Falegnami ad alta quota

I fratelli Curzel all’opera in un panorama mozzafiato, catturato dai droni della serie prodotta da Eie Film per Dmax, col supporto della Trentino Film Commission

Il Trentino è prima di tutto, nell’immaginario di chi ci vive e di chi lo osserva da fuori, montagna. Le Dolomiti, i laghi, la neve, gli sport outdoor e tutte le sue proposte enogastronomiche, fino ad arrivare a, talvolta, anche le declinazioni più strane. Un esempio ne è la serie televisiva, trasmessa su Dmax nelle scorse settimane (e tutt’ora in onda con gli ultimi episodi), “Falegnami ad alta quota”. Le puntate, visibili sul canale 52 o su Discovery+, raccontano infatti da vicino, da vicinissimo, il mestiere di una famiglia, i Curzel, specializzata nelle ristrutturazioni di rifugi d’alta quota e nella realizzazione di baite in bioedilizia.

Ma da dove nasce un progetto simile? Da chi viene l’idea di raccontare una professione montana così poco nota? Dalla sua regista, Katia Bernardi, anche lei trentina. «Ho conosciuto i fratelli, Paolo e Giovanni Curzel, nella vita privata – racconta. Io vivo a Levico e avevo bisogno di un’asse di legno per il mio studio, quindi mi sono rivolta a loro. Non avevo idea di cosa avrebbe significato. Innanzitutto – scherza – per un artigiano del loro genere una richiesta “sciocca” come quella di un’asse diventa complessa, motivo per cui ho atteso la consegna per quasi un anno. Le tempistiche però ci hanno permesso di instaurare una relazione, di conoscerci, di diventare amici». Relazione: questo il centro di ogni buon lavoro di regia, cinematografica o televisiva che sia, per Bernardi: «Più è forte il rapporto tra me e chi vado a raccontare, più emerge inconsapevole e naturale la realtà dei soggetti» – spiega ancora. Dal rapporto umano, dunque, nasce la voglia di raccontare un mestiere tanto estremo, quanto particolare; nasce la stesura scritta della serie, con Davide Valentini, e poi, solo negli ultimi 40 giorni di 1095, il periodo di riprese.

Katia Bernardi e la sua troupe

40 giorni non continuativi, distribuiti tra giugno e novembre 2021, tra Dolomiti del Brenta, Lagorai, Valsugana, Val dei Mocheni, Vigolana, che hanno rappresentato per Katia Bernardi una vera e propria sfida: «Per me era la prima serie tv, e devo dire che la produzione è stata davvero faticosa, ma allo stesso tempo arricchente – chiarisce. Raggiungere le location di alta quota è una sfida continua, tra variabili meteo e viaggi in elicottero. Peraltro, io ho paura di volare, quindi ogni viaggio per salire e scendere dalle montagne in cui si svolgevano le riprese è stato una continua sfida con me stessa. A questo ci va aggiunta la fatica delle sveglie alle 3 e mezza del mattino, del dormire per terra in un cantiere… Però, da trentina lo devo ammettere, non conosci la montagna fin quando non sei lassù». Parafrasando Paolo Cognetti e “Le otto montagne”, Bernardi, conferma che «quando sali di quota, lasci a terra le “rogne” della tua vita quotidiana. Il telefono non prende, il tempo scorre diversamente, si dilata, e ti avvicini in maniera unica e indescrivibile alla natura. Ci sei tu – continua –, un silenzio irreale e, di notte, la distesa della Via Lattea sopra la testa».

Paolo e Giovanni Curzel

Una storia di famiglia, di tre generazioni, quella di “Falegnami ad alta quota” prodotta da EiE film con il sostegno della Trentino Film Commission, in cui, per la regista «emerge l’amore per la montagna, la dignità del lavoro, la generosità di queste persone. Sono soggetti di cui mi sono “innamorata”, come sempre mi accade quando racconto qualcuno – aggiunge – col risultato che, a mio avviso, non c’è finzione in quello che si vede sullo schermo: quelli sono loro, coi loro caratteri, la loro esuberanza e “follia”».

Di formazione pop, come lei stessa dichiara, Katia Bernardi ha alle spalle anni di pubblicità e qualche documentario “al femminile”, da “Funne – Le ragazze che sognavano il mare” a “Inedita”, la storia di Susanna Tamaro. Per la prima volta, questa produzione, ha significato incontrare un universo maschile: «Credo che una donna che osserva e racconta degli uomini abbia un approccio diverso – spiega. In più il mio percorso registico quasi in chiave comica, si nota anche qui: c’è di certo una parte action, fatta di manovre estreme di elicotteri, di adrenalina, di paesaggio, ma c’è anche la profondità del racconto dei personaggi e, appunto, un’osservazione leggera, ironica».

E cosa manca, allora, nella carriera di una regista onnivora, per i prossimi anni? «Un film di finzione – conclude. Un film che peraltro è già pronto, nel cassetto. Ma perché no, anche una seconda stagione di questa splendida esperienza».

Tra le emozioni più grandi per il team di lavoro di “Falegnami ad alta quota”, quella delle notti e delle albe passate da soli, in compagnia del silenzio e della montagna.
Katia su un trono di legno edificato dai Curzel. Alla base di un film c’è sempre – lei stessa sostiene – un rapporto, un’amicizia, il divertimento, la squadra e il lavoro condiviso
Le riprese ad alta quota, sfidando il freddo, le alzatacce e i voli in elicottero per raggiungere il set.
Le strutture “al limite” che i fratelli Paolo e Giovanni, portavoce di un mestiere alla terza generazione familiare, costruiscono in location spettacolari
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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.