Enrico Merlin: “Senza musica la vita è un errore”

Parlare con lui è un po’ come ritrovarsi tutto a un tratto in un’incisione di Maurits Cornelis Escher o in un romanzo di Mircea Cartarescu: la relatività la fa da padrona insomma. Tant’è che sono riuscito ad intercettare Enrico Merlin durante i preparativi di un trasloco, in una bella mansarda con vista castello del Buonconsiglio. Musicista, storico della musica del ’900 e insegnante, Merlin è uno dei massimi esperti della musica di Miles Davis, di cui ha pubblicato il catalogo discografico completo. È curatore di rassegne, mostre e festival legati al mondo dell’improvvisazione.

Già sapevo che non sarebbe stata un’intervista facile. Sì, che avrei avuto numerosi giramenti di testa. A capirlo mi era bastato ritrovarmi davanti alla sua ultima creatura editoriale, imponente, quasi biblica, intitolata “1000 Dischi per un Secolo: 1900-2000” (Il Saggiatore). Dal Ragtime e Tosca fino al Glitch e al Metal estremo, passando per Arnold Schönberg, Nino Rota, i Beatles, John Coltrane, ma anche per Cuba, Etiopia, Brasile, Pakistan… il repertorio di 1000 dischi per un secolo è forse il viaggio spazio-temporale più panoramico che sia stato finora tentato attraverso la musica del ’900. Una mappa galattica con l’ambizione di illustrare, per campioni, tutte le musiche che si incrociano oggi nell’universo mediatico. Un libro da leggere e da consultare, ma soprattutto un generatore di sorprese, di associazioni impensate, ricco di stimoli per conoscere musiche di cui anche l’appassionato più eclettico forse non ha ancora sentito parlare. 

Enrico Merlin e Valerio Scrignoli, partner in uno dei suoi tanti progetti: “Maledetti”

Ma tornando a bomba, per il sottoscritto, le avvisaglie della vertigine di cui sopra sono cominciate leggendone l’introduzione. In essa Merlin propone una sua “idea” della musica. Ovvero la risposta alla domanda “di cosa parliamo quando parliamo di musica”. Insomma un incontro tutt’altro che convenzionale, destinato a finire in un’intervista che ha una particolarità: ha già un suo titolo ancora prima di cominciare. “Senza musica la vita è un errore”. 

Ti piace?
Mi pare che sia una frase di Nietzsche. In effetti capita anche a me con i dischi. Parto dalla copertina e poi…

…ma ti piace questo titolo?!
Beh, su Marte la vita non c’è. E non c’è nemmeno la musica. Ecco tutto.

Tu sei un musicista, ma anche un ricercatore, se mi permetti. Ma cos’è che stai cercando esattamente?
Mi interessa l’organizzazione del suono. Poetica e strutturale.

Capisco… E perché a un certo punto della tua vita hai deciso di fare il musicista (e il negoziante di dischi)?
Vi sono delle regole della Fisica che regolano anche le nostre scelte. Determinate da come noi siamo “costruiti”…

Insomma, quando hai capito che la musica avrebbe avuto un posto preminente nella tua vita?
Penso da subito. I miei non mi hanno mai incoraggiato in tal senso. Anzi… Anche perché ho sempre avuto quest’approccio maniacale. Da “o tutto o niente”.

Prima canzone?
“Banana Boat Song” di Harry Belafonte e “Ob-La-Di, Ob-La-Da” dei Beatles.

E il periodo del punk come lo hai vissuto?
In modo disastroso, perché io stavo più sul prog. Pensa: ero una specie di strano dinosauro già a 14 anni…

E la divulgazione? Quando è diventata parte del tuo pedigree d’artista?
Mi piaceva raccontare quel che scoprivo. Per me la musica è un’esperienza anche trascendentale.

Approccio sciamanico?
No, non è quello. Benché si tratti di una creazione umana penso che noi uomini siamo antenne che ricevono segnali.

Così, a caso?
Gli elementi stocastici apparentemente casuali sono in realtà generati da una serie di conseguenze. Che ti portano sempre da qualche parte. Passandoti attraverso.

Ehm… forse è meglio se torniamo al negozio di dischi del tuo passato. Tu lo venderesti un disco fatto da una star che scopriamo essere pedofilo?
E allora?! Lo cancelliamo dalla storia della musica per questo? Occhio che la cancel culture è esattamente quello che la cancel culture si propone di cancellare. Frank Zappa diceva che la musica viene prima. Viviamo in una società che ama più le categorie dei contenuti che quelle categorie definiscono.

