Donne: un museo tutto per sé

Quante volte, tra i manuali di storia, le donne si sono trovate orfane di modelli a cui ispirarsi? Quanto spesso la Storia delle donne è relegata a capitoli dal titolo “la condizione femminile”, come se il resto del libro fosse stato scritto in un mondo abitato solo di maschi? Quanto pesa questo sull’essere donna oggi? E quale differenza può fare rendere le prospettive paritarie sull’essere donna domani? Dove sono nascoste, in quali oggetti, in quali accessori, in quali abiti, le storie delle donne? E soprattutto dove è nascosto ciò che le ha determinate? A stimolare queste domande è un museo che ha sede a Merano ma uno sguardo internazionale: Museia, il Museo delle Donne, fondato negli anni ’80 da Evelyn Ortner e ora diretto da Sigrid Prader, che abbiamo intervistato.

Che cosa è il Museo delle Donne di Merano?

Il Museo delle Donne si definisce anche come luogo di incontro, di studio e, grazie alla biblioteca specialistica in continua crescita, anche un luogo di lettura e di ricerca. Il Museo ha un carattere interdisciplinare: si concentra sulla storia della quotidianità, senza essere un museo etnografico; guarda allo sviluppo dell’estetica senza ridursi a una galleria d’arte; illustra la storia generale e locale senza essere un museo civico; realizza mostre di abiti senza essere un atelier di moda. Oggi rappresenta una realtà di rilievo a Merano e per tutto l’Alto Adige collaborando con diverse organizzazioni culturali e femminili locali e con l’Ufficio Pari Opportunità della provincia di Bolzano, ma ha ampiamente superato anche i confini regionali grazie a un gemellaggio fervido di iniziative con il Museo della Donna del Senegal e diventando sede di coordinamento della rete internazionale dei musei delle donne (iawn.international)

Come, quando e perché nasce?

La fondatrice fu Evelyn Ortner, nata a Bregenz in Austria, ma vissuta a Merano. Ortner era un’appassionata collezionista di abiti e accessori degli ultimi 200 anni. Per poter continuare a finanziare la sua passione facendo crescere la sua collezione, aprì a Merano una bottega di abiti usati. Ma il suo sogno era un altro: raccontare, attraverso la sua collezione, la storia delle donne. Il suo sogno si avverò nel 1988, quando poté usufruire di alcuni locali di una delle più vecchie case dei portici. Aprì allora il Piccolo museo dell’abito e del gingillo. Nel primo periodo al centro dell’interesse c’era la moda, come strumento per ciò che stava accadendo in tutta Europa, in Germania in particolare, ovvero raccontare “l’altra metà della Storia”, la parte della Storia meno raccontata, quella delle donne e della loro emancipazione. Quando Otner all’inizio degli anni ’90 si ammalò, divenne necessario reperire una sicurezza finanziaria per il Museo: nacque così nel 1993 l’associazione Museo della Donna – la donna nel corso del tempo grazie a donne interessate a portare avanti l’idea della fondatrice e svillupparla. 

Cosa c’è da vedere? 

Nell’esposizione permanente vengono presentati oggetti della collezione privata della fondatrice: abiti, accessori, oggetti di vita quotidiana, materiali che non furono presi in considerazione dalla storiografia poiché appartenenti alla “sfera privata”. Noi però partiamo dal presupposto che la moda è lo specchio della società e interpretiamo di volta in volta, sulla base dei suoi diversi aspetti, lo spirito dell’epoca di riferimento. Oggi più che mai è necessario attirare l’attenzione sugli oggetti. Queste “cose mute” vengono da noi messe in primo piano perché raccontano storie vissute. Ma soprattutto perché, oltre alle interessanti biografie che si celano dietro i singoli oggetti, è sempre possibile riconoscere attraverso di essi i ruoli e gli ideali sociali attribuiti alle donne nei vari periodi da parte dei rappresentanti della Chiesa, della medicina, dello Stato, della filosofia, della pedagogia e della letteratura.

Quali sono i vostri obiettivi prioritari? 

Nel Museo delle Donne l’obiettivo non è tanto la rappresentazione dell’intera realtà femminile nei secoli XIX e XX nella società occidentale, quanto rendere visibili immagini e ruoli femminili attraverso lo sviluppo della moda e la storia culturale degli oggetti di uso quotidiano. Non vogliamo solamente illustrare gli sviluppi, ma anche interrogarne l’interpretazione corrente: sembra che oggi le donne si muovano nella moda molto più liberamente che 50 anni fa e che oggi ognuna possa vestirsi come crede. Tuttavia l’apparenza inganna: non usiamo più i corsetti per mettere in evidenza il nostro seno, ma sempre più donne si fanno fare un seno finto per avvicinarsi all’odierno ideale. Le donne credono di dover essere magre, depilate e vestite in modo adeguato per potersi affermare nella vita. L’apparente libertà si scontra secondo me con forti limiti.

