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“Cova”, il cuore con il legno intorno

Da sinistra, i fratelli Rodolfo, Tarcisio  e Vittorio Cova in falegnameria nel 1954

Lavoro e passione: due elementi che difficilmente si incontrano, ma quando lo fanno danno vita ad una sorta di prodigio che a sua volta, col tempo, genera imprese solide, pronte a sfidare gli anni e il futuro. E di solito sono storie, queste, che hanno una radice famigliare. Partono, non si sa come né perché, in qualche sperduto angolo del pianeta, in un momento storico qualsiasi, e poi crescono, come sottili arbusti che si fanno solidissimi tronchi.

Una di queste storie comincia all’incirca sul finire del 1700, a Campodenno, in Valle di Non, quando – come testimonia il premio rilasciato alla “Cova F.lli” dalla Camera di Commercio di Trento nel 1961 – il signor Giuseppe Cova si distingue nell’allora pionieristica attività di falegnameria. Sono le uniche notizie che abbiamo, assieme al fatto che parte proprio da lì la lunghissima storia di Cova Cucine.

A Giuseppe succede il figlio Battista (1837-1886), a Battista succede Enrico (1877-1933): sembra una citazione biblica, e invece è il resoconto iniziale di un progetto ultrasecolare intriso di tanta voglia di fare, sacrifici di padri e madri lungimiranti che pur senza capirne il senso già vedevano cosa sarebbe stato di quella piccola bottega duecento anni più tardi, nell’era dei computer, delle apparecchiature più robotizzate e intelligenti; già capivano – Giuseppe, Battista, Enrico – che anche se il mondo avrebbe più volte provato a mandare tutto all’aria con le guerre e le distruzioni, a loro spettava il compito di costruire il futuro, continuamente, come fanno le formiche quando provi a distruggere il formicaio: se ne fregano se la tua pedata ne ha buttato giù una buona metà. Ricominciano da capo, come se nulla fosse accaduto. E pure quello che i Cova costruiscono da allora rimane legato indissolubilmente alla terra, alla loro terra e alla Terra intesa come ambiente circostante: con il legno si assemblano i mobili, le sedie, i tavoli, le cucine. Gli attrezzi che accompagnano e fanno da scenario lungo tutta una vita.

Da sinistra, Walter, Paolo e Alberto Cova. Sono la quinta generazione a lavorare in azienda. La sesta è rappresentata invece dalle loro figlie

Enrico, uomo tutto d’un pezzo, solido come un mobile

Ce lo confermano i titolari attuali, la cucina è il cuore di una casa, il luogo dove da sempre va in scena lo spettacolo dell’esistenza famigliare, dove accadono i fatti più rilevanti, dove vengono pronunciate le parole più intense e decisive. E un cuore campeggia anche nel logo dell’azienda. Lo stesso cuore che batte forte in petto ad Enrico quando si affaccia per la prima volta nella bottega ebanista del maestro falegname Eligio Frenez, di Mezzolombardo, il 3 aprile 1894. Oppure quando, nel marzo del 1923, partecipa alla “Esposizione permanente d’arte industriale” di Firenze e si vede riconosciuto un diploma di medaglia d’oro “per speciali lavori di ebanisteria presentati e per il valido contributo recato all’opera nostra per il miglioramento Artistico Industriale Nazionale”. Non si risparmia sul lavoro, Enrico, e nemmeno come padre. Sono dieci i figli che gli dà sua moglie, Maria Parolari. Li vediamo tutti in una splendida fotografia scattata nel 1928, nero seppia, tutti composti e seri, come se anziché davanti ad un fotografo fossero davanti ad un plotone d’esecuzione. Una serietà forse presaga di quanto avverrà pochi anni dopo, quando Enrico scompare prematuramente per i postumi mai sanati di una ferita di guerra. Un uomo tutto d’un pezzo, Enrico, solido come i mobili che abilmente fabbricava. Si era rifiutato di prendere la tessera fascista e per ritorsione il Governo gli aveva tolto la pensione bellica.

La grande sede di Cova Cucina a Denno. Si noti l’imponente impianto fotovoltaico che copre circa il 75% del fabbisogno energetico dell’azienda nonesa

QUELL’IRRESISTIBILE, ancestrale RICHIAMO del legno

Dieci figli sono una piccola scuola materna. Tantissimi, un problema mantenerli. Il lavoro li abbranca giovanissimi. Battista, il maggiore, emigra in Francia e apre là – manco a dirlo – una sua falegnameria. Si sposerà lì e tornerà soltanto per qualche visita alla famiglia. Mario farà il restauratore di mobili antichi a Denno. Stefania, Teresa, Agnese, seppure in anni diversi, vanno a Roma a prestare servizio in case di nobili, signorotti e capetti in camicia nera.