L’arte si può svincolare da un pensiero politico?
No. Qualsiasi azione umana non può esserlo. L’importante che poi non se ne faccia una bandiera, una partigianeria.

Hai seguito questa regola anche con il tuo libro?
Sì, a partire dal titolo, che oltre che provocatorio è anche un po’ da nerd, non trovi?

Un paradosso ironico.
Autoironico, direi. Perché io sono contro le catalogazioni e le antologie.

Un secolo di musica visto attraverso la lente del tuo esagramma. Ovvero sei elementi fondamentali più uno che li sintetizza: chiamato “interplay”. Melodia, armonia, ritmo che attraverso (o forse a causa) della tecnologia portano a timbro, dinamica, espressività. Ma qual è il parametro più importante?
Ognuno ha il suo. Per me è l’espressività. 

I musicisti fondamentali nella storia? Risposta secca!
Prima viene Bach. Poi Schönberg, il Bach del ‘900. Il resto è mera transizione.

La suddivisione in generi è nata solo per agevolare il consumo?
Direi di sì, come avviene per qualsiasi prodotto commerciale.

A noi lo puoi confidare: perché ti sei cimentato in questa impresa titanica?
Mi interessava raccontare come si evolve l’organizzazione dei suoni nel corso di un periodo storico che non è il secolo breve, ma per la musica il più lungo che ci sia mai stato.

C’entra ancora qualcosa la bellezza o siamo alla pura scientificità?
La musica può essere bella, ma anche no. Esiste lo stesso. Il patrimonio musicale non è un contest. 

Però ci può essere una melodia orecchiabile oppure una disturbante improvvisazione…
Bèla Bartok diceva che la competizione non è per gli artisti ma per i cavalli. Utilizziamo le definizioni per raccontare qualcosa che le trascende. Ecco cos’è la musica.

Ci è rimasta in sospeso la bellezza.
Sul concetto di bello ho qualche difficoltà. Mi interessa di più la coerenza tra gli elementi dell’esagramma.

A proposito del legame tra pazzia e creatività…

Ok, ma perché ci commuoviamo, cosa toccano le note dentro di noi? Qualcosa che ha a che fare con l’origine di tutto, con il Mistero o il Caso dal quale proveniamo?
Posso darti una spiegazione emotiva e una matematico-funzionale. Quest’ultima è più facile da spiegare…

Sono tutt’orecchi!
C’è una geometria che il nostro cervello percepisce, indirizzata sempre verso una sua sorta di comfort zone

La spiegazione emotiva?
Anche se non sei un musicista ti accorgi quando un suono ti muove il cuore, a seconda di sensibilità e cultura. Il suono è legato alla nostra ancestralità. L’udito è l’unico senso che ci permette un contatto con l’esterno quando siamo nel ventre materno. In più, è l’unico senso che non può essere escluso.

Ovvero?
Gli occhi li puoi coprire, puoi turarti il naso, puoi evitare di toccare qualcosa, ma il suono lo senti e basta.

Come il fracasso del Big Bang…
Bravo! Tutte le religioni e la scienza sono concordi nell’affermare che all’inizio di tutto c’è stato… un gran botto. Lo hanno chiamato Big Bang, ma avrebbero potuto definirlo un Grande Suono.

Ma se sono così fondamentali, perché nella storia il suono e la musica li si è relegati ad una funzione quasi ornamentale?
Semplicemente perché se ne ha paura. 

E la parola?
Anche la parola è suono. E la scrittura non è altro che la sua trasposizione. Quindi – se ci pensi – sempre di suono si tratta! Peccato che spesso siamo noi musicisti stessi a dimenticarlo.

La musica è un’esperienza religiosa?
Religiosa non lo so, ma quando io suono, in quel preciso istante, sento che – non so come, né perché – mi sto collegando con qualcosa che nasce dalle profondità del cosmo.

Ecco perché il potere spesso banalizza la musica o la rende colonna sonora di altre attività…
Igor’ Stravinskij lo aveva capito. Per questo affidò le sue note alla danza. Oggi come allora, la gente si lascia sempre tradire volentieri dallo sguardo.

Perché quando ci troviamo di fronte ad un grandissimo talento, non solo musicale, spesso ci scappa la battuta “Questo è un pazzo”?
Un legame c’è. Per essere un artista e creare qualcosa di interessante ci vuole uno scollamento dalla realtà, dal quotidiano. Esattamente quello che la società definisce “follia”.

L’arte per un certo periodo ha cercato di replicare la realtà. Ma nel momento in cui abbandona il vincolo della simulazione, stimola pensieri nuovi. Si verifica uno stacco dalla consuetudine.

