoraggio del passaggio di meteoriti e si monitorizza anche l’atmosfera terrestre nei luoghi dove queste passano. Così si ha il tracciamento e l’esame di questi oggetti che dallo spazio entrano nella nostra atmosfera”, spiega Chiara Simoncelli.

C’è molto entusiasmo nelle sue parole. Arrivata alla Fondazione Museo Civico più di dieci anni fa, l’attuale responsabile del settore si dichiara appassionata di divulgazione. “Molta parte della astronomia che si fa al Museo, infatti, è centrata sulla divulgazione e sulla didattica. Abbiamo tanti strumenti che ci permettono di far sperimentare a bambini, ragazzi ed adulti l’osservazione che è il primo passo verso la meraviglia, che caratterizza la scoperta astronomica”, racconta. Grande successo di pubblico, ha avuto nel 2019 l’esposizione museale, intitolata “La Luna. E poi? – 50 anni dall’allunaggio: storia e prospettive dell’esplorazione spaziale”.

Ancora una volta gli abitanti del pianeta Terra si mettono alla ricerca per vedere nel cielo, scrutando anche quelle parti di visibilità degli oggetti della materia che i nostri occhi, invece, non riescono a cogliere perché limitati. Vedere è l’obiettivo e sempre più lontano. In astronomia vedere lontano vuol dire vedere anche indietro nel tempo. Se si vede la sua luce e quell’oggetto è distante, vuol dire che la sua luce è partita anni e anni prima. “Chi fa ricerca astronomica va a scavare anche nel passato dell’Universo per cercare da dove veniamo, che poi è la stessa domanda che si fa la filosofia. Fisica teorica, astronomia e filosofia ad un certo livello sono discipline che si intrecciano in modo forte. Chi siamo e da dove veniamo lo cerchiamo attraverso gli elementi di cui siamo fatti, attraverso la fisica degli elementi, il funzionamento delle stelle, e attraverso i moti delle galassie. Vogliamo capire quale è stato questo primo istante che ha fatto nascere tutto quello che noi conosciamo oggi. Perché ci sono teorie che sostengono che il nostro Universo, forse, non è l’unico e noi ancora non lo sappiamo” conclude Simoncelli.

Siamo dunque ”figli delle stelle”? Come sosteneva Margherita Hack, la più celebre astrofisica, accademica e divulgatrice scientifica italiana, “nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile.” Continuiamo a cercare…

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Archeologia
Sopra la terra, e sotto l’acqua si celano “tesori”

Alessandro Bezzi in Iran per un progetto che ha coinvolto ArcTeam sul rilievo 3D di una serie di bassorilievi sassanidi (foto di ArcTeam)


Investigatori a caccia di segreti di tempi antichi, scienziati moderni, inventori tecnologici, storici esperti, esploratori senza timori. La nuova generazione di archeologi si chiama Arc-Team srl, quattro giovani soci di una realtà trentina che ha sede a Cles (Val di Non). Tutti questi aspetti riuniti in un unico scopo: la ricerca del passato nella profondità del terreno, nelle testimonianze delle opere d’arte, nel ghiaccio che custodisce e conserva e nell’acqua, elemento difficile ma ricco di misteri da scoprire.

L’archeologia attuale usa strumenti di ricerca modernissimi rivelando, con l’aiuto di nuove tecnologie, ritrovamenti sorprendenti della storia, del clima, del paesaggio. Un insieme tutto collegato che non prescinde l’uno dall’altro. I fratelli Alessandro e Luca Bezzi con Rupert Gietl e Giuseppe Naponiello formano l’affiatato team, con competenze tra loro complementari e trasversali. Professionisti dello scoprire e documentare che si occupano, per committenze pubbliche o private, di Geoarcheologia, Paleobotanica, Archeologia d’alta quota, Archeologia orientale, Archeologia preventiva e Archeologia subacquea.

Lavorano a stretto contatto e su richiesta delle Soprintendenze per la valorizzazione di beni culturali. L’Università di Lund, dove tengono lezioni di archeologia open source, e l’Università di Innsbruck per le missioni in Iran, Armenia e Georgia sono altri due loro committenti di prestigio. Perché la ricerca archeologica? “Passione per l’archeologia che getta uno sguardo sul passato dell’umanità e il piacere di unire un lavoro all’aria aperta con quello intellettuale e l’informatica. Inoltre, la possibilità di esplorare e scoprire, a volte per primo, scoperte emozionanti. Ma l’amore per la (ri) scoperta del passato, l’emozione per il rinvenimento di un reperto e la conseguente appassionata opera di ricostruzione e contestualizzazione storica del ritrovamento, necessitano anche di ogni sforzo teso alla tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale” risponde Luca Bezzi che con la sua attività (gestita con il fratello Alessandro) ha certamente contribuito ad accrescerlo. Anche se lavorano in più ambiti, dal cantiere di scavo nelle esplorazioni in Medio Oriente alle cattedre universitarie in nord Europa come docenti nei corsi di software, dalla progettazione robotica al ricostruire il volto e l’identità di personaggi più o meno famosi, quella subacquea è un aspetto dell’archeologia che ha dato grandi soddisfazioni ad Arc-Team. Una attività di ricerca iniziata dal 2005.

