Houston, abbiamo un problema: gli esami

E se secondo il famoso adagio ”Gli esami non finiscono mai”, forse bisognerebbe – in tempi di scolastica incertezza come quelli correnti – coniare qualche altra frase ad effetto, tanto per suggellare e definire quanto la scuola risenta del clima di generale ansia e preoccupazione. Tutto risulta incerto e poco attendibile, sospeso tra cose non dette e mezze verità. E prendiamo ad esempio gli esami. Dopo due anni pandemici scanditi dai “maxi orali” – denominazione che mi riconduce per associazione al maxiprocesso di Palermo, così soprannominato per le imponenti dimensioni –  rispunta come ipotesi la reintroduzione degli scritti. Niente di ufficiale, solo ipotesi al momento. Scritto di italiano per medie e superiori, al quale si aggiunge uno scritto di matematica per il primo grado e uno scritto di indirizzo per il secondo grado d’istruzione. Sebbene questa sia stata buttata lì come una possibilità – anche se, ultimamente, siamo entrati un po’ nella forma mentis che l’anticipazione non fa che da preparazione al già stabilito – nei corridoi del mondo della scuola si sono scatenati commenti ed opinioni. Il fronte dei sostenitori dello scritto – filone un po’ tradizionalista – auspicava il ritorno del foglio protocollo nel nome di una seria presa di coscienza di una tornata di esami resi recentemente (a detta di alcuni) troppo facili dall’emergenza sanitaria. Reintrodurre quindi il tema significherebbe attribuire maggior valore – a livello di impegno e di risultati – alla conclusione del ciclo di studi. I sostenitori del maxi orale invece, in un’ottica più riformista, ritengono che al giorno d’oggi – una volta acquisita nel percorso scolastico specifico la competenza di saper scrivere un curriculum, una relazione e una mail – fondamentale sia saper parlare, argomentare, fare collegamenti sostenendo una ricerca verbale del sapere. Nelle frange di quest’ultima opinione stanno coloro che analizzano la situazione più “comoda”: fare un “maxi orale“ evitando la parte scritta significa velocizzare le operazioni d’esame. Insomma, senza correggere il percorso risulta più snello e veloce, diciamoci la verità. Considerata poi la fatica del restare in luoghi chiusi con la mascherina, meno si sta prigionieri dietro un pezzo di tessuto – non tessuto, meglio è. E gli studenti che dicono? Come era facilmente prevedibile, si è scatenata la protesta, sostenuta da tante considerazioni, tra le quali spicca senza ombra di dubbio il mancato allenamento allo scritto nel corso degli anni pandemici. Qualcuno ha detto che sarebbe come fare una maratona dopo essersi allenati solo sul Tapis Roulant. Come osservazione ci sta… in didattica a distanza raramente si assegnavano temi, un po’ per la consapevolezza del risultato da copia/incolla dal web e un po’ per la presenza di altre modalità di rilevamento degli apprendimenti, come i vari fogli di lavoro digitali, più adatti e conformi ad una didattica da remoto. 

In questo intricato panorama di opinioni, a molti sfugge un ragionamento: ma quanto vogliamo aspettare a decidere? Abbiamo già girato la boa del primo quadrimestre e siamo ancora qui in un limbo da fine ciclo, senza comunicati ufficiali e senza disposizioni ministeriali. Un esame va preparato per tempo, i ragazzi vanno esercitati su certezze, non su ipotesi ed eventuali possibilità. Gli studenti – soprattutto i più volenterosi e  ambiziosi – hanno già cominciato a chiedere indicazioni su possibili percorsi, su mappe concettuali, su tematiche da collegare. E noi insegnanti cosa accidenti dobbiamo dire loro? Alle porte di marzo non sappiamo se puntare sugli scritti o esercitare per l’orale o mettere in atto entrambe le modalità. Attendiamo le decisioni di una cabina di regia che stenta a prendere posizioni, trasmettendo un senso di dilagante insicurezza. Sappiamo già, a questo punto dell’anno, che quello che pioverà dall’alto ci metterà comunque in difficoltà, costringendo il mondo scolastico ad una corsa contro il tempo. Probabilmente ce la faremo, come abbiamo sempre fatto del resto. Ne abbiamo viste tante in questi anni. Ma con una frase da film costantemente nelle orecchie: “Houston, abbiamo avuto un problema.”

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Pubblicato da Tiziana Tomasini

Nata a Trento ma con radici che sanno di Carso e di mare. Una laurea in materie letterarie e la professione di insegnante alla scuola secondaria di primo grado. Oltre ai grandi della letteratura, cerca di trasmettere agli studenti il piacere della lettura. Giornalista pubblicista con la passione della scrittura, adora fare interviste, parlare delle sue esperienze e raccontare tutto quello che c’è intorno. Tre figli più che adolescenti le rendono la vita a volte impossibile, a volte estremamente divertente, senza mezze misure. Dipendente dalla sensazione euforica rilasciata dalle endorfine, ha la mania dello sport, con marcata predilezione per nuoto, corsa e palestra. Vorrebbe fare di più, ma le manca il tempo.