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Enzo Galligioni: “La salute? È legata ad animali e ambiente”

Ezio Galligioni a Washington DC nel 2017

Nato all’ombra del Santo, il dottor Galligioni arriva a Trento come primario di oncologia. Abbina il lavoro clinico alla ricerca, che trova il suo culmine nella Fondazione Pezcoller, di cui è presidenteLa sua casa è nel cuore di Trento. Dall’ampio soggiorno nel quale ci accoglie insieme alla moglie, si vedono i tetti del centro storico, inondati dal sole tiepido di fine inverno. Il dottor Galligioni è stato primario di oncologia all’ospedale di Trento per vent’anni, da quell’anno 1996 in cui ha vinto il concorso da primario fino alla pensione nel 2016. La sua prestigiosa carriera, in una branca della medicina complessa quanto difficile, gli ha dato grandi soddisfazioni professionali, in primis quella di aver creato e plasmato il reparto sulle sue esperienze, portandolo ad alti livelli. Ma non è tutto. Nel 2016 è stato nominato presidente della Fondazione Pezcoller, che opera sulla ricerca e sulla valorizzazione delle eccellenze in ambito medico oncologico. Un carattere forte e determinato, di chi ha le idee chiare. E davanti ad un caffè, ci ha raccontato il suo percorso professionale e di uomo. 

Cominciamo dalla sua storia personale e professionale.

Sono nato a Padova nel 1949, dove mi sono laureato nel 1975 e poi sono andato in Friuli prima ad oncologia a Pordenone, poi al centro tumori di Aviano, dove sono rimasto vent’anni. Sono stato poi il primo primario di oncologia a Trento, perché prima c’era solo la radioterapia; nel ‘96 infatti è stata istituita l’oncologia medica. Ho avuto così l’opportunità di impostare un reparto nuovo, un po’ con la mia visione. 

Se ne fanno di cose in vent’anni.

Tante. Ho avuto occasione di partire con la cartella informatizzata per tutti i pazienti oncologici; il dipartimento oncologico poi copriva tutto il Trentino. Insomma tutta una serie di iniziative, oltre al lavoro clinico sempre abbinato alla ricerca.

Un modus operandi frutto delle sue esperienze.

Sono stato un anno negli Stati Uniti proprio agli inizi della mia esperienza in Friuli; lì mi sono occupato di applicazione e sperimentazione clinica ma anche sperimentazione di base. Questo è servito molto per la formazione nella ricerca. Capire cos’è un tumore, come si sviluppa, come cresce nei modelli sperimentali aiuta a capire quello che si vede nel paziente. 

Quando ha pensato alla medicina? Da bambino cosa pensava di fare?

Non ero sicuro di voler fare il medico. Ho fatto il liceo classico, ma alla fine del liceo, quando devi decidere che cosa fare, ero un po’ combattuto: mi piaceva la chimica, mi piacevano biologia e medicina. Mi spaventava un pochino perché era un percorso lungo, poi ho scelto medicina ed è stata una scelta che mi ha proprio soddisfatto. 

E come mai proprio oncologia?

Mi ci sono avvicinato casualmente. Ero ancora agli ultimi anni di medicina, quando si comincia a pensare agli internati in qualche reparto; in quel periodo mio cugino si era ammalato; ero andato a trovarlo e casualmente ho trovato quello che è stato poi per anni il mio mentore, il dottor Grigoletto, medico in oncologia a Padova; il quale mi ha detto “Cosa fai, cosa pensi di fare… vieni qui che c’è bisogno!” Sono andato lì, ho cominciato a frequentare fino alla laurea e dopo la laurea mi è stata offerta la possibilità di una borsa di studio perché si apriva il nuovo reparto a Pordenone. 

Questa è stata la sua fortuna.

Sì, perché se restavo a Padova, dovevo mettermi in fila perché ero l’ultimo arrivato. Mi sono laureato a novembre del ‘75, a maggio ‘76 sono stato assunto. Ero nel posto giusto ed è cominciata la mia vera fortuna professionale: ho avuto modo di imparare bene l’oncologia. 