Esplorare i fondali del Lago di Tovel ha fatto fare una serie di scoperte, con risultati anche in settori impensabili del patrimonio artistico italiano. Immergersi nelle fredde acque di questo famoso laghetto incastonato nella suggestiva cornice del Parco Naturale Adamello Brenta ha, infatti, permesso di portare alla luce una foresta di alberi medioevali. “Tiziano Camagna, docente del liceo scientifico Russel di Cles e appassionato di storia ed archeologia, aveva fatto nascere un progetto nel 2005 sul Lago di Tovel, riesplorando la foresta sommersa già scoperta alla fine anni Ottanta. L’interesse scientifico allora riusciva a ricostruire la vita dei laghi pur con inevitabili imprecisioni dovute ai mezzi limitati di cui si disponeva. Poi c’è stato oblio su questo tipo di ricerca che è ripartita con lo sforzo del Prof. Camagna, cui noi abbiamo dato assistenza sia con immersioni sia con documentazione e geolocalizzazione dei vari esemplari radicati. La foresta di abeti è antichissima, l’albero più antico sinora rinvenuto datato all’XI secolo, il periodo delle Crociate. Gli alberi però muoiono tutti lo stesso anno, cioè il 1596. “Per questo abbiamo ipotizzato che Tovel sia un lago di sbarramento naturale, dovuto ad una frana”, spiega Luca Bezzi.

Altre scoperte sono avvenute per puro caso. “Serendipità” dice Luca Bezzi con un termine che in scienza sta per il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra. Ad esempio per il Lago del Mandrone “dove con la documentazione in 3D abbiamo supportato un’altra missione di Tiziano Camagna durante un progetto di alternanza scuola lavoro”. Qui a 2500 mt vicino al ghiacciaio in Val di Genova, seguendo una branca della archeologia definita archeologia del conflitto che si occupa degli aspetti tecnologici, sociali, culturali e psicologici delle guerre e conflitti, gli indagatori delle acque hanno trovato un indizio che li ha riportati a 5000 anni fa. Alcune vecchie foto della Prima Guerra Mondiale mostravano sul lago soldati italiani intenti a costruire una piccola imbarcazione. Da qui la ricerca portata avanti da Camagna con Arc-Team e altri sommozzatori. Durante l’immersione per documentare il reperto sul fondo del lago, si scoprì casualmente un tronco d’albero al centro dello specchio d’acqua montano. Abbiamo scoperto che l’albero aveva 5 mila anni. Praticamente coetaneo di Ötzi, la mummia del Similaun”.

Da questi ritrovamenti si ottengono anche informazioni climatologiche. Spesso dai risultati avuti facendo ricerca nei laghi si ottengono dati tra loro collegati o collegabili. In una sorta di “circolarità” in cui clima, datazioni, reperti archeologici sono tappe per arrivare ad un unico insieme. Ma ottenere queste informazioni dagli specchi lacustri non è facile e il team non nasconde le difficoltà della archeologia subacquea. A tal punto da considerala una scienza autonoma, come spiegano sul loro sito.

Ultimamente hanno lavorato molto nel settore della archeorobotica con loro invenzioni. Ad esempio, con il WitLab-FabLab di Rovereto, hanno progettato un robot subacqueo chiamato tecnicamente

rov, cioè un drone sommergibile e impermeabile che consente di esplorare da remoto gli ambienti acquatici usando telecamere. Si avvalgono anche dell’aiuto della batimetria, branca dell’oceanografia che si occupa della misura delle profondità. Come si svolge la ricerca nei laghi? Risponde Luca Bezzi ”ci sono alcune operazioni che facciamo in immersione e non possono prescindere dall’operazione umana. Tra queste i carotaggi che si fanno su tronchi di alberi, per cui si carota manualmente oppure con il trapano subacqueo progettato dal Prof. Camagna che permette di trapanare fino a 100 metri di profondità e senza fare sforzi. Sulla esplorazione e documentazione invece, abbiamo cominciato a lavorare su questo robottino filoguidato che permette di dare uno sguardo subacqueo prima di immergersi. Il rov ha, inoltre, la peculiarità di salire e scendere senza dover rispettare tappe decompressive per cui è utilissimo soprattutto nelle foreste sommerse, in caso di documentazioni verticali. Mi viene in mente Tovel dove c’è un albero a 10 metri. Sott’acqua in 10 metri cambia un bar di pressione, quindi per queste operazioni si usa il rov per aumentare la sicurezza. Sempre con Witlab-Fablab abbiamo cominciato ad elaborare una barchetta, tecnicamente chiamata USV (Unmanned Surface Vehicle) per creare una batimetria in quei laghi che necessitano di questo tipo di documentazione. Infatti, avere il 3D del fondale del lago attraverso il sonar della barchetta è molto meglio.”

