Ecco perché l’homo selvatico volle fuggire da noi

Tempo di lupi, di orsi, di nuove cacce alle streghe. E allora cerchiamo di scoprire quella parte di selvatico che c’è in noi, affinché non ci si dimentichi del nostro essere parte della natura. E allora alziamo gli occhi verso l’alto, talvolta ci fa scoprire una realtà inaspettata. Se vogliamo osservare lo strano personaggio a tre teste che appare all’incrocio tra i Portici Minori (al n. 2) e i Portici Maggiori a Bressanone, bisogna alzare gli occhi verso lo spigolo del palazzo. Sembra quasi che ogni testa sia rivolta ad una strada e che il gigante sorvegli dall’alto il disorientamento provocato dall’ambiguità dell’incrocio. In realtà la statua lignea, risalente al Cinquecento, è la raffigurazione di un Wilder Mann, un uomo selvaggio, assai comune nella cultura europea, soprattutto in quella alpina. Secondo una tradizione popolare, le sue tre bocche, in determinati periodi, espellono monete.

Questa scultura non è una mostruosità e nemmeno una rarità. L’uomo selvatico, le cui origini si perdono nell’epopea di Gilgamesh – dove si celebra Enkidu, il selvatico coperto di pelo – e nel peloso Esaù, ha frequentato le nostre montagne da tempi immemorabili, lasciando rare ma inequivocabili tracce nel mondo dell’arte – popolare e colta – e segni più solidi nella cultura folklorica. Tra tutte le leggende ricordiamo quella rimasta nel toponimo ancor oggi in uso di Wildermann Bühel (in italiano Monte dell’Uomo, ma non rende assolutamente il senso), ovvero la piccola cima che si innalza sopra il lago di Monticolo e dalla quale si domina tutta la piana atesina. L’antico castelliere preistorico, dove un tempo si ergeva un enorme tempio con corridoio megalitico, è entrato nella leggenda perché si narra che qui si aggirasse un uomo selvaggio che pretendeva quotidianamente delle ingenti offerte dalla popolazione che abitava i radi masi del circondario. Un giorno però non arrivò niente e il selvatico uccise un abitante di un maso e ne inchiodò il cadavere sulla porta d’entrata della casa affinché la gente del posto ricordasse i propri doveri, forse esito di un antico patto di cui però noi non sappiamo nulla.

Probabilmente le fattezze originarie di questo “uomo del bosco” le possiamo immaginare guardando lo stipite romanico del portale d’ingresso (sud) della parrocchiale dell’Immacolata a Burgusio in val Venosta: due colonne che si trasformano in braccia/rami, una testa con grandi occhi e le mani che sono enormi foglie vegetali a sei apici. In realtà l’uomo selvatico, stando alle leggende e ai miti, non era violento ed aggressivo. Nelle varie tradizioni è una sorta di essere primordiale, a metà tra uomo e animale, che vive ai limiti della civiltà e i cui atteggiamenti, in opposizione a quelli dell’uomo civile, sono fin dall’antichità oggetto di fascino, paura e mistero. L’uomo selvaggio è generalmente considerato l’iniziatore di attività fondamentali per le singole microeconomie, nelle quali di fatto svolge il ruolo di eroe culturale. Le narrazioni del folklore testimoniano che, dopo aver insegnato le diverse tecniche di cui era depositario – l’arte casearia e la conservazione dei suoi prodotti, l’agricoltura con le sue tecniche e i suoi saperi, l’apicoltura, la lavorazione dei metalli, l’arte mineraria, ecc. –, fuggì nell’ambiente naturale, perché vittima degli scherzi e dell’incomprensione dell’uomo cosiddetto civile. Diverse opere incisorie del Cinquecento lo presentavano già nella “Caccia dell’uomo selvatico, gioco di Carnevale”. Da allora questo essere si relegò definitivamente oltre la periferia della civiltà.

Vipiteno, parrocchiale, homo selvadego

Eppure, come narra una leggenda della val dei Mocheni, l’uomo del bosco aveva sì un aspetto spaventoso, magari assomigliava a quel dio celtico Cernunnos, il dio cornuto, il dio dalle corna di cervo come lo vediamo scolpito sui liscioni della val Camonica, creatura virile, dalle braccia muscolose e il viso altero, con la testa ornata da un palco di corna, ma in definitiva era di buon cuore e sempre disponibile. Fu proprio lui, commosso dalla povertà della gente della valle, ad insegnare a fare il burro e a preparare il formaggio e la ricotta; nonostante ciò non tutti gli furono riconoscenti. Per secoli fu lo spauracchio dei ragazzi, esorcizzato durante il periodo del carnevale nella figura dell’Orso verde durante la sfilata dell’Egetmann a Termeno, nelle irruzioni burlesche dei gruppi dei Waldmandlen di Imst o di quelli dai costumi più elaborati formati dai licheni dei larici di Telfer (Tirolo). Gli affreschi e le sculture che lo riproducono ci mostrano una maschera di apparentemente indifferente serenità dietro la quale forse si nascondono e si conservano i segreti della natura messi al riparo dalle vane curiosità. Questo silenzio, ci ricorda l’alchimista Fulcanelli, rappresenta per noi l’antico Myste – dal greco “capo degli iniziati” –, incarnazione della scienza mistica o misteriosa.