Con la moglie, anche lei medico

A che punto era l’oncologia a quei tempi?

Ancora ai primi sviluppi; il mio primario diceva sempre “Non spaventarti!” perché agli albori dell’oncologia i risultati erano modesti. L’oncologo medico è quello che pian piano, assumendo la responsabilità del paziente dall’inizio alla fine, ha una visione completa della malattia. Oggi è un mondo completamente diverso. 

Eppure il cancro è ancora oggi una delle principali cause di morte. 

Ma sempre di meno. In molti casi, pur conoscendo le cause, facciamo poco per evitarli. 

Si riferisce alla prevenzione?

Si attua lavorando sugli stili di vita: una buona attività fisica, la giusta alimentazione ed evitando fumo, inquinamento, ecc. riducono notevolmente il rischio. A parte questo, c’è stato un balzo della diagnosi precoce, grazie alla quale si può guarire senza troppi costi in termine di terapie pesanti. Oggi il cancro è più guaribile dell’ipertensione; l’ipertensione non si guarisce: si cura. Stessa cosa per il diabete, si cura ma non si guarisce. Questa è la grossa differenza. 

Della sua esperienza di primario a Trento cosa ricorda?

Sono arrivato giovane primario a 46 anni, in una realtà nuova, e qui ho dovuto misurarmi con varie difficoltà: aprire un reparto, attivare la degenza e come sempre succede all’inizio, avendo a disposizione poche risorse. Eravamo in pochi; è stata dura, però ho trovato del personale infermieristico straordinario, sia come preparazione sia come attenzione umana verso il paziente. 

Presidente della Fondazione “Pezcoller”

La sanità trentina ha fornito i sostegni necessari al suo percorso?

Non mi ha mai fatto mancare il necessario. Negli ultimi tempi, con l’esplosione dei costi dei farmaci a target molecolare (parliamo di 6 milioni di euro solo per i farmaci), ci siamo organizzati: eravamo in grado di documentare – paziente per paziente – l’utilizzo di questi farmaci e di fronte a questo non ci hanno mai negato il sostegno per curare i pazienti. E quando mi confrontavo con colleghi di altre regioni, tutti invidiavano la situazione del Trentino! 

Trento le piace, insomma! 

Nel 2016 sono andato in pensione, però resto qui perché è un posto che mi piace, c’è una buona qualità di vita, ci sono servizi. E c’è una buona sanità. 

Veniamo alla Fondazione Pezcoller: da quando la presiede? 

Dal 2017. L’incarico è quinquennale, totalmente gratuito, come per tutti i collaboratori Pezcoller. C’è un consiglio di amministrazione ben articolato e una rappresentanza composita sempre su base volontaristica; poi c’è il collegio dei revisori dei conti, in modo che tutte le attività seguano regole e normativa. 

La Fondazione “Pezcoller”
La Fondazione Pezcoller è un ente senza fini di lucro che ha come fine istituzionale la promozione della Ricerca sul Cancro. È stata istituita a Trento nel 1980 dal Prof. Alessio Pezcoller (foto sotto, 1896-1993 ) già primario chirurgo all’Ospedale di Trento.
Il patrimonio della Fondazione è costituito dal lascito del Professor Pezcoller, che generosamente ha donato tutti i suoi beni, integrato successivamente da altre donazioni e lasciti. La Fondazione è gestita da un Consiglio di Amministrazione, composto dal Presidente e da 10 consiglieri, e gode del patrocinio della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto (CARITRO).
Le Attività della Fondazione sono sostenute economicamente dalle sue entrate e dai contributi della Fondazione CARITRO e di altri donatori, pubblici (Provincia Autonoma di Trento Comuni di Trento e Rovereto) e privati. 

Ci racconta qualcosa del vincitore di quest’anno?