Prossima immersione, il Lago di Toblino, che i giovani ma esperti archeologi vorrebbe esplorare nuovamente dato che c’è la possibilità ci siano reperti romani sul fondale. Informazione, tuttavia, ancora tutta da verificare perché alla prima esplorazione non hanno trovato quello che cercavano. Ma adesso si sentono “pronti per organizzare un’altra missione” dice Luca Bezzi. Restiamo allora in attesa che gli archeologi trentini risolvano un altro cold case millenario.    

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Genealogia
Indietro nel tempo per scoprire chi eravamo

Andare alla ricerca delle proprie origini è l’oggetto degli studi di genealogia. Per soddisfare questa curiosità di sapere chi siano i nostri avi piuttosto che la necessità di richiedere l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei tanti emigrati trentini, si può consultare il sito rinnovato https://www.natitrentino.mondotrentino.net/. Un progetto di grande utilità nato già negli anni Novanta su iniziativa dell’Archivio Diocesano Tridentino. A partire dal 2001, vista l’impossibilità di rispondere in tempo breve alle richieste sempre più numerose degli emigrati, si chiese la collaborazione dell’Ufficio Emigrazione della Provincia autonoma di Trento che accettò di finanziare il trasferimento su un database informatico dei dati relativi ai nati in Trentino dal 1815 al 1923 conservati su microfilm, presso l’Archivio Diocesano Tridentino. Questo vasto database in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento, ora aggiornato e reso più fruibile ed intuitivo nella consultazione, contiene i nomi di quasi un milione e 300mila persone, a cui sono stati assegnati 20.951 cognomi, 5327 nomi maschili e 5306 nomi femminili ricavati dai registri parrocchiali trentini.

L’Indice dei nati in Trentino della Provincia autonoma di Trento è quindi il frutto di una ricerca durata anni, ed ancora in corso, con la collaborazione tra più enti ed istituzioni.

A seguito di questo immane lavoro di raccolta, censimento e archiviazione si ottiene anche una “fotografia” della storia trentina che consente agli studiosi in vari campi di acquisire dati nella ricerca demografica e genetica quanto nella storia economica e nell’onomastica. I registri parrocchiali, infatti, sono sempre stati una preziosa fonte di informazioni ed ora la loro acquisizione e messa on-line permette sicuramente all’indagine genealogica a tutto campo di poter essere svolta più agevolmente.

Inoltre, nella sezione “Registri parrocchiali” è contenuta la storia della stessa istituzione dei registri a partire dal 1563. Tuttavia, i realizzatori della ricerca specificano che non tutti i nati in Trentino in quel periodo sono stati indicati tra gli anni 1815 e 1923 a causa di eventi come incendi o guerre che hanno prodotto la distruzione o dispersione dei dati annotati a cura delle Parrocchie. Ma fortunatamente e grazie ad un minuzioso lavoro, in parte questa lacuna è stata colmata e si è ora potuta creare anche una sezione “I registri mancanti” che annovera alcuni comuni trentini.

Questa ricerca deve essere svolta da parte degli interessati tenendo presente che “l’Indice ha natura esclusivamente storica ed è accessibile per ricerche che devono avvenire nel rispetto del richiamato Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici”.

Altra avvertenza per l’uso, dell’Indice dei dati può essere fatto un uso esclusivamente personale e non commerciale e si precisa che il personale dell’Archivio Diocesano non effettua ricostruzioni genealogiche su richiesta di privati.

Sempre in tema di storia e genealogia, si possono trovare nomi e date, resoconti, fotografie, interviste svolte nel corso di anni dal Centro di documentazione per la storia dell’emigrazione trentina, reperibili sul sito della Fondazione Museo Storico del Trentino: http://emigrazionetrentina.museostorico.it   

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Rabdomanzia
Percepire l’acqua nelle profondità della terra

Lo scavo di un pozzo (foto dal sito web di Luigi Cantonati)

Villa Rendena, località nella omonima valle racchiusa tra Adamello e Brenta. Qui abita Luigi Cantonati, 51 anni, titolare dell’azienda di famiglia l’Agriturismo Il Favo, specializzato nella produzione di miele come si può facilmente intuire. Nonché rabdomante.

