Federico Halbherr, l’archeologo schivo che scoprì Creta

Penso che se per le strade di Rovereto si domandasse ad una/un passante qualsiasi chi sia stato Federico Halbherr, una buona parte degli intervistati non saprebbe rispondere, nonostante ben due lapidi, una a palazzo Alberti ed una sulla sua casa natia al civico 44 di via Mercerie, commemorino questo illustre roveretano che si distinse, agli inizi del XX secolo, per essere uno tra gli archeologi italiani di maggiore fama internazionale.

Rampollo di un’agiata famiglia della borghesia imprenditoriale cittadina (gli Halbherr, orefici di origine svizzera, si erano stabiliti nella Città della Quercia agli inizi del Settecento), Federico nasceva il 15 febbraio 1857 da Giovanni Battista Halbherr, “possidente”, e dalla sua seconda moglie Rosa Fontana.

Frequentò il ginnasio nella sua città natale, al tempo posta al confine meridionale della Contea asburgica del Tirolo, e mostrò una brillante propensione agli studi umanistici. 

Il giovane Federico Halbherr, insieme ai suoi quasi coetanei futuri colleghi Paolo Orsi (1859-1935) e Giuseppe Gerola (1877-1938), ebbe modo di formarsi in una Rovereto pervasa da una ricchezza culturale e da un anelito alla libertà di cui il sacerdote Antonio Rosmini (1797-1855) era stato senz’altro il migliore interprete e propugnatore. Ponte geografico, politico e culturale tra la Monarchia austro-ungarica e la giovane Italia sabauda, la seconda città trentina avvertiva un grande fascino per gli sviluppi della Nazione italiana.

Conclusi brillantemente gli studi ginnasiali nel 1876 Federico Halbherr tentò il concorso per essere ammesso alla Scuola superiore di Archeologia e, dopo averlo perso, in quello stesso anno si iscrisse all’università “La Sapienza” di Roma, facendo così una netta scelta di appartenenza culturale italiana. Sebbene si debba notare – a onor del vero – che il sistema universitario della Penisola all’epoca si normasse sul modello di quello germanico di facoltà-istituto-cattedra e che, proprio a Roma, gli insegnamenti di storia greca e di archeologia, quelli preferiti dallo Halbherr, per decenni fossero esercitati dal tedesco Karl Julius Beloch (1854-1929) e dall’austriaco Emanuel Loewy (1857-1938).

Alla “Sapienza” il nostro si laureò nel giugno del 1880 con una tesi sulla Storia primitiva dei Goti, rinvenuta solo nel 2009 nella biblioteca umanistica di Firenze dalla studiosa Maria Grazia Badalà.

Rovine di Cirene: le indagini della missione inaugurata da Halbherr proseguirono dal 1910 al 1938

Il 27 novembre di quello stesso anno 1880 egli ottenne di essere ammesso ai corsi dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze, ove proseguiranno la loro formazione anche Orsi e Gerola, con lo scopo di perfezionarsi nello studio della filologia classica. In quel tempo, lo Halbherr ebbe forse modo di conoscere il Pascoli, ma fu soprattutto risolutiva per la sua carriera la frequenza dei corsi di letteratura greca tenuti dal filologo Domenico Comparetti (1835-1927), il quale non poté fare a meno di notare il talento del giovane trentino avviandolo allo studio dell’epigrafia greca. 

Nel marzo 1883, dopo essersi specializzato a pieni voti, su interessamento di Comparetti Federico Halbherr ottenne un finanziamento per frequentare un semestre di studi presso la cattedra di epigrafia greca dell’università di Atene. Nel contempo intraprese una serie di visite ai siti del Peloponneso e delle Cicladi, elaborando una metodologia di studio delle epigrafi contestualizzato nella realtà topografica ed architettonica dei siti stessi. Ad Atene lo studioso roveretano respirò un clima culturale cosmopolita e, sorpreso per la presenza di importanti scuole di archeologia francesi, tedesche ed inglesi, ne scrisse a Comparetti in questi termini: “Alcuni si meravigliano molto che l’Italia non abbia mai pensato di fare qualcosa di simile”, tenendo conto del fatto che uno dei sogni del suo Maestro era proprio quello di realizzare una scuola italiana di studi classici nella capitale greca. In un’altra occasione infatti il discepolo scrisse ancora: “Il progetto ch’Ella (ossia il Comparetti) mostra pella fondazione d’un posto stabile in Atene, per mettere l’Italia in comunicazione colle scoperte archeologiche che vengono facendosi in Grecia, se verrà effettuato, come non dubito, empirà veramente un vuoto sentito nella capitale ellenica da tutti quelli che amano il nostro progresso scientifico” (ambedue le citazioni sono tratte da Daniela De Mattia, Architettura antica e progetto, Gangemi 2016).