A proposito, sei tu a suonare lo strumento o è la musica a suonare te?
Prima di ogni concerto – specie quelli da solista – faccio un pensiero. Compio una sorta di invocazione, lasciando il volante alla musica. “Guida tu, adesso”.

Funziona?
Io non ho mai avuto un problema…

E come sta oggi la musica?
Stanno nascendo un sacco di cose interessanti, raramente abbiamo avuto tanta varietà e originalità nella storia… ma le armi di distrazione di massa sono spianate.

Siamo arrivati alla smaterializzazione e questo ha un che di filologico…
Nel senso di ritorno al passato, dici? Sì. Non abbiamo più supporti fisici, ma files invisibili. Con Napster prima e con Spotify adesso possiamo tenere tutto lo scibile umano in un hard disk.

Una grande opportunità…
Sì, che però ci è sfuggita di mano. Ed era evidente che sarebbe accaduto. 

Perché?
Se leggiamo solo tre capitoli a caso di un romanzo ci possono accusare di stramberia. Se lo facciamo con i brani di un album invece è considerato normale. Per questo dico – e il mio libro sta lì a urlarlo – che dobbiamo riportare la musica alla sua centralità. E smettere di avere paura della connessione con l’ancestrale, con il nostro essere più profondo.

Specchio della realtà che viviamo.
È giusto che la musica perda il peso fisico – così come ne sta perdendo l’universo – ma non deve perdere il suo peso specifico in termini di comunicazione.

Aspetta… L’universo sta perdendo peso?!!
Sì, a causa dell’espansione della materia oscura e dell’allontanamento delle galassie. Lo vedi questo hard disk? Vuoto o con la digitalizzazione dell’intero patrimonio musicale dell’umanità ha lo stesso identico peso. È un miracolo o no?!

Domande fisse
1) Il libro che sta leggendo?
Khatru di Riccardo Pro.
2) Il suo numero preferito?
8, a volte il 7.
3) Il suo colore preferito?
Blu oltremare, quello cangiante che non si può riprodurre, che non rende in foto, ma alcuni pittori riescono a evocare.
4) Il piatto che ama di più?
Penso le lasagne al forno, ma se la giocano con carbonare in varie declinazioni.
5) Il film del cuore?
Blues Brothers, nei giorni di festa.
6) La squadra di calcio che tifa?
Preferisco il potassio.
7) L’automobile preferita?
Sono analfabeta nel campo. Mi basta che sia comoda e affidabile. Se potessi permettermelo comprerei una macchina super assistita.
8) Il viaggio che non è ancora riuscito a fare?
In Sudamerica, senza limiti di tempo nè di chilometraggio, ma anche certe zone dell’America del Nord.
Poi un po’ di Nord Europa.
9) Ha animali domestici?
Con la vita che faccio sarebbe una crudeltà. Ma nella famiglia dei miei ci sono sempre stati cani e/o gatti. Anche ora.
10) Cantante, compositore o gruppo preferito? (qui la voglio…)
Domanda impossible a cui rispondere, ma credo che se dovessi guardare all’evoluzione ovviamente sarebbe Miles Davis, ma pensando a chi ammiro ancora oggi come uomo e ricercatore è Ry Cooder. Nel cuore sempre Nick Drake e Lowell George. Jimi e Zappa rispettivamente alla sinistra e alla destra del padre.
11) Qual è la qualità che apprezza di più in una persona?
La sincerità e capacità di mettersi in gioco in reale reciprocità.
12) Il difetto che negli altri le fa più paura?
L’opportunismo e la simulazione.
13) La sua idea di sostenibilità?
Credo che i modelli attuali più diffusi siano la negazione del concetto di sostenibilità. L’arte, la cultura, la filosofia (e perché no, la fiducia nella scienza) dovrebbero essere i perni portanti della nostra società. Lo so non sono originale… Da anni combatto, però, oltre le convenzioni.
14) La cosa che le fa più paura?
Si lega a quanto espresso nella risposta precedente. La politica e ciò che viene abitualmente passato per cultura stanno rischiando di condurci sempre più giù nell’abisso. E pensare che le soluzioni sarebbero così facili da attuare se solo si volesse.
15) Ha un suo sogno notturno ricorrente? 
Troppi. Jung si sarebbe dvertito un casino con me… ah ah ah
16) Se non avesse fatto quello che ha fatto, cosa avrebbe voluto fare?
Da bimbo volevo fare il paleontologo. I’m a dinosaur, somebody is diggin’ my bones, come cantava Adrian Belew.
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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).

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