Cosa si usa? Il pendolino oppure le bacchette a forma di elle che sono di legno magari rinforzate con ferro o acciaio oppure di metallo ma con l’impugnatura di legno. Ma anche la verga di legno di nocciolo o di olmo, a forma di forcella simile a una lettera ypsilon. Chi ha questo dono percorre il terreno dove effettuare la ricerca e, giunto dove si rileva l’acqua in profondità, lo strumento utilizzato inizia a muoversi, a flettere verso l’alto o il basso. In alcuni casi, invece, letteralmente fa una torsione nelle mani del rabdomante. “È perfino possibile stabilire la profondità, contando quante volte la verga si flette e la portata della falda” spiega Luigi Cantonati. Tuttavia sembra che il materiale usato per le bacchette non sia così determinante nella ricerca. Piuttosto è fondamentale che il rabdomante abbia la capacità inspiegabile di entrare in sintonia con le vibrazioni che portano all’acqua. Infatti lo strumento si muove indipendentemente dalla volontà e non c’è movimento delle mani. È una pratica controversa, divisa tra sostenitori e detrattori. C’è chi la considera con diffidenza e scetticismo cercando di denigrarla ad ogni costo, chi invece ci crede “senza se e senza ma”. La scienza non ne ha dato una spiegazione certa e definitiva. Nemmeno Luigi Cantonati. Lui sa solo che con la verga, strumento rivelatore che usa di preferenza, ma anche con le bacchette, l’acqua la trova nella maggior parte dei casi.

Perché cercare l’acqua? “Perché trovare una risorsa così importante come l’acqua è una soddisfazione grandissima e perché in questo modo riesco a risolvere i problemi delle persone che si rivolgono a me. Spesso si tratta di aziende che ne hanno un bisogno vitale per poter proseguire con la propria attività” risponde Luigi Cantonati che rifiuta decisamente la definizione di “santone”.

L’inizio della sua ricerca risale a quando aveva 28 anni. Una “iniziazione” da cercatore d’acqua un po’ per caso e in parte per necessità. “Serviva l’acqua per la mia azienda e mi ero rivolto ad un anziano rabdomante di Palù di Giovo”, spiega. “Dopo aver trovato la falda nel mio terreno, mi disse che anche io avrei potuto diventare rabdomante. Così passai anche io sullo stesso punto con le bacchette e anche nelle mie mani cominciarono a muoversi”. In effetti, Luigi Cantonati a partire da quella esperienza ha cominciato ad esercitarsi. Dapprima con il suo mentore, poi da solo. La prima, dalle tantissime volte che ha scoperto nelle profondità del terreno una falda, dice di aver provato una emozione grandissima.

Certo lui non entra nel merito di quanto succede. Sa solo che l’acqua la trova nella maggior parte dei casi. “Comunque esiste una percentuale di insuccesso, all’incirca il 6%”, aggiunge.

Come avviene la ricerca dell’acqua? “Quando arrivo sul posto impugno la bacchetta e ruotando su me stesso faccio un giro d’orizzonte di 360 gradi. Questo mi consente di individuare la direzione nella quale dirigermi per incrociare la falda. Nel caso di più falde in punti diversi mi dirigo verso la migliore. Localizzata la falda segno il punto d’inizio e di fine e poi individuo lo scorrimento. Con precisione segno il centro, usando due ferri a forma di “L” che muovendosi nelle mie mani si incrociano esattamente in quel punto. Mi posiziono sopra questo punto che va picchettato e determino la profondità dell’acqua. Questo lavoro mi richiede massima concentrazione e dispendio d’energia. Dal calcolo delle “battute” riesco a determinare con buona precisione la profondità della falda e la sua portata”.

Tra i “servizi” offerti da Luigi Cantonati, l’individuazione della posizione dove scavare il pozzo e in caso di più falde presenti sulla stessa superficie, quale sia la migliore. Ma grazie alla sua esperienza, riesce anche ad indicare la presenza di acque termali e minerali ed i punti dove fare i pozzi per bonificare aree di scavi sommerse dalle acque. In ogni modo il segnale pare inequivocabile anche nella cosiddetta “rabdomanzia mappale”. Questo sesto senso i rabdomanti lo esprimono anche su una mappa perché la loro particolare sensibilità si manifesta anche così. Con buona pace di chi sostiene che i rabdomanti intercettano fenomeni di elettromagnetismo dal terreno. La verga funziona come una antenna perfino sulla carta. (Difficile, molto difficile da credere, bisogna ammetterlo. Ma sentiamo cos’altro ha da dirci Cantonati…)