Nemmeno Rodolfo e Virginio resistono al richiamo ancestrale del legno, della colla e del profumo di segatura. Prendono in affitto una falegnameria a Denno. A loro si aggiungono a breve Tarcisio e Vittorio, il più piccolo dei fratelli.

Virginio, però, preferirà emigrare a Trento per fare il carpentiere in ditte edili; dunque, al comando resterà un terzetto. 

La svolta è del 1974 quando Vittorio rimane unico titolare della ditta che si è già specializzata da alcuni anni nella costruzione di cucine componibili.

È proprio Vittorio il neonato che la mamma mostra con malcelato orgoglio nella foto del 1928, ed è lui l’arzillo signore che oggi si gode meritatamente la pensione, non rinunciando però a girare per lo stabilimento, tra computer, architetti, designer, macchine robotizzate e i tre figli, avuti dalla moglie, Bruna Dalpiaz: Walter, Paolo e Alberto. Non basta un documento dell’Inps, infatti, a recidere il cordone ombelicale che lo lega indissolubilmente all’azienda. Sono cose difficili da spiegare, legami che può comprendere appieno solo chi li vive sulla propria pelle, anzi nel segreto del proprio cuore.

1928. Enrico Cova e Maria Parolari posano con i loro dieci figli. Il più piccolo, tra le braccia della mamma, è Vittorio Cova.

La globalizzazione si batte con qualità e passione

La sesta generazione dei Cova deve affrontare altre sfide. Non stiamo parlando della guerra, d’accordo, ma la globalizzazione e la concorrenza di paesi emergenti e della grande distribuzione può essere altrettanto spietata, cinica e distruttiva per la sopravvivenza dell’azienda. Le intuizioni di Walter (Direttore Generale), Paolo (Direttore del Marketing) e Alberto (Responsabile della Produzione) sono decisive. Capiscono, cioè, che se si vuole sopravvivere e dare nuovo slancio a Cova Cucine bisogna innovare e farlo di brutto. L’idea è quella del contract, ovvero dell’estrema personalizzazione delle commesse. Cucine su misura con costi contenuti. Un’equazione che è possibile realizzare grazie alle impressionanti apparecchiature attualmente in dotazione all’azienda. Nastri, ruote dentate, ventose, compressori: si inserisce un disegno e ne escono pezzi da montare. Una roba a metà tra lo scatolone fabbricone dell’Albero Azzurro e il prodigioso marsupio di Doraemon.

Una tecnologia e una versatilità produttiva che proietta Cova Cucine nel resto d’Italia e nel mondo. Le commesse piovono perfino dall’Africa, dalla singola cucina alla mega fornitura di camere e living room per villaggi turistici e alloggi. 

Vittorio Cova, oggi pensionato, ha rilevato l’azienda nel 1974

Le idee, il design, la cucina

Nell’attuale azienda, si attinge dunque dalla tradizione, ma si guarda all’innovazione. Si mette l’esperienza al servizio delle idee del cliente, con l’obiettivo di soddisfare le diverse esigenze abitative contemporanee, in termini di gusto, design e funzionalità.

Dal cuore pulsante di Denno, si sviluppano idee a contatto con istituti e scuole di design del territorio, avvalendosi della collaborazione, prima del designer Stefano Semprebon e oggi dello Studio Marchetti Demaria Architetti di Milano. L’ispirazione e la creatività dell’Italian Design si rispecchia nelle cucine Cova. 

La lungimirante laboriosità e la dedizione degli avi hanno portato laddove forse era impensabile prevedere di arrivare. Il sogno di Giuseppe, Battista, Enrico e Vittorio è diventato finalmente una tangibile realtà.

Battista Cova, nato nel 1837, succede al fondatore Giuseppe.
Il Diploma di Merito ottenuto da Enrico Cova nel 1923
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Pubblicato da Tina Ziglio

Concetta (Tina) Ziglio è nata sulle montagne in una notte di luna piena. Anziché ululare, scrive per diverse testate e recita in una sgangherata compagnia teatrale. Il suo ultimo libro è il discusso “Septizonium” (Aleppo Publishing, 2019).

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