Gabriella Belli: nel mistero dell’arte

Gabriella Belli, eccellenza della cultura nazionale e internazionale, è di Trento. È una storica dell’arte italiana, direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, l’ente che riunisce i più importanti musei della città. Grazie al suo impegno e professionalità si deve la nascita del Mart di Rovereto, ma a lei si deve riconoscere una grande crescita culturale complessiva nel settore artistico, avendo operato anche al Palazzo delle Albere, al Castello del Buonconsiglio, alla Biennale di Venezia, alla Galleria d’arte di Bologna, alla Casa d’arte Depero. Numerosi i premi e i riconoscimenti ricevuti. L’abbiamo intervistata grazie all’avv. Giuseppe Origlia.

Dottoressa Belli, iniziamo dal Mart. Come è nata l’idea?

È stata una grande impresa, un museo davvero straordinario, dal punto di vista della sua architettura, delle collezioni, dei depositi, è un patrimonio incredibile assicurato al Trentino. Le giovani generazioni possono immaginare che sia sempre stato lì ma in realtà è una storia molto complessa e articolata, guidata da fattori  importanti come la fortuna della condizione in cui io e i collaboratori ci siamo trovati a lavorare, quindi essere stata al posto giusto nel momento giusto, in un periodo in cui c’era una grande energia e la voglia di superare tutti i freni e proiettarci nel mondo attraverso la cultura. Questo è stato l’elemento trainante, l’energia e l’audacia nel pensare grande e fuori scala rispetto al contesto.

Quale impronta ha voluto dare al progetto? 

Credo di aver portato grazie al mio lavoro e dei collaboratori una enorme ricchezza di patrimonio all’interno della provincia di cui oggi tutti possono beneficiare, collezioni su collezioni in deposito a lungo termine, alcune delle quali rimarranno per sempre legate al Trentino. Quando ho iniziato negli anni ‘80 era un campo di nessun interesse per le istituzioni museali, i grandi archivi sono un patrimonio di cultura straordinaria, basti solo pensare che il primo nucleo di biblioteca del Mart è arrivato grazie alla sottoscritta da Silvio Branzi su cui io feci una tesi di specializzazione di laurea e che venne poi donata alla Provincia e gli eredi hanno deciso di donarlo in favore della nascita di un primo nucleo di attività. La prima parte della biblioteca nasce grazie al mio lavoro e ai buoni rapporti che avevo stabilito con la famiglia. Se adesso mi guardo alle spalle sono orgogliosa di aver fatto in modo che la Provincia di Trento grazie a questi rapporti che avevamo avviato, ha un potenziale di collezioni che non hanno uguali nel resto d’Italia, che poi è stato gestito bene ed è stato un grande arricchimento dal punto di vista patrimoniale e culturale.

1980, tra gli ex voto di Flavio Faganello

Come è iniziato il suo percorso nel campo artistico?

Dovevo fare il medico, esco da una famiglia di medici, ho due sorelle che fanno quella professione, le vedevo molto stressate, non volevo affrontare quel tipo di studio. Ho fatto lo storico dell’arte perché sono stata subito affascinata dall’apertura dell’Università a Bologna, mi sono iscritta il primo anno al DAMS con professori eccellenti come Umberto Eco, Tomas Maldonado, Roberto Barilli, Anna Ottani Cavina, grandi maestri. Ho sempre avuto la passione per le arti visive dal  punto di vista di comprensione della società e della civiltà, sono sempre stata molto attratta dagli studi umanistici grazie anche a mio padre che pur essendo medico era uno che coltivava molto la musica, la letteratura, e la famiglia conta. Finito il DAMS con una tesi sul 700 che poi mi è servita a Venezia, mi sono specializzata in arte contemporanea all’Università di Parma con Carlo Arturo Quintavalle. Ho fatto quindi un concorso per quella che oggi è la sovrintendenza culturale e sono entrata nella parte dei beni culturali trentini che gestiva il patrimonio.  

Quali sono stati i primi lavori?

Sono lavori legati alle attività decorative e all’arte popolare. Ho fatto un lavoro di schedatura e catalogazione, avendo la fortuna di lavorare con una persona che mi ha insegnato molto, il fotografo Flavio Faganello. Ho ricordi meravigliosi del nostro viaggiare per il Trentino con la sua 1100 bianca, e con il sigaro in bocca, mi diceva “cosa femo popa?”, guardava il cielo dove sembrava ci fosse il bel tempo e abbiamo catalogato a tappeto il patrimonio ecclesiastico delle chiese, degli ex voto, dei santuari. L’arte popolare ha molte connessioni con l’arte primitiva perché ha sviluppato una attitudine che non è antiaccademica. È uscito quindi un libro di questo lavoro con una prima mostra che ho seguito al palazzo delle Albere, palazzo che mi viene poi affidato grazie alla voce molto forte della platea degli artisti che chiedevano di avere un luogo dedicato per esporre i propri lavori. L’assessore alla cultura Lorenzi, decise di prendere in mano la cosa e di immaginare uno spazio che fosse adeguato per fare iniziative e io avendo questa specializzazione in arte contemporanea iniziai a gestirlo. Non vi era nessuna tradizione istituzionale per l’arte moderna e contemporanea, vi era per quella antica, c’erano due belle gallerie a Rovereto e a Trento, la Pancheri e Fedrizzi, ma erano private e non c’era un’attitudine del luogo a pensare all’arte contemporanea come una vera disciplina di cui il pubblico dovesse in qualche modo occuparsi.

minestrone a Casa Fedrizzi, con Gualtiero Giovannoni

È stata quindi una rivoluzione?