Paolo Orsi

Effettivamente nel 1909, quando ormai lo Halbherr era un affermato archeologo, grazie ai suoi sforzi si realizzò il desiderio di avere finalmente una Scuola archeologica italiana ad Atene. 

Ma intanto, nel giugno 1884, sempre su suggerimento di Comparetti, il governo italiano affidò a Federico Halbherr una missione nell’isola di Creta, con l’intento di raccogliere iscrizioni antiche inedite. La missione si rivelò subito gravida di promesse per lo sviluppo delle esplorazioni epigrafiche, archeologiche e topografiche in terra greca. Ed infatti, ad appena un mese dallo sbarco, lo studioso roveretano riportò alla luce un’importante epigrafe giuridica minoica in lingua dorico-cretese (fine VI secolo – inizi V secolo a. C.), l’epigrafe di Gortina, iscritta sulle pareti dell’edificio in cui aveva avuto sede il Consiglio cittadino e contenente le leggi dell’antica pòlis. Il resoconto del ritrovamento, pubblicato in italiano da Domenico Comparetti (Iscrizioni arcaiche di Gortina, in Museo italiano di antichità classica, I [1885], coll. 233-236) ed anche in tedesco dall’epigrafista dell’Istituto Germanico di Atene Ernst Fabricius (Altertümer auf Kreta, I, Gesetz von Gortyn, in Athenische Mitteilungen, X [1885], pp. 363-384), rese il giovane epigrafista famoso a livello internazionale. Nel 1885, lo Halbherr aveva ottenuto anche la cittadinanza italiana, continuando a lavorare al contempo agli scavi cretesi, tra cui l’antro votivo di Zeus sul monte Ida (le pubblicazioni dei risultati volle generosamente condividerle con il suo conterraneo Paolo Orsi). Le scoperte dell’archeologo italiano erano benviste dai circoli culturali cretesi, i quali erano grati perché tali ritrovamenti confermavano l’origine ellenica della cultura dell’isola e fornivano argomenti validi per le loro richieste di indipendenza dal governo ottomano e di ritorno alla Madrepatria greca; istanze queste le quali, all’epoca, erano appoggiate dal roveretano irredentista e risorgimentale. 

Creta. La grotta Dittea, quella che si dice essere stata il luogo di nascita di Zeus

Fino al 1886 lo Halbherr continuò a scavare nell’isola di Creta, terra alla quale ormai si sentiva indissolubilmente legato anche – sembra – da un punto di vista affettivo; stando a fonti recenti, infatti, egli vi si sarebbe innamorato della giovane figlia del suo amico Lisimachos Kalokerinós, quella Skeuo da cui il padre non aveva voluto separarsi e che, malauguratamente, scomparve da Creta durante la rivolta turca del 25 agosto 1898, forse rapita da un ottomano (cfr. Antonino Di Vita, Orsi, Halbherr, Gerola. L’archeologia italiana nel Mediterraneo, Edizioni Osiride – Museo Civico di Rovereto – Accademia Roveretana degli Agiati, Rovereto 2010, pp. 75-76).

Federico Halbherr e i suoi collaboratori (© Accademia Roveretana degli Agiati)

