Fio Zanotti: ricercare divertendosi

Fio Zanotti, un nome che è una garanzia di qualità. Produttore, arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra, ovvero la musica a 360 gradi lavorando da grande con i più grandi nomi del panorama delle sette note come Adriano Celentano, Mina, i Pooh, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Mia Martini, Fiorella Mannoia, Zucchero, Luciano Pavarotti, Massimo Ranieri, Claudio Baglioni, Renato Zero  e tantissimi altri.

Fio, hai dato una forte impronta in tutto quello che hai fatto.

Io mi sento dentro uno stile musicale e cerco di dare la mia impronta ad ogni lavoro che faccio nel rispetto dell’artista e della canzone. Quello che stai arrangiando e producendo è quello che conta e devi raggiungere l’obiettivo e colpire nel segno, far diventare bella una canzone che lo è meno, così come viceversa quando hai di fronte un capolavoro devi stare molto attento a non rovinarlo perché basta un attimo. C’è un trucco perché il brano deve suonare bene con tutti gli strumenti e se suona meglio solo al pianoforte vuol dire che c’è un difetto.

Come imposti il tuo lavoro?

Io analizzo la canzone come l’avessi scritta io.  Se per me non è finita prima la termino compositivamente perché credo che non si possa fare la produzione e l’arrangiamento di un brano se non ritieni che questo sia ultimato. Ad esempio  con “Donna con te” la canzone di Anna Oxa, mi sono trovato in studio un pezzo che secondo me non era completo e stavo malissimo perché quando succede mi tocca il fisico e non dormi tutto il tempo che stai lavorando. A pochi giorni dal Festival mi venne l’idea, dovevo cambiato il tono per giungere all’inciso finale però mi mancava un ponte che nella composizione non c’era , mi viene una musica in mente, l’ho ripetuta più volte e mi ha permesso di arrivare alla fine nella tonalità che volevo.

Questa cosa succede spesso?

Diverse volte, e da lì scatta il momento e l’emozione perché devi essere un po’un tuttofare nel fare musica come tu la vuoi fare. Se manca questo devi saperlo trovare, a volte diventi un bassista, un batterista anche se il tuo strumento è il pianoforte. Oggi abbiamo a disposizione grazie alla tecnologia dei timbri straordinari che se li sappiamo usare bene sono meravigliosi. Attenzione però, spingi un tasto e succede un finimondo, sono suoni bellissimi ma dopo venti secondi che li usi mi stancano e bisogna stare attenti perché se non c’è l’inventiva, l’anima dell’uomo,  la struttura che ti permette di avere delle emozioni puoi fare dei danni. In uno degli ultimi brani ho fatto una ritmica con un effetto respiro.

Dove ti ispiri nel tuo lavoro?

Vivo sulle colline bolognesi in un paese vissuto da gente straordinaria e lì ho trovato la mia dimensione tornando un po’ alle origini e in un posto come questo è meraviglioso fare musica.

Come è nata la passione per le sette note?

Mio nonno Callisto che ho amato alla follia mi vedeva sempre vicino alla radio, io impazzivo per la musica, mi vedeva battere il tempo  per le grandi orchestre e ascoltavo di tutto. Il nonno disse “quel ragazzino mi sembra molto tagliato per la musica” e quando ho compiuto 4 anni mi regalò l’armonica a bocca. Dopo 10 minuti che suonavo facevo tutte le canzoni che sentivo in radio. Era un armonica diatonica in Do maggiore e suonavo così tutto quello che era suonabile. Quando ho compiuto 5 anni il nonno mi regalò la fisarmonica, era a 48 bassi ed era più grande di me ed è successo come con l’armonica. Anche la nonna diventava matta per questo. I genitori un po’ meno perché papà era un uomo concreto e diceva che va bene la musica ma bisognava trovare un mestiere.

Quando hai iniziato a suonare in pubblico?