“Se qualcuno vuole trovare l’acqua sulla sua proprietà, mi faccio inviare una mappa. Percorro la mappa con la verga senza recarmi sul posto, anche perché mi capita di frequente che le richieste mi vengano spedite da luoghi piuttosto lontani in Italia e a volte anche dall’estero. Così riesco a capire se c’è dell’acqua nel terreno perché lo strumento si muove esattamente come se fossi sul posto”. La fase successiva è avvisare il cliente, informarlo che c’è dell’acqua nella sua proprietà e solo su sua richiesta poi ci si reca sul terreno. Sembra facile ma non lo è. Però continua ad essere una pratica sorprendente.

Terminato il percorso di ricerca, inizia l’iter burocratico. Occorre l’autorizzazione ad effettuare lo scavo e quindi all’uso dell’acqua che va chiesto negli uffici competenti della Provincia Autonoma di Trento a cui rivolgere la domanda di concessione di acqua sotterranea.

Per questo il rabdomante della Val Rendena consiglia di iniziare la ricerca per tempo, senza aspettare che arrivi la siccità o che l’acqua si esaurisca. Non è come aprire un rubinetto realizzare un pozzo in casa o in azienda. Occorre tempo, per trovarla, avere l’autorizzazione, scavare il pozzo.

Quante volte ha aiutato a trovare l’acqua, magari risollevando le sorti di una azienda in difficoltà? “Tantissime” risponde Cantonati. In Emilia Romagna ad esempio per una azienda di produzione di parmigiano reggiano, come per un’impresa vicino a Bergamo che ancora gliene è grata, e ancora per un comune del varesino, che aveva problemi di perdite dell’acquedotto comunale. Ma c’è chi lo chiama per trovare una falda anche solo per il giardino di casa.

Questa arte o dono che sia, Luigi Cantonati la esercita dietro compenso anche se in talune situazioni ha trovato la falda gratuitamente o lo ha fatto per amicizia. Tuttavia non vuole che si creino equivoci. Il suo speciale talento è un normale lavoro. Anni fa rimandava il pagamento a dopo lo scavo ma la sua buonafede non è stata sempre ripagata. “È un impegno faticoso, a volte richiede spostamenti lontani” precisa. Quindi sul suo sito Internet scrive e descrive a beneficio di tutti, interessati in prima persona alla ricerca dell’oro blu o semplicemente persone incuriosite, notizie ed informazioni su questa antichissima pratica ancora in uso. In modo che quello che fa, sia a tutti chiaro e trasparente. Trasparente come l’acqua.

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Radiantismo ed etere
“Pronto, Parmitano? Parlo con l’astronauta?!”

Marzo, 2015. Bruno Luchi intento a cercare stazioni in località Dosso Alto, Lessinia (VR). Banda operativa 10.368 MHz (foto A.R.I. – sezione di Trento)

L’etere, dove per definizione trasmettono i radioamatori, non è mai in silenzio. Incredibile ma vero, giorno e notte, tutti i giorni senza eccezioni, i radioamatori trasmettono. Centinaia di voci sopra di noi, anche se noi, ovviamente, non ce ne accorgiamo. Non chiamatelo un hobby il radiantismo! È riduttivo per tecnici esperti che si costruiscono in autonomia le stazioni radio con cui trasmettono, raggiungono la Luna con i loro collegamenti usandola come “specchio” e ancora “agganciano” la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) che ogni 93 minuti fa il giro completo della Terra e viaggia a 27mila km all’ora. Essere radioamatore è un impegno, una passione, un servizio pubblico senza alcun fine di lucro. C’è chi fa ascolto, chi si appassiona alla ISS, chi partecipa a contest internazionali dove si fanno centinaia di collegamenti, chi preferisce la telegrafia che esegue con velocità incredibili, chi “colleziona” collegamenti con i paesi stranieri, chi nel campo dei terremoti cerca la correlazione tra i precursori sismici e le onde che vengono emesse dal terreno, chi insegue i palloni meteo, chi si interessa di Trasmissione FT8 cioè chi utilizza le trasmissioni digitali riuscendo a decodificare segnali a livello o addirittura più bassi del rumore termico naturale della Terra. Tutti fanno ricerca e sperimentazione.

Una curiosità, i radioamatori sono chiamati Old Man cioè vecchio amico (OM) e ancora adesso indicati con questo acronimo. Perché più di cent’anni fa i telegrafisti, esperti di codice Morse, erano solo persone anziane. Anche se molti hanno iniziato da giovanissimi, adesso tra gli OM c’è poco ricambio generazionale. Colpa forse dei giovani che comunicano solo con Internet e telefoni cellulari. Non sapendo che se non fosse stato per generazioni di radioamatori che hanno fatto evolvere la ricerca nel campo della comunicazione non ci sarebbero né Internet né cellulari né wireless. Peccato non comprendano le potenzialità e il fascino della ricerca nell’etere.