D’altronde, lo Halbherr doveva apparire una personalità eccezionale anche da un punto di vista umano. Anni dopo avrebbe scritto di lui un altro roveretano illustre, l’intellettuale Carlo Belli: “Gran signore, elegante e riservato, …alto, asciutto, vestiva con somma accuratezza abiti grigi, tagliati alla perfezione sui quali portava cravatte di un grigio un po’ chiaro per favorire un ton sur ton che molto gli si addiceva. Nascondeva il suo grandissimo valore di erudito e di scopritore dietro un sorriso che era come il suo modo di arrossire. Parlava poco: mai di sé; era assai gentile ma si capiva che amava soprattutto il restar solo” (cfr. ibd., p. 182). Che, nonostante la sua bravura e celebrità, fosse un uomo per niente vanaglorioso e geloso dei risultati dei suoi studi lo dimostra il fatto che, quando nel 1887 ottenne la cattedra di epigrafia greca alla scuola di perfezionamento di Roma, quindi la docenza straordinaria nel 1891 e quella ordinaria nel 1904, fu sempre sia da professore sia da responsabile di campagne di scavo un buon Maestro dispensatore di consigli, capace di promuovere i talenti dei suoi collaboratori più giovani, tra i quali ci furono nomi come Gaetano De Sanctis, Luigi Pernier, Giuseppe Cardinali e Margherita Guarducci. Sarà proprio quest’ultima – nonostante Halbherr ritenesse che le donne non fossero adatte al mestiere dell’archeologia – a curare dopo la sua morte la raccolta completa dei suoi studi cretesi (Iscriptiones creticae, opera et consilio F. Halbherr collectae, I-IV, Roma 1935-50). “Egli scrisse taccuini mirabili per cultura, minuzia e precisione, migliaia di lettere, pochi articoli scientifici, … ma in compenso egli ha suscitato – generoso com’era – una tale quantità di scritti da parte di collaboratori ed allievi cui cedeva di buon animo tutto e ai quali insegnava senza porsi limiti …; fu, come ebbe a dire il De Sanctis, uno degli uomini di animo più alto che io abbia mai conosciuto” (ibd., p. 73). Il suo senso di responsabilità lo spinse, da docente, a cercare nuove occasioni di formazione e di approfondimento dei suoi studi anche in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra e, tra il 1892 ed il 1893, negli Stati Uniti, paese in cui ottenne pure il finanziamento di una sua missione da parte dell’Archaelogical Institute of America.

Intanto tra il 1893 ed il 1894, lo Halbherr aveva proseguito gli scavi a Creta portando alla luce, tra l’altro, la basilica bizantina di Mavropapa e scoprendo diverse necropoli nell’isola. Tra il 1897 ed il 1898 la missione cretese dovette interrompersi a causa delle insurrezioni contro i Turchi alle quali – come detto – lo Halbherr guardava con simpatia. Non fu indifferente il ruolo di mediazione svolto in questo contesto dalla Missione archeologica italiana, di cui il nostro era direttore. Per cui, nel giugno 1899, si poté dare il via alla ricognizione della parte occidentale dell’isola, scavando ancora a Gortina, a Festo, Haghia Triada e Priniàs. 

Giuseppe Gerola

Durante le ricognizioni archeologiche del 1900 Halbherr si avvalse della collaborazione di alcuni aiutanti, tra i quali il suo allievo Luigi Pernier cui, nel periodo tra il 1906 ed il 1909, affidò la missione italiana di Creta. Dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti egli ottenne poi che il suo concittadino Giuseppe Gerola lo raggiungesse, per potergli affidare lo studio della storia moderna dell’isola, specie sotto la dominazione veneziana. Chiari erano gli intenti di politica coloniale volti ad ampliare il prestigio culturale italiano a Creta. L’epigrafista ed archeologo Federico Halbherr sentiva infatti, in questo modo, di poter essere utile alla causa nazionale della sua Patria d’elezione.

Scavi di Lebena, stoà n. 1; operai in posa. © Accademia Roveretana degli Agiati

Fu una sua peculiarità personale quella di delegare compiti nell’indagine archeologica ai suoi giovani collaboratori, sia per la sua tendenza a promuoverne le qualità professionali, sia anche perché lo Halbherr non si sentì mai un vero archeologo “da campo”, ritenendosi piuttosto un autodidatta nella disciplina dello scavo. Tuttavia, da filologo brillante e colto epigrafista, padrone del greco antico e moderno, seppe trasformarsi in verità in un provetto scavatore, seguendo con maestria il metodo stratigrafico introdotto in Italia dal grande paleoetnografo Luigi Pigorini (1842-1925). Ed era stato proprio il Pigorini che, fin quando si pervenne alla fondazione ad Atene della Scuola archeologica italiana, aveva continuamente appoggiato il roveretano, volendo addirittura proporlo nel 1904 alla direzione della Soprintendenza romana e nel 1905 alla presidenza della Scuola archeologica da lui diretta. Tuttavia quando questi comprese che la Scuola di Atene non sarebbe stata una mera gemmazione della sua Scuola archeologica, i rapporti tra i due divennero freddi, al punto che il successore di Pigorini alla direzione della Scuola romana, il napoletano Ettore De Ruggero (1839-1926), si dimostrò ostile allo Halbherr.

