Fare pace con il passato

Prevista per il 27 marzo, la 94esima edizione di uno degli eventi più attesi da cinefili e non, gli Oscar, tornerà dopo le infelici edizioni pandemiche ad avere un presentatore, riacquistando qualche briciola di normalità. E mentre, nelle settimane, si sono sprecati e si sprecano i pronostici e i tentativi di rintracciare le “leggi” in grado di decretare i vincitori, l’Italia – dai social alla critica – sembra essersi unita nella patriottica speranza che a portarsi a casa la statuetta come Miglior film straniero sarà Paolo Sorrentino.

Candidato per la seconda volta (dopo aver vinto con “La grande bellezza” nel 2014), il regista partenopeo dovrà giocarsela con un durissimo rivale, Ryusuke Hamaguchi e il favorito “Drive My Car”. Eppure, a ben guardare, le chance non mancano nemmeno per “È stata la mano di Dio”, già Leone d’argento a Venezia e Premio Mastroianni per il giovanissimo protagonista, Filippo Scotti: il personalissimo amarcord sorrentiniano, visto da molti come una svolta nella sua carriera cinematografica, che abbandona l’autocitazione e il manierismo per aprirsi finalmente all’onestà, racconta infatti il lutto del regista. Rimasto orfano, in seguito a un tragico incidente, Fabio (detto Fabietto e alter ego di Paolo Sorrentino) si imbatte allora in una “nuova figura materna”, la settima arte. In un percorso di formazione, lungo il quale scorrono dinamiche familiari di amore e segreti, rapporti fraterni, maturità sessuali, passioni calcistiche ai limiti della fede e una sincera e sentita rappresentazione della “napoletanità”, “È stata la mano di Dio” si sorregge pertanto su due mitici pilastri: Federico Fellini e Antonio Capuano. Da una parte, il regista romagnolo che Sorrentino ammira e cita costantemente (si pensi all’elicottero che apre questo film, rimandando a “8 e mezzo”, ma anche alla carrellata di personaggi caricaturali e donne provocanti al provino a cui partecipa il fratello di Fabio); dall’altra l’indicazione tradita di non andare a Roma per cercare la popolarità e, di conseguenza, la molla che fa scattare in Sorrentino la necessità di pacificare il proprio passato, di ricongiungersi alla sua terra e al suo vissuto.

Nonostante abbia di recente affermato di avere Massimo Troisi come unico nume tutelare, la felliniana guida al regista napoletano è insomma innegabile, al punto che, di fatto, tutto “È stata la mano di Dio” diventa un progetto che rimanda a un amarcord meno sognato, più lineare e narrativo rispetto alla versione originale, eppure altrettanto efficace, anche e certamente grazie alla maestria di chi, accusato di manierismo o meno, la macchina da presa la sa usare (e bastano certe riprese sul limite tra interno ed esterno nella casa al mare, a confermarlo). E chissà che la storia non si ripeta, e il viaggio nei ricordi non frutti nuovamente un Oscar all’Italia.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.