Perché ci si appassiona a questa branca delle comunicazioni, che è soggetta a rilascio di patente dal Ministero dello sviluppo economico (MiSE) dopo un apposito esame per valutare le capacità, lo abbiamo chiesto a IN3QGY, IN3ADW, IN3CCD e IN3HOG. Nome in codice, quello che viene assegnato dal MiSE, che serve per presentarsi nelle comunicazioni e stabilire da dove si trasmette. Infatti il prefisso delle prime tre lettere indica in sequenza Italia Trentino Triveneto mentre le restanti sono univocamente associate al nome del radioamatore. All’anagrafe trentina, invece, abbiamo rispettivamente Marco Petrolli, Nicola Fondriest, Bruno Luchi e Giovanni Holzer. Per Marco Petrolli, appassionato di ISS e ascolto, essere radioamatore ”è il fascino di poter comunicare in modo indipendente tra persone cha hanno la stessa passione”. Racconta di aver preso la patente di radioamatore ancora prima di quella di guida. Nicola Fondriest, socio ed ex presidente della Associazione Radioamatori Italiani (ARI) sezione di Trento, dedito alla formazione delle nuove leve, dice che si diventa radioamatori “perché si ha un bisogno di comunicare, di entrare in contatto con le altre persone, con mezzi che non siano quelli dati dalla tecnologia moderna. È un altro modo di cercare la comunicazione con il proprio operato, la propria ricerca e sperimentazione, per migliorarsi di volta in volta. Per me è affascinante il fatto che la mia voce possa viaggiare libera e che raggiunga in maniera inaspettata luoghi che mai raggiungerò di persona fisicamente”.

Giovanni Holzer e Bruno Luchi, soci ARI Trento, amici e appassionati di contest, spiegano l’essere radioamatori come un interesse nato praticamente da bambini e condividono il fascino del poter comunicare in modo indipendente. “Ho cominciato a 7 anni a farmi la prima radio. Mi incuriosiva perché era entusiasmante poter sentire con le onde radio a distanza, poter comunicare con persone lontane. All’epoca non c’era il telefonino e anche le radio erano rare. A 12 anni già mi collegavo a 4 km di distanza con un amico. Era un’emozione incredibile sentirsi, con quelle valvole che diventavano rosse, il gracchiare di fondo” racconta Giovanni Holzer. Anche per Bruno Luchi esordio da giovanissimo: “mio fratello più grande aveva la stessa passione per le radio. Così sono diventato radioamatore, forse un po’ per emularlo. Per caso dopo la 3° media, in estate, sono andato a lavorare in un negozio di radioriparazioni e ho conosciuto altri appassionati. Quindi ho iniziato a frequentare la sezione ARI e poi non ho più smesso”. Chi inizia e si appassiona, infatti, non smette più. “Fa parte della vita di ognuno di noi. È un altro modo di vivere il mondo e i rapporti con le persone” afferma Nicola Fondriest. Imprescindibile organizzarsi in casa un posto dove trasmettere e sperimentare e un giardino da riempire di antenne e cavi. Passione e professione per molti radioamatori. Come nel caso di Holzer e Luchi, per trent’anni alla Rai di Trento. Persone generose gli OM. Andrebbero conosciuti meglio, loro e il loro mondo di attività diverse con un unico filo conduttore che è la comunicazione. Un mondo affascinante ma poco conosciuto. Il paradosso è che pur comunicando con tutto il mondo, non fanno molto per farsi conoscere. Caratteri schivi, spiriti liberi che amano le sfide. Ma di cosa parlano gli OM quando trasmettono? In realtà spiega Nicola Fondriest ”si parla di cose tecniche durante i collegamenti perché lo prevede la normativa, però nulla vieta che si abbia piacere di parlare di altro. Oltre alla descrizione tecnica della stazione si può parlare anche di chi si è e cosa si fa nella vita. A volte capita di incontrarsi”. Parlano tantissimo, in senso lato, Bruno Luchi e Giovanni Holzer che partecipano a gare internazionali, i contest, una specie di olimpiade amatoriale. Con il loro Team di trasmissione nell’ottobre scorso sul Monte Carpegna, vicino a Rimini, hanno vinto il record europeo battendo tutti gli altri OM internazionali. In 24 ore, durata massima della gara, si devono effettuare il maggior numero di collegamenti seppur brevissimi. Gare che richiedono tanto impegno, tempo, spostamenti lontani per trovare il punto migliore di trasmissione. Ma sono anche esperti in collegamenti estremi chiamati rainscatter, airscatter e Earth Moon Earht (EME). Luchi ed Holzer descrivono la loro specializzazione “Noi usiamo delle onde centimetriche tipo quelle che arrivano dal satellite alle parabole satellitari, con frequenze molto alte che si propagano essenzialmente in linea ottica, e quindi è molto difficile fare collegamenti su queste frequenze, perché anche se si va in cima ad una montagna per la curvatura terrestre più di 200, 300 km non si riesce a collegarsi. Abbiamo delle tecniche per superare questo problema, che si basano sull’uso “riflettente” delle perturbazioni. Altra tecnica è quella del radar, noi abbiamo la mappa degli aerei che passano, sappiamo dove sono, aspettiamo l’aereo giusto, lo puntiamo con l’antenna e l’areo fa da riflettore. È come avere un ripetitore a 12 mila mt. ma è molto difficile perché bisogna puntarlo con la precisione di 1°. Per questo abbiamo delle parabole che vengono motorizzate e dei programmi che ci dicono dove sono esattamente gli aerei. Earth Moon Earth (EME) è la stessa tecnica ma usando la superficie lunare come specchio riflettente verso la Terra”.