Federico Halbherr nel cortile della casa a Candia (Creta). Museo Civico di Rovereto

L’archeologo “colonialista”

Su suggerimento di Federico Halbherr, alla direzione della Scuola archeologica italiana in Atene fu posto Luigi Pernier, mentre tra il 1910 ed il 1914 vennero ripresi gli scavi cretesi di Hagia Triada. Nel frattempo il governo di Giolitti, che aveva forti interessi in Libia, specie nella Tripolitania e nella Cirenaica, incaricò l’archeologo roveretano di predisporre una missione in quella regione tra il luglio e l’agosto 1910. L’impresa doveva servire a preparare l’imminente occupazione da parte delle forze italiane, anche attraverso il ritrovamento di testimonianze consistenti della passata “romanità” di quel territorio. Il Pernier stesso scrisse che quell’esplorazione “fu un servizio reso per la conquista militare non meno che per la conoscenza archeologica del paese” (Luigi Pernier, Commemorazione del socio F. H., 1930). Servizio che lo Halbherr rese assai volentieri alla Nazione, appoggiando convintamente gli interessi italiani nella regione cirenaica e passando, così, “da sentimenti che andavano nel senso della difesa dei popoli oppressi, nel suo caso i greci di Creta, a idee nazionaliste e forse imperialiste che prefiguravano il dominio coloniale sugli arabi della Tripolitania e della Cirenaica” (Marta Petricioli, Federico Halbherr fra archeologia e politica, Rovereto 2000).

Candia 1899: Federico Halbherr e Josiph Hatsidakis. In piedi, da sinistra, Luigi Savignoni, Manoli Iliakis, il figlio Zachari e Gaetano De Sanctis.

Ed infatti, dopo l’occupazione della Libia, al nostro fu affidata la direzione della missione archeologica cirenaica, mentre la sua funzione di “ambasciatore itinerante in avanscoperta” (Vincenzo La Rosa, Archeologia e Imperialismo, 1990) lo portò, nel 1913, ad allestire l’esplorazione archeologica di Rodi e delle isole del Dodecanneso, parallelamente all’occupazione di queste da parte dello Stato italiano. Negli anni che seguirono il primo conflitto mondiale, Federico Halbherr si allontanò a poco a poco dal lavoro delle indagini archeologiche sul campo, continuando ad occuparsi soprattutto dello studio dei materiali epigrafici ed alla raccolta di fondi per le missioni italiane, riducendo al minimo anche le pubblicazioni dei suoi studi. Sempre più impegnato a porre in atto le istanze dei ministeri romani, lo Halbherr allentò progressivamente anche i rapporti con la sua città d’origine. Se ancora fino agli anni ’90 dell’Ottocento egli aveva fatto donazione di diversi reperti al Museo Civico di Rovereto, del quale era socio già dal 1878 e per il quale, dal 1891, era conservatore perpetuo di archeologia e numismatica, dopo non si registrarono più depositi significativi.

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Pubblicato da Andrea Vitali

No, non è lui, il celebre medico-scrittore di Bellano! Questo Andrea Vitali, nato a Roma e naturalizzato sudtirolese, è più modestamente un insegnante di italiano seconda lingua nella scuola superiore tedesca dell’Alto Adige. Attualmente tiene anche corsi di letteratura italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Vivendo da decenni in Alto Adige/Südtirol ha imparato ad amare la storia, le culture e le lingue delle terre dell’antico Kronland Tirol. Per questo, dal 2006 è anche guida storico-culturale professionale del territorio altoatesino. Nel 2009 ha pubblicato un ampio testo storico-artistico sulla città medievale di Chiusa/Klausen e sul complesso monumentale di Sabiona/Säben, mentre nel 2019 è apparso per i tipi di Curcu&Genovese il suo ultimo libro "La scuola e la svastica", uno studio sulle condizioni della scuola italiana altoatesina durante il breve periodo dell’occupazione nazista.