Si, ma anche una intuizione politica intelligente e per me l’inizio di una grande sfida, il palazzo delle Albere faceva parte al tempo del Castello del Buonconsiglio dove c’era Michelangelo Lupo. In quei sei anni  ho capito subito che il territorio era vergine dal punto di vista degli studi sul 900 e non ci si era dedicati specificatamente se non in maniera saltuaria. Il mio lavoro è stato quello di ricostruire in maniera organica tutta la storia del ventesimo secolo dell’arte in Trentino, con una serie di approfondimenti, per ricucire il tessuto che c’era ma che era un po’ disperso. Tutto questo mi ha portato alla mostra su Segantini nel 1987, una mostra audace come investimento e per la complessità fuori dagli schemi voluta dall’assessore Tarcisio Andreolli per quello che significava per i nostri musei affrontare l’organizzazione di un progetto di questo tipo  e quella è stata la chiave di volta di quello che è venuto dopo. Abbiamo avuto 100.000 visitatori, il riscontro fu così positivo che la politica comprese che la cultura poteva essere un volano di sviluppo intellettuale del territorio e anche economico. Si mise in moto un grande ambaradan, alberghi, ristoranti, il turismo culturale. Lavoravo 13, 14 ore al giorno con una dedizione assoluta al progetto.

Quanto è difficile avvicinare la grande cultura alla gente?

Io credo che nel nostro mestiere dobbiamo fare imprese difficili ma tradurle in maniera facile, questo è il compito di uno storico dell’arte e indagare ambiti inesplorati e questo è successo. Uno storico deve essere capace di vedere quello che non è sempre ovvio e non ripetere le stesse cose e cercare spazi dove la ricerca non è ancora arrivata, puntare la luce sulle zone d’ombre. Ma ancora più importante è la capacità di far scoprire tutto il lavoro di ricerca che c’è alle nostre spalle e questo si fa grazie alle attività educative e con allestimenti appropriati, con dialoghi tra le cose che si fanno, con una metodologia che aiuti a portare in un progetto le persone. Un conto è insegnare all’Università e un conto è farlo in una Istituzione che vive la sua relazione con il pubblico.

Il Mart (“Non è stata una passeggiata”)

Come può migliorare il rapporto tra istituzioni culturali e la politica?

Bisogna fidarsi, è un rapporto fiduciario, il politico fa un mestiere diverso dal direttore di un museo ma ci deve essere un punto di incontro nell’idea di futuro, se tu vuoi mettere in campo qualcosa bisogna condividere la visione del futuro e questo è successo con il Mart, con il Sindaco Pietro Monti, con l’assessore Paola Conci. Ho avuto la fortuna di condividere la visione di un progetto inteso come sviluppo futuro del territorio. Il Mart agisce localmente e poi opera a livello internazionale ma è da lì che poi trae i suoi maggiori benefici.

Qual è il ruolo dell’arte in un periodo di crisi come questo?

Noi lavoriamo nei musei, abbiamo i nostri strumenti, l’arte come strumento collettivo per modificare e agire sul tessuto sociale e culturale di un luogo. È uno strumento molto avanzato perché l’arte alla fine è ciò che rimane, lo vediamo nelle civiltà passate, noi studiamo ancora i testi degli antichi, la filosofia, le scienze umanistiche. Sono queste che parlano dei valori, la medicina cura il corpo ma l’arte ci parla dei valori della vita. Da questo punto di vista l’arte in un periodo come questo continua ad avere un ruolo molto importante perché i grandi artisti hanno uno sguardo lungo, un’attitudine in più, hanno sviluppato una sensibilità e un pensiero che sono diversi dai nostri e sono capaci di avere fughe in avanti nel cogliere gli aspetti dei cambiamenti della società.

Come è stato il suo lavoro alla Fondazione Musei Civici di Venezia rispetto al Mart?