Castel Rodengo. La sala di Ywain con l’uomo selvatico
Yvain, cavaliere del leone
Yvain, il cavaliere del leone (in francese: Yvain, le Chevalier du Lion) è un poema cavalleresco di Chrétien de Troyes scritto forse negli anni settanta del XII secolo, contemporaneamente a Lancillotto, il cavaliere della carretta. Il protagonista, Yvain, deriva dal personaggio storico di Owain mab Urien.
Nel poema, Yvain cerca di vendicare il cugino Calogrenant sconfitto da un cavaliere nella foresta di Brocelandia. Yvain uccide questo cavaliere, Esclados, e si innamora della sua vedova, Laudine. Con l’aiuto della damigella di Laudine, Lunete, Yvain riesce a sposarla, ma…

Figure protettive e apportatrici di fortuna?

Uomo selvatico, om selvadeg, silvano, salvàn, pàntogan, patau, beatrich, salvanèl, Wilder Mann, Gabilt Mann, sambinelo, fanès, om pelòs: sono tutti nomi che indicano la presenza del nostro personaggio fin dalle origini. Oltre ai racconti del folklore alpino, soprattutto delle valli più solitarie, così ben raccolti da Giuseppe Sebesta e poi affinati, per quanto riguarda il Trentino, da Andreas Foches, le testimonianze pittoriche e araldiche ci conducono attraverso un itinerario suggestivo sull’alterità, sulla natura selvaggia di un personaggio trasformato ben presto in burla o demonizzato in figlio di Satana applicando l’associazione creatura silvestre (ricordando il dio Pan)-demonio.

Una delle sue più belle raffigurazioni, seppur frammentaria, è dipinta sulle pareti dell’antica cappella di castel Rodengo, tra Bressanone e la val Pusteria. Fa parte del ciclo di Ywain, elaborato da Chretien de Troyes nel 1170 e qui in parte rappresentato qualche anno dopo. Nella scena 2, Ywain cavalca fuori dalla selva verso l’uomo dei boschi, che gli indica la fonte incantata. Il contrasto è evidente: il cavaliere perfettamente armato all’ultima moda si contrappone all’uomo nudo, arruffato, armato di una clava, con sembianze orsine. Ma è quest’ultimo che indica la magia dell’acqua: il bel cavaliere è ormai dimentico delle proprie radici di “conoscitore”. Nella chiesa di S. Maria a Vipiteno una lastra tombale raffigura il nostro uomo selvatico, con tanto di clava, posizionato al centro di uno stemma, sprizzante forza, energia e potenza. 

Scendendo lungo la via Imperiale, a S. Michele all’Adige, incontriamo l’antica locanda Aquila Nera, un tempo chiamata “Hostaria ala Aquila Rossa”. Sulla parete meridionale sono sopravvissuti alcuni frammenti di una donna selvatica con i capelli biondi intessuti di una corona di fiori e di un uomo selvatico con i capelli selvaggiamente scomposti, la mano che trattiene un grosso ramo a mo’ di bastone (Giovanni Dellantonio, Note sui dipinti murali dell’ex locanda Aquila Nera di San Michele all’Adige). Questi Adamo ed Eva primordiali, uomo e donna principi universali, cifra e chiavi del mondo, testimoni della Creazione, si ritrovano anche sulle pareti esterne di Casa Bertelli a Cavalese, affrescata nei secoli XIV e XV: qui ammiriamo la rara immagine della famiglia dell’uomo selvatico. Lui è nudo, peloso, si fregia il capo di rami, si appoggia alla clava; lei è a seno nudo, coperta da foglie intrecciate a guisa di perizoma e tiene per mano un bambino. Figure protettive e apportatrici di fortuna oppure svolgevano un ruolo apotropaico? Di sicuro queste immagini sono sfuggite alla pesante mano del Concilio di Trento. A pochi chilometri di distanza, a Predazzo, la “Fontana di Pè de Pardàc”, del XVII secolo, è decorata da due mascheroni barbuti: qualche storico ha ipotizzato che sia la raffigurazione di Giano Bifronte ma per la popolazione sono semplicemente homeni selvadeghi, coloro che hanno fatto scoprire l’acqua ai primi abitatori.

In val di Cembra, a Faver, c’era un tempo “’l capitel de l’om selvadech”, distrutto nel 1860; il toponimo è rimasto ad indicare che lì nella boscaglia viveva un piccolo uomo, tarchiato, svelto come un daino, molestatore di donne e di uomini, che impauriva con urla ferine. Per scacciarlo fu chiamato perfino il vescovo di Trento, che ci riuscì. Sue presenze sono state segnalate a Cagnò, Castelfondo (stemma sulla casa famiglia Geneti), Daone, Mori, sullo Sciliar, in val Badia, sopra Onies, ecc. Questo itinerario ci porta a conoscere il Padre, l’Anziano, il cui ruolo è stato, antropologicamente, quello di Maestro.

Orso Verde Egetmann 2015
Per saperne di più
Questo tema ci permette un viaggio nel selvatico fuori e dentro di noi, per abbattere, come ci ricorda Centini, le istanze virtualizzanti della presunzione prometeica ormai sorda ai richiami della Natura. Uno dei primi studi apparsi sul tema dell’uomo selvatico è di Roberto Togni, L’uomo selvatico nelle immagini artistiche e letterarie, Annali di San Michele, n 1, 1988. Nel 2000 Massimo Centini pubblica, per i tipi di Priuli&Verlucca, un approfondito saggio, “L’Uomo Selvaggio. Antropologia di un mito della montagna”, da leggere tutto d’un fiato. Per piccini o per il bambino che abbiamo dentro di noi, Andrea Foches ha pubblicato un libretto (con DVD): “Leggende dell’Uomo Selvatico”, Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele-Priuli&Verlucca Editori. L’autore ha riscoperto le fiabe e le leggende della tradizione popolare del Trentino e il DVD ci porta nei luoghi, nelle architetture, nei costumi e nelle maschere che raccontano queste figure leggendarie dei boschi trentini.
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com