Give peace a chance

Una delle teche di soldatini di piombo, riconducibili ad un periodo storico che va dal 700 all’Unita’ d’Italia, in mostra all’ interno dell’ ente Cassa di Risparmio di Firenze, 17 dicembre 2014. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Sembra tornato il ‘900, nella sua forma peggiore. Popoli in fuga dalla guerra, città bombardate, dittatori acclamati negli stadi. Ed anche, sì, censure stupide, semplificazioni, propaganda. In questi giorni penso al libro pubblicato solo 4 anni fa da Alessandro Baricco, The Game, che raccontava la rivoluzione digitale come l’avvento di un mondo nuovo, un mondo “leggero”, veloce, immateriale, contrapposto a quello pesante e funereo del XX secolo, grondante eserciti e totalitarismi. Niente da fare: nemmeno l’era dei computer, di Amazon e Tik Tok ci ha salvati da questo spaventoso ritorno al passato, ai fantasmi della Guerra Fredda e delle atomiche. Per la verità, l’era della pace mondiale non era mai arrivata: basta chiederlo ai siriani, agli yemeniti, agli afghani. O agli abitanti del Donbass. Ma adesso i fantasmi del ‘900 sono qui, nel cuore dell’Europa. 

Rispetto alle guerre balcaniche, stavolta la Ue sta agendo in maniera più compatta, ed è forse una delle poche conseguenze positive di questo conflitto. Del resto, la Russia ha commesso la più grave delle violazioni previste dal diritto internazionale, ha invaso un altro paese. Quali che siano le ragioni – l’ingresso progressivo dell’Ucraina nella sfera di influenza della Nato, la paura del “contagio della democrazia” o quant’altro – chi invade ha sempre torto. La Russia si sta comportando come l’Iraq di Saddam Hussein con il Kuwait nella prima Guerra del Golfo, o come il duo Bush-Blair nella seconda (anche se in quel caso non sono scattate sanzioni). Con l’aggravante di avere alle spalle un’ideologia reazionaria come quella del filosofo Aleksandr Dugin, un seguace di Heidegger (o dello scomparso antropologo Lev Gumilëv, l’ultimo “eurasiatista”).

E i pacifisti? Affrontano questa situazione come possono, orfani di figure di riferimento importanti come quella di un Alexander Langer (che pure, all’epoca dell’assedio di Sarajevo, aveva sollecitato un intervento militare “chirurgico” contro i nazionalisti serbo-bosniaci). Ma nonostante la loro voce sia piuttosto fievole, dall’inizio della guerra sono stati oggetto di ogni sorta di attacchi. Gli epiteti vanno dal classico “pacifisti da salotto” a quello, più offensivo, di “putiniani”. Pacifisti da salotto colpisce particolarmente, come se i pacifisti fossero degli oziosi borghesi sprofondati nei decadenti salotti romani dei film di Sorrentino, quando invece sono in larga maggioranza persone normali, che non credono negli eserciti e nelle armi, spesso ex-obiettori di coscienza, che si danno da fare in molti modi. Per non dire dei pacifisti che sono morti in passato nei teatri di guerra, dall’Iraq all’ex-Jugoslavia alla Palestina.

Sinceramente, pur apprezzando il fatto che finora la Nato in questa fase abbia agito con una certa prudenza, fornendo sì le armi all’Ucraina ma rifiutando ad esempio di dichiarare la No-Fly zone avrei voluto che la “nostra politica” esprimesse qualche dubbio e qualche autocritica. Ma, a parte voci isolate, non è avvenuto. In Italia il Governo ha deciso, e il Parlamento ha debolmente ratificato. Una prassi ormai consolidata. Si dirà: c’era troppa fretta. Eppure, sappiamo che questa emergenza non è nata ora. È nata almeno nel 2014. Ricordo la visita di Romano Prodi in Trentino per il premio Degasperi, proprio in quel periodo. Gli chiesi in conferenza stampa cosa si dovesse fare con l’Ucraina. Fu molto chiaro: l’Ucraina doveva essere uno stato “ponte”, né Russia né Nato. Parole chiarissime.

Oggi la voce della non-violenza è particolarmente esile. Ovunque, è corsa al riarmo, persino in Germania (era stato già deciso in sede Nato, è vero, ma in mezzo ci sono state cose non da poco, come un’epidemia che ha messo in ginocchio il pianeta). Mi pare ci sia chi si augura che questo sia il conflitto di civiltà che aveva profetizzato Huntington, con antagonista la Russia post-comunista anziché il fondamentalismo islamico. Difficile immaginare che questa frenesia militare si spenga anche se fra Ucraina e Cremlino, come ci auguriamo, alla fine prevalesse la diplomazia. Una cosa mi sembra chiara. Ci vuole un nuovo paradigma. Oltre l’equilibrio del terrore garantito dalle armi e oltre i limiti oggettivi delle stesse Nazioni Unite.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.