Mi sbatterono su un palco vicino al podere del nonno ed ero accompagnato da un trio con chitarra e contrabbasso. Il Maestro di fisarmonica Leonildo Marcheselli mi prese come allievo e così cominciai ad imparare le note. Era una rottura di scatole perché io volevo suonare e non mi rendevo conto di quanto era importante avere una base. Cominciai così a fare concerti ma mi consideravano un bambino prodigio e questo non mi piaceva. La zia Lina mi portava in giro a suonare. Quando avevo 10 anni, il papà comprò un garage a Bologna, dobbiamo comprarlo disse per noi e i nostri figli. Mi sentii responsabilizzato e cominciai a fare il lavamacchine, andavo a scuola, poi studiavo e lavoravo anche di notte perché il garage era sempre aperto.

E’ vero che sei diventato anche calciatore?

Ero e sono molto appassionato di calcio e giocavo benino in parrocchia. Feci domanda per entrare in una squadra in Promozione e mi hanno preso. Mio padre non voleva che suonassi e giocassi perché diceva che a suonare non guadagni nulla. Ero molto intimorito perché pensavo che avesse ragione. A 17 anni entrai nel gruppo rock dei Judas, al quale serviva un organista. Mi hanno portato in garage lo strumento dicendomi che in 20 giorni dovevo essere pronto a suonare nei concerti e così studiavo la musica di notte. La carriera da calciatore durò poco perché si suonava il sabato sera e poi un po’ di baldoria e la domenica mattina era dura giocare alle 10. Il calcio non ha perso molto. Ancora oggi comunque gioco tra i veterani del Bologna o con la Nazionale cantanti.

Quando hai iniziato da vero professionista nel campo musicale?

Quando sono andato militare mio  padre ha affittato l’autorimessa che è ancora lì. Mi son detto o studio veramente o ha ragione lui. A 20 anni sono entrato in conservatorio e da lì ho studiato seriamente armonia e contrappunto facendo composizione al pianoforte. Ho passato i primi anni 4 anni bestiali, di giorno studiavo e la sera suonavo nelle balere per mantenere la mia famiglia perché nel frattempo mi ero sposato. Dopo 5/6 anni di grande studio le cose hanno iniziato a funzionare. Il primo lavoro è stato “Disco bambina” la sigla di Fantastico e per fare quel pezzo ho usato la Big Band del conservatorio con fiati e tromboni. Ho avuto grandi soddisfazioni ma anche grandi paure e patemi d’animo perché ho sempre vissuto tutto molto intensamente.

Quali sono i tuoi gusti musicali?

Mi piace molto ascoltare la musica classica e anche il jazz che suono volentieri.  I miei artisti preferiti sono Oscar Peterson e Bill Evans. Evans puoi imitarlo, Peterson è impossibile, aveva una tecnica mostruosa improvvisando con due mani allo stesso modo sia con la destra che la sinistra. A Parma ho potuto stringergli la mano da fan accanito. Ancora oggi sono propenso a ricevere linfa dal jazz. Tra gli autori classici amo Bela Bartok e pensando a lui ho composto “Catch the fox” di Den Harrow, un brano dance. Ho apprezzato molto Freddy Naggiar, della Baby Records, uno dei discografici più straordinari che io abbia conosciuto con il quale ci sentiamo ancora oggi e collaboro anche con il figlio. Da lui ho imparato a non lavorare a vuoto perché nella musica rischi di perderti invece devi stare lì e se ti rimane tempo puoi anche divertirti ma intanto devi realizzare un prodotto.

Hai lavorato con i più grandi unendo professionalità e passione. Com’è il tuo rapporto con Adriano Celentano?