Hans Clevers, un biologo molecolare olandese di 64 anni, che lavora a Utrecht. Parliamo di medicina rigenerativa e medicina personalizzata, che sono i due meriti che hanno portato ad attribuire ad Hans Clevers il premio Pezcoller di quest’anno. Uno così meriterebbe il premio Nobel… staremo a vedere! 

Qual è stata l’intuizione di Clevers?

Studiando le cellule staminali dell’intestino, intanto le ha identificate (cosa per niente facile), poi ha capito quando funzionano bene e quando funzionano male e che quello che regola il tutto è il programma genetico che hanno dentro. Ha capito anche che quando il gene è alterato per qualche motivo, può nascere il cancro. Quindi la causa del cancro del colon dipende dall’alterazione di questo gene. Questo vuol dire che se io voglio evitare il cancro del colon o se voglio curarlo, devo mettere il gene in condizioni normali, altrimenti non riesco a prevenire/curare la malattia. Insomma, capire il meccanismo è la premessa per trovare poi la cura. Ma non è tutto: Clevers ha trovato il modo di far crescere le cellule staminali in laboratorio. 

In montagna: sua grandissima passione

Siamo nel pieno di una pandemia mondiale: come evolverà la situazione secondo il suo parere?

Non sono un epidemiologo né un virologo, ma il covid ci ha insegnato a non fare previsioni. Come evolverà? Non sono in grado di dirlo. È una malattia virale, infettiva. Ci eravamo dimenticati delle malattie infettive: la peste, la spagnola… Con gli antibiotici e gli antivirali ci eravamo illusi di poter controllare qualsiasi cosa. Come niente invece questo virus ha messo in ginocchio tutto il mondo, con un milione di morti. 

In passato le malattie infettive hanno avuto un loro decorso e poi, pian piano, sono rientrate…

Da quando è nato l’uomo, abbiamo capito che le malattie infettive regrediscono o perché ammazzano i più fragili (come facevano le pestilenze in passato) o perché si trova il modo di difendersi. Noi abbiamo imparato a difenderci con l’igiene e con l’attenzione al distanziamento, rispetto alle pandemie del passato. Adesso abbiamo tre strumenti: maggiori conoscenze, il vaccino e gli strumenti per monitorare e contenere assembramenti e contatti. La speranza è che con la vaccinazione diffusa si possa controllare. Questo è un virus anomalo rispetto a quelli di un passato anche piuttosto recente. La contagiosità nasce dalla commistione di mondo umano e animale su cui sappiamo ancora molto poco; poi mettiamoci la densità e la mobilità della gente. Pensare che una cosa che nasce in Cina e dopo due giorni arriva in tutto il mondo, vuol dire che siamo in tanti e a stretto contatto e questo facilita la diffusione di malattie. Quelle più aggressive e diffusive sono quelle che resistono di più e quindi è più facile il contagio. 

Ma come andrà a finire? 

Speriamo con massiccio uso di vaccinazioni da una parte e l’attenzione dall’altra, fino all’immunità di gregge, alla diffusione. Io che sono in età di rischio, non ho cercato scappatoie per farmi vaccinare prima; quando sarà il momento, me lo daranno. E poi impariamo un po’… Se pensiamo che la salute umana sia qualcosa di indipendente dalla salute animale e ambientale siamo fuori strada, perché se c’è uno squilibrio in termini di salute in un verso, ne risentono inevitabilmente anche gli altri. 

Ultimi giorni di “servizio”

Le sue passioni?

Finalmente posso permettermi di andare in montagna, è uno dei motivi per cui sono rimasto in Trentino. Da giovane avevo cominciato ad andare col deltaplano; è un’esperienza favolosa. Poi sono caduto: esperienza conclusa. Però pensavo di tornarci… I primi tempi della pensione ho fatto dei bei viaggi. Mi piace cucinare quando ho tempo e quando mi viene l’ispirazione, nel senso che a me non viene naturale; devo impegnarmi. Mi piace la buona tavola, mi piace un buon bicchiere di vino, la compagnia, l’allegria, la musica classica. 

Della vita privata che ci dice?