Una esperienza molto diversa da Rovereto dove con il Comitato scientifico e i collaboratori ho costruito tutto e sono stata il regista dell’operazione. Come direttore hai delle responsabilità, abbiamo fatto una costruzione organica partendo da zero a cento. A Venezia sono entrata in un percorso secolare perché i musei sono nati a metà dell’800 con una storia importante in una città che è una vetrina d’arte. Ho fatto 10 anni, un pezzo di questo grande percorso che è la storia dei nostri musei. La Fondazione ha un organizzazione agile e ben strutturata, con 12 musei più la terra ferma, uno staff di 80 persone oltre ai servizi aggiuntivi, un patrimonio di circa 400.000 opere d’arte. Si soggiace a molta burocrazia e lo sforzo del direttore è quello di spingere per ottenere e raggiungere i risultati. Il mio compito è sempre quello di considerare alta l’asticella e portarla a traguardi che in parte ho raggiunto, abbiamo lavorato molto sulle sedi museali alcune anche rivoltandole come un calzino. Credo di aver portato tanta arte contemporanea che ha ringiovanito anche il pubblico dei nostri palazzi.

A livello artistico cosa la emoziona?

Sono legata a quell’arte che è misteriosa, che mi fa pensare, l’arte contemporanea deve aiutare le persone a riflettere e a pensare. I miei gusti vanno verso la pittura astratta e figurativa, non ho una scelta di campo specifica, ho bisogno di avere una specie di Sindrome di Stendhal davanti a un’opera d’arte perché è solo grazie al fatto che l’arte ti obbliga a far pensare e riflettere che può funzionare come un sollievo nella vita quotidiana e nelle sue problematiche.

Cosa le aspetta ora?

Non lo so, non mi guardo mai indietro, mi piace vedere le cose che ho creato insieme alle persone con cui ancora tengo buonissimi rapporti in Trentino e spero succeda anche qui a Venezia, però sono molto curiosa del futuro, non ho un programma del futuro anche perché in questo momento ho la responsabilità di chiudere una serie di passaggi importanti e portare a casa per la Fondazione alcuni risultati di iniziative che ho seguito in questi anni. Voglio lasciare qualche punto fermo come a Rovereto e poi anche per agevolare chi verrà dopo di me. Noi facciamo pezzi di storia, il Mart è stato un caso unico in Italia che la gente non può credere perché non c’era niente di quello che c’è oggi, avevamo 4 quadri, un Fontana, un Monti, un Savinio, un Marino Marini. 

Cosa tiene a rimarcare?

Nel mio lavoro c’è un aspetto di cui sono molto fiera e cioè che la nostra provincia abbia oggi un grande patrimonio di collezioni, di biblioteche, di opere e di questo ne sono stata artefice e ciò rimane. Quel “per sempre” è stato il vero arricchimento culturale e ha creato in Trentino una tradizione dell’arte moderna del ‘900 che non esisteva, un elemento identificativo identitario del mio lavoro e di chi con me ha suonato nell’orchestra.

Venezia, Palazzo Ducale

UNA CARRIERA ESEMPLARE

Gabriella Belli si è laureata al DAMS di Bologna presentando una tesi con Anna Ottavi Cavina in storia dell’arte sulla pittura di corte in Russia nel XVIII secolo e si è in seguito specializzata presso l’Università degli Studi di Parma. Nel 1981 a Trento è stata nominata curatrice presso il Museo del Castello del Buonconsiglio e nel 1982 ha realizzato la trasformazione di Palazzo delle Albere nella prima sede del Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Ha ricoperto l’incarico di commissaria presso la Biennale di Venezia nel 1995 e nel 2003 ed è stata membro nei comitati scientifici del Museo di arte contemporanea di Bolzano e della Galleria d’arte moderna di Bologna. Ha seguito dal 1989 il progetto del Mart sino ad arrivare nel 2002 ad inaugurare la nuova sede del Mart a Rovereto (opera dell’architetto Mario Botta e dell’ingegnere roveretano Giulio Andreolli) della quale è stata la prima direttrice. Sempre sotto la sua direzione, nel 2009, è stata riaperta la sede restaurata della Casa d’arte futurista Depero.

Nel 2011 è stata nominata direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, l’ente che riunisce alcuni tra i più importanti musei di Venezia: Palazzo Ducale, Ca’ Rezzonico, Museo Correr Ca’ Pesaro, Palazzo Fortuny, Palazzo Mocenigo ed altri.

Nel 2003 ha ricevuto, con Novello Finotti e Cesare Montecucco, il Premio internazionale Civiltà Veneta.

Nel 2011 ha ricevuto dal Ministro della Cultura francese l’onorificenza di Cavaliere delle Arti e delle Lettere e il Premio ICOM Italia come migliore museologo dell’anno.

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Pubblicato da Giuseppe Facchini

Giornalista, fotografo dello spettacolo, della cultura e dello sport, conduttore radiofonico. Esperto musicale, ha ideato e condotto programmi radiofonici specialistici e di approfondimento sulla storia della canzone italiana e delle manifestazioni musicali grazie anche a una profonda conoscenza del settore che ha sempre seguito con passione. Ha realizzato biografie radiofoniche sui grandi cantautori italiani e sulle maggiori interpreti femminili. Collezionista di vinili e di tutto quanto è musica. Inviato al Festival di Sanremo dal 1998 e in competizioni musicali e in eventi del mondo dello spettacolo.