La specializzazione dice Nicola Fondriest: “amo tantissimo collegarmi con più nazioni”. Ad esempio, di notte il segnale arriva molto forte dal Giappone e allora ci si mette alla ricerca dei giapponesi. In inverno ci si collega bene con la California via est cioè via Asia, un percorso di 30mila km.

Marco Petrolli racconta: “quarant’anni fa ogni collegamento era un’emozione. Anche solo l’Austria che è qui a due passi. In seguito ho cercato le cose molto particolari come la base italiana in Antartide. Infatti sono riuscito a collegarmi lì, anche se è in fondo al mondo…”. Su nello spazio, invece, ha al suo attivo anche il collegamento nel 2013 con l’astronauta Luca Parmitano, in missione sulla Stazione Spaziale Internazionale. “Ogni ora e mezza passa anche sopra l’Italia e quindi sopra il Trentino. Alla sera, accendevo la radio e aspettavo i passaggi della ISS sperando di sentirlo. Una sera ho buttato lì il mio nominativo e lui ha risposto subito. Parlargli è stata un’emozione grandissima e inaspettata” ricorda.

Cogliere la voce di Luca Parmitano (lui stesso radioamatore), è successo anche a Nicola Fondriest. “Stavo tornando da Candriai in auto e arrivato a Trento, sapendo che la ISS passava ad una certa ora, mi sono fermato e con l’antenna che uso quando vado in giro ho iniziato ad alzare il volume e… era come essere a pochi metri da lui”.

Bellissime emozioni da vivere e da raccontare.

Emozioni su un’altra lunghezza d’onda.       

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Metal detector
Sotto la superficie, i segni di ciò che fu

È una persona riservata Paolo Cappello, responsabile per l’Emilia Romagna, San Marino ed il Triveneto della Federazione italiana Metal Detecting (FIMD) che in Italia conta circa quattrocento iscritti, ed in Trentino una quindicina.

Professionale e preciso, di una simpatia che nasce immediata dal suo modo di proporsi e raccontare un po’di questo mondo metal, è tuttavia lontano da sensazionalismi che ci si aspetterebbe da un hobby come quello di fare ricerca con il metal detector.

D’altra parte la FIMD che Paolo rappresenta, si presenta già con un sito (www.fimd.it) dove fra le altre indicazioni si trova un codice etico con regole precise e fortemente raccomandate agli iscritti. L’eccellenza della serietà. Regole, recita il codice “attraverso le quali praticare il metal detecting responsabile. Ogni detectorista è ambasciatore e responsabile della nostra pratica e della categoria”.

Cercare con il metal detector, d’altra parte può essere considerato un passatempo piacevole ed interessante ma può sconfinare in un territorio di illegalità, magari inconsapevolmente. Come si dice in gergo hobbistico  per indicare il movimento oscillatorio della piastra, “spazzolando”  tesori archeologici al limite del tombarolo, ovvero di chi per lucro saccheggia siti archeologici. Una lotta per contrastare un fenomeno poco controllabile che le varie Soprintendenze dei Beni Culturali ed i Carabinieri conducono da anni. Ma, fortunatamente, a volte con risultati di successo per il recupero di opere d’arte o antichi cimeli di cui il suolo d’Italia è ancora ricco.