Sposato, due figlie, la moglie è di Codogno (si proprio quel Codogno lì, divenuto famoso per via del Covid); lei era a Padova per studio e ci siamo conosciuti lì. Si occupa di psicoterapia infantile ed è docente di una società scientifica. 

Parlate di lavoro anche a casa?!

Per carità! Cerchiamo di non farlo! L’ambito medico è molto più concreto, l’ambito psicologico è più vago. 

Dopo la pensione si occupa ancora di medicina?

No. È così grande l’evoluzione dell’oncologia medica che chi vuole continuare la professione deve mantenersi aggiornato. Insomma, diventa un’impresa difficile e rischi di far del male più che del bene. Se qualcuno mi chiede in via confidenziale dei consigli, per carità, glieli do, ma niente di più.

Domande fisse
Il libro che sta leggendo: con grande fatica, uno su Mussolini. Però se mi chiede il libro del cuore che ho riletto ormai almeno una decina di volte, è “Il maestro e Margherita” di Bulgakov. La storia è bella e romantica, così ricca di inventiva e di umorismo.
Numero preferito: nove
Colore: rosso, sono uno passionale. Sono del Toro: buona tavola, buona compagnia, buon vino e il resto…
Il piatto che ama di più: mi piace la carne, adoro i primi, i risotti (mia moglie credo sia la migliore cuoca di risotti) ma anche la pasta. Se mi dici cosa mangeresti questa sera, o una carbonara o una amatriciana.
Film del cuore: ci devo pensare perché sono andato poco al cinema. Quello che ricordo più di tutti è “Fantasia” di Disney, musica e animazioni straordinarie. 
La squadra di calcio: non sono tifoso; semmai il Padova di cinquant’anni fa! 
L’automobile preferita: comoda e guidata da altri. 
Il viaggio che non è ancora riuscito a fare: con la pensione avevo in progetto l’Etiopia, ma l’anno scorso, causa Covid, non siamo riusciti ad andare. Quello mi intriga molto e spero di poterci andare. 
Animali domestici: Sono un cattivo padre perché sono un appassionato di fiori e – quando eravamo in Friuli – non ho mai voluto avere un cane perché mi avrebbe rovinato le rose! La figlia più piccola ancora me lo rimprovera! Gli animali mi piacciono fuori, meno averli in casa. 
Musica preferita: La classica: Mozart, Beethoven, Bach, Tchaikovsky, Mendelsshon, Hendel. Non sono un intenditore, ma mi piace molto ascoltarla.
Se non avesse fatto quello che ha fatto, cosa avrebbe voluto fare: Quando pensavo a cosa fare, ragionavo sulla chimica, ma poi è stato talmente naturale arrivare a medicina… Non credo nessun’altra professione. Forse un’attività di servizio, doversi occupare degli altri, ecco, questo me la vedo naturale. Ma non mi piace essere sottoposto; mi piace avere un ruolo.
La cosa che le fa più paura: la malattia mentale, che implica la perdita dell’autonomia sia fisica che intellettiva; mi spaventa di più l’Alzheimer piuttosto che un cancro.
Sogno notturno ricorrente: volare con il piacere di farlo, non come paura. O sognare le sensazioni provate in montagna. 
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Pubblicato da Tiziana Tomasini

Nata a Trento ma con radici che sanno di Carso e di mare. Una laurea in materie letterarie e la professione di insegnante alla scuola secondaria di primo grado. Oltre ai grandi della letteratura, cerca di trasmettere agli studenti il piacere della lettura. Giornalista pubblicista con la passione della scrittura, adora fare interviste, parlare delle sue esperienze e raccontare tutto quello che c’è intorno. Tre figli più che adolescenti le rendono la vita a volte impossibile, a volte estremamente divertente, senza mezze misure. Dipendente dalla sensazione euforica rilasciata dalle endorfine, ha la mania dello sport, con marcata predilezione per nuoto, corsa e palestra. Vorrebbe fare di più, ma le manca il tempo.

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