Voglio chiarire però che ai nostri occhi le donne non sono vittime inermi dell’oppressione: vediamo le donne come parte attiva di una società. E al di là di ogni valutazione, vogliamo indagare come si siano affermati standard che per noi oggi sono talmente normali che difficilmente potremmo immaginarne di diversi e quali effetti questi standard producono sulla nostra vita. La moda è un prodotto della società e i suoi trend non si creano in uno spazio vuoto: hanno cause e conseguenze politiche, economiche, sociali e filosofiche.

Sigrid Prader, Direttrice del Museo

Parlando proprio di queste conseguenze: quanto la moda è correlata alla percezione che le donne hanno di sé stesse?

L’obiettivo principale del Museo delle Donne è di spingere le visitatrici e i visitatori ad analizzare criticamente i luoghi comuni che nascono soprattutto in relazione alla cosiddetta “superficialità della moda”. Mai prima d’ora siamo stati esposti ad una quantità tale di immagini che presentano davanti ai nostri occhi in tutto il mondo 24 ore su 24 come dobbiamo apparire e come dobbiamo comportarci.

Lo stesso vale per la storia degli oggetti della vita quotidiana: siamo talmente abituate a manipolarli ed utilizzarli che raramente vediamo il pensiero che celano. Vogliamo fornire uno spunto per riflettere ed elaborare nuovi punti di vista. Vogliamo mostrare quanto la definizione di femminile e maschile per i ruoli che le donne e gli uomini credono di dover svolgere all’interno della società siano il risultato dell’evoluzione storica e siano continuamente in divenire.

Chi è il vostro pubblico? Gli uomini frequentano il Museo delle Donne?

Il Museo delle Donne è un museo per le donne, per gli uomini e intergenerazionale. Negli anni ’90 le domande sulla necessità di un museo delle donne erano all’ordine del giorno, soprattutto da parte dei maschi. Presto però molti uomini hanno capito che una grande parte della storia è stata trascurata e mal interpretata. Oggi l’agenda europea mette la questione di genere tra le priorità, c’è consapevolezza. E molti uomini frequentano il Museo. 

Quanto è importante la cultura e quanto sono importanti gli spazi della cultura nella promozione dei diritti?

Molto. A Merano, nel nostro museo ha sede anche la rete internazionale dei Musei delle Donne, all’interno della quale facciamo riflessioni comuni sull’importanza della cultura per trasmettere una cultura democratica ed equa nei confronti del genere e le decliniamo in progetti finanziati dall’Europa. Il nostro impegno va oltre il mondo museale, è vero e proprio attivismo, ci interessiamo di diritti umani, di politiche di genere, di rappresentazione femminile e la discussione è aperta e internazionale

Quanto è determinante oggi parlare il protagonismo delle donne per le giovani generazioni? Avete progetti educativi sul tema per promuovere la parità di genere tra i/le giovanissimi/e?

Nella nostra mission è espresso chiaramente il nostro desiderio di contribuire alla formazione di giovani e adulti. Proponiamo seminari e convegni su tematiche di attualità e di interesse specifico per le donne. Abbiamo un percorso per le scuole superiori di educazione alla differenza che viene realizzato attraverso una visita al museo e un laboratorio multimediale sulla differenza di genere. Il progetto è richiesto anche da molte scuole trentine ed è completamente interattivo e adattabile a qualsiasi richiesta specifica delle e degli insegnanti. Nel gruppo di lavoro abbiamo inoltre coinvolto anche giovani donne che ci danno nuovi punti di vista. Inoltre apriamo la possibilità di esporre nel Museo a scuole, artiste, associazioni nazionali o internazionali, dando così occasione di diverse rappresentazioni, proprio perché vogliamo dire che la Storia è anche una questione di punti di vista

Cosa è cambiato secondo lei negli ultimi 40/50 anni per le donne? E se immagina il mondo delle donne tra 40/50 anni cosa spera per noi?

I cambiamenti ci sono, solo che per i diritti delle donne e per le pari opportunità, i tempi sono molto lunghi. A seconda del vento politico c’è sempre la paura che si torni indietro. Per questo è importante che anche le attuali e le future generazioni siano vigili sui diritti acquisiti e che si impongano per ottenerne di nuovi. Le sfide ci sono sempre e ne arriveranno di nuove: è importante essere aggiornate su ciò che è al centro della discussione pubblica.

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Pubblicato da Susanna Caldonazzi

Laureata in comunicazione e iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige dal 2008, inizia la sua esperienza professionale nella redazione di Radio Dolomiti. Collabora con quotidiani, agenzie di stampa, giornali on line, scrive per la televisione e si dedica all'attività di ufficio stampa e comunicazione in ambito culturale. Attualmente è responsabile comunicazione e ufficio stampa di Oriente Occidente, collabora come ufficio stampa con alcune compagnie, oltre a continuare l'attività di giornalista free lance scrivendo per lo più di di cultura e spettacolo. Di cultura si mangia, ma il vero amore è la pasticceria.