Regola numero uno, occorre attenersi con precisione alle leggi italiane. In particolare la Provincia di Bolzano richiede e rilascia una autorizzazione apposita mentre in Trentino il permesso non è ancora obbligatorio. Paolo Cappello le sintetizza: “Vietato usare il metal detector in aree archeologiche, in aree private senza autorizzazione del proprietario, in parchi naturali piuttosto che in musei a cielo aperto, e zone simili”.

Da questo presupposto, nascono le indicazioni generali sul dove e come svolgere la ricerca. “Prima di iniziare sul campo, si studiano i piani territoriali delle località prescelte per verificare che non ci siano aree dove è vietato perché sottoposte a vincoli archeologici, naturalistici o militari… Se invece vogliamo cercare in un terreno privato, allora è importante individuarne il proprietario perché occorre sempre il suo permesso” spiega Paolo Cappello.

Ma bisogna anche ricordarsi che nelle nostre zone ci sono musei a cielo aperto dove è rigorosamente vietato fare attività con il metal detector.  Tra questi, ad esempio, i forti dell’Alpe Cimbra, la zona degli Altipiani di Folgaria, Luserna e Lavarone, vasta area di testimonianza storica della Prima Guerra Mondiale che rappresenta certo una tentazione irresistibile ma assolutamente off limit, anche per la pericolosità di trovare ordigni inesplosi.

Riguardo al come cercare, niente attività di scavo. Il reperto trovato deve essere rilevato dallo strumento sotto qualche centimetro di terra o di sabbia, nel rispetto dell’ambiente. Quindi, soprattutto in montagna niente attrezzi invasivi quali vanghe e picconi. Sono vietati.

Le esatte indicazioni vorrebbero che “Il terreno (o l’arenile in caso di spiaggia) deve essere smosso con metodo e con prudenza (per motivi di sicurezza) e va riportato in sede compattato e, quando possibile, preservando il manto erboso o la vegetazione superficiale”.

Ma tutti questi divieti e regole non fanno passare la voglia di cercare? E poi perché cercare? “Perché è una attività interessantissima, sempre ricca di spunti di ricerca, che può dare grandi soddisfazioni anche nel trovare un piccolo oggetto” racconta Paolo Cappello che dell’uso amatoriale del metal detector ora ne ha fatto uno strumento di collaborazione, offrendo la propria professionalità e partecipando a campagne di scavo archeologico.

Però, se ci si immagina di trovare anfore antiche o monete preziose, durante lo “spazzolamento” nel fine settimana, bisogna disilludersi. La maggior parte degli oggetti trovati sono quelli che si hanno normalmente in casa. Ovvero, posate, pentole, pezzi di altri oggetti di uso comune o casalingo. Certo poi non mancano anche le piastrine di riconoscimento perse o buttate dai militari delle guerre passate, piuttosto che le innumerevoli macchinine smarrite nella sabbia dai bambini in spiaggia.

Ciò non esclude, ovviamente, che capiti anche di trovare oggetti più preziosi o importanti. È recentissimo il ritrovamento fortuito con il metal detector di oggetti di valore archeologico di epoca romana in Alto Adige.

Doppio encomio per l’hobbista, fortunato cercatore, che oltre ad aver arricchito il patrimonio nazionale, una volta rinvenute le parti di fibula antica ha correttamente informato i Carabinieri e consegnato il ritrovamento alla Soprintendenza di Bolzano.

“La procedura esatta è proprio questa” conferma Paolo Cappello “bisogna dare immediatamente informazione del ritrovamento anche solo ai Carabinieri che, a loro volta, si occuperanno di informare la Soprintendenza”.

Reclusione e ammende salate sono previste per i contravventori a caccia di bottino. Anche la Guardia forestale è stata incaricata di sorvegliare il territorio, cercando di contrastare il depredamento di reperti e opere antiche.

Nel 2013 alcuni detectoristi trentini erano stati sorpresi da Carabinieri e Guardia Forestale nei pressi dei ruderi di Castel San Pietro di Ton, una proprietà privata. All’attivo avevano già recuperato monete e monili ma il tesoro più ricco è stato rinvenuto dopo la perquisizione delle loro abitazioni.

E nel suo caso, quale è stato il miglior ritrovamento in tanti anni di attività? “Gli amici” risponde con sicurezza Paolo “ho conosciuto moltissime persone con questo hobby e non c’è niente di meglio di fare un’uscita con gli amici”.

In effetti, non si dice che chi trova un amico trova un tesoro?     

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Pubblicato da Camilla Jerta Rampoldi

Giornalista pubblicista e fotografa, laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. Collaborazioni sia con diverse testate giornalistiche, soprattutto per cronaca e attualità, sia con uffici stampa e società di produzione televisiva. Specializzazione in tematiche ambientali.