Cosa resterà di quest’anno (o poco più) di Covid?

“Cosa resterà di questi anni ‘80?”, si chiedeva Raf al Festival di Sanremo del 1989. Parafrasandolo, ci chiediamo oggi: cosa resterà, di questo anno o poco più (speriamo sia davvero poco) di Covid? Mentre l’industria turistica riprende a girare, e le vaccinazioni fanno il loro mestiere, ci guardiamo attorno e ci rendiamo conto che, no, la pandemia non ci ha fatto diventare più saggi, né più tolleranti o solidali. Non ha nemmeno messo in pausa le guerre, considerato quello che è successo recentemente fra Israele e Gaza. Difficile dire invece se sia cresciuta la fiducia nella scienza, che in questi casi dovrebbe essere vista come la più autorevole fonte di “salvezza”. L’emergenza ha prodotto per reazione, a tempo di record, alcuni vaccini utilizzati su scala mondiale: ha prodotto però anche domande importanti, sull’origine della pandemia, sull’efficacia delle risposte messe in campo dalle pubbliche autorità, e non da ultimo ha sdoganato ogni sorta di scetticismi e complottismi, evidenziando peraltro che chi diffida dei laboratori e dei camici bianchi  non lo fa per rifugiarsi nella fede. C’è stato un revival della spiritualità, in questi mesi? No. I leader politici negazionisti (o giù di lì), come Bolsonaro, o Trump, hanno vestito paramenti piuttosto “laici”. Sono stati spavaldi, individualisti, e sconsiderati. Lo scetticismo moderno non ha matrici religiose, si nutre del disincanto popolare: nei confronti dei media, delle multinazionali, dei saperi specialistici, della stessa politica.

La pandemia, però, ha mostrato come l’umanità sia capace di adattarsi in fretta a restrizioni che, in altri momenti, sarebbero parse attentati belli e buoni alle libertà democratiche. I divieti, a denti stretti, magari, li abbiamo assorbiti. Non abbiamo invece coltivato l’idea di un cambiamento radicale nella rotta del nostro futuro. La fretta di tornare al passato pre-pandemia è ovunque palpabile. Ciò significa che il Covid non lascerà alcun segno? Anche questo è inesatto. Ad esempio: il 76% degli italiani dichiara oggi di volere un’Europa con più competenze, per affrontare questioni come la pandemia, ma anche la costruzione  di una politica sanitaria comune. E non è poco. Di certo i poteri pubblici hanno ripreso terreno, cosa di cui si è ragionato nella XVI edizione del Festival dell’Economia di Trento. In situazioni come questa (spessissimo paragonata ad una guerra) è ovvio che lo Stato assuma un ruolo centrale, benefico se si tratta di sostenere chi a causa della pandemia è scivolato verso la povertà, e forse fin troppo invasivo nel momento in cui sommerge i cittadini di regole minuziose. Ma non c’è solo lo Stato. La pandemia, se da un lato ha chiamato in causa le realtà sovranazionali – abbiamo citato la UE, ma lo stesso vale ad esempio per l’Organizzazione Mondiale della Sanità – dall’altro ha investito come un treno in corsa le Regioni. In Italia, si è sentito al Festival, abbiamo 21 piattaforme informatiche diverse a presidiare i rispettivi sistemi sanitari, che non dialogano fra loro. Altro che  big data. Armonizzare i due livelli, quello centrale e quello periferico, è un tema difficile già in tempo di “pace” (ricordiamo il lungo braccio di ferro fra Trento e Roma sui punti nascita), ma può diventare esplosivo nelle emergenze. 

Ed ancora: il ruolo del privato. Un tema che ha da sempre una fortissima caratterizzazione politica. In futuro, in ogni caso, al di là delle contrapposizioni ideologiche, sembra evidente che pubblico e privato dovranno collaborare anche più di prima, così come hanno fatto durante la “corsa” ai vaccini. Si tratta di vedere quali punti di equilibrio troveranno. Sul piano fiscale, ad esempio. L’America di Biden oggi propone all’Europa un accordo per una “equa tassazione” dei profitti delle multinazionali, a partire da quelle del web: dovrebbe essere musica per una UE che ha ancora al suo interno dei paradisi fiscali. Si tratta di vedere naturalmente se questo può funzionare a livello globale. Se, insomma, la pandemia può essere (stata) un utile incentivo per immaginare nuovi modelli di governance delle sfide che abbiamo di fronte.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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