Mi sono trovato bene con tutti, se c’era bisogno anche di litigare lo facevo ma per il bene del progetto. Con Adriano ci capiamo subito perché è una persona straordinaria. E’ un ragazzo di 84 anni, ci sentiamo sempre e siamo molto amici e devo dire che abbiamo diverse cose in comune. Ci piace improvvisare, quando facciamo una cosa non è detto che poi sia quella perché di colpo cambia tutto.  Adriano mi manda una cosa e non mi dice nulla, io ho già capito cosa devo fare perché ti racconta così bene quello che ha in testa, io gli propongo quello che ho in testa io e spesso diventa un bella cosa. Ha tante doti, è un compositore, un cantante, forse uno dei migliori mai esistiti, attore, autore, montatore, regista. Lui è tante cose e le fa bene. Per i concerti all’Arena di Verona ho lavorato 5 mesi, tutto era scritto nei minimi particolari, sequenze, partiture, tutto perfetto.

E con altri artisti?

E’ successo anche con Zucchero perché sono artisti con la A maiuscola, con Massimo Ranieri, così come con Roby Facchinetti e con i Pooh. Sono tutti amici fraterni, Valerio Negrini al mio matrimonio mi ha regalato una splendida poesia, con Dodi Battaglia siamo nati insieme, sua mamma passava in garage per la spesa e diceva anche mio figlio suona la fisarmonica. Quanti aneddoti e comunione di idee abbiamo avuto. Ho avuto mille  soddisfazioni, ricordo “Uomini addosso” di Milva, fu eliminata al Festival ma il pezzo fu un successo in tutta Europa,  “Donne” di Zucchero. Non conta essere ultimi o primi, conta quello che c’è dentro, quello che rimane, è la canzone che deve vincere.

Sei legato in modo particolare a qualche canzone?

Sono veramente tante, almeno una cinquantina a pari merito ma una canzone che tengo a ricordare è “Tutti i brividi del mondo” sempre di Anna Oxa perché fu il primo arrangiamento come produttore e avevo una responsabilità maggiore. Da li in poi mi sono più convinto delle mie possibilità, prima davo retta a quello che dicevano gli altri e da quel momento ho fatto quello che preferivo fare. Il Festival di Sanremo è gran parte della mia vita, il primo lo vinsi con i Ricchi e Poveri ma ogni anno c’è stato qualcosa di importante. Desidero ricordare Sergio Bardotti, è stato uno dei miei mentori, un pilastro, mi voleva un bene dell’anima, era un vero poeta con una cultura incredibile.

Attualmente su cosa stai lavorando?

Sto producendo diversi artisti, una cantante dell’est, una americana e una italiana, realizzando due colonne sonore. Ho tante di quelle cose in testa che non mi fanno dormire perché non vedo l’ora di portarle alla nascita. Ho trasmesso ai miei figli questa passione e sono molto bravi nel lavoro, sia Massimo che il più piccolo Paolo.

Come vedi il futuro della creatività musicale?

Bisogna sempre inventare e reinventarsi perché sono convinto che se uno fa bene prima o poi riceve. Il futuro della musica lo vedo improvvisando, e devi divertirti perchè altrimenti non va bene e finisce lì. Io studio giorno e notte sempre alla ricerca di qualcosa con tanto entusiasmo. L’amicizia è molto importante anche in questo lavoro come la lealtà, come dire e fare quello che si pensa, non solo parlare perché devi prefiggerti sempre un arrivo e raggiungerlo.  Il miei maestri Ettore Ballotta e Giordano Noferini dicevano “d’ora in poi studierai sempre meno e lavorerai sempre di più e non ti fermerai più. Stai attento a fare buona musica” e io voglio dire ai giovani di  unire lo studio all’inventiva, se sei solo teorico non succede niente perché devi fare gol anche da 30 metri.

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Pubblicato da Giuseppe Facchini

Giornalista, fotografo dello spettacolo, della cultura e dello sport, conduttore radiofonico. Esperto musicale, ha ideato e condotto programmi radiofonici specialistici e di approfondimento sulla storia della canzone italiana e delle manifestazioni musicali grazie anche a una profonda conoscenza del settore che ha sempre seguito con passione. Ha realizzato biografie radiofoniche sui grandi cantautori italiani e sulle maggiori interpreti femminili. Collezionista di vinili e di tutto quanto è musica. Inviato al Festival di Sanremo dal 1998 e in competizioni musicali e in eventi del mondo dello spettacolo.