Il cambiamento climatico non è per tutti

A giugno si è chiusa la Bonn Climate Change, una conferenza dove i rappresentanti di 197 nazioni si sono riuniti per discutere gli obiettivi da raggiungere per far fronte alla crisi climatica, in preparazione della Cop 27 che si terrà a novembre in Egitto. Dall’amarezza che aveva segnato la chiusura dei lavori della precedente Cop 26 di Glasgow le cose non sono certo migliorate: guerra in Ucraina, fame di energia, perdurante siccità. Alla luce di tutto ciò, a Bonn si è discusso ancora del “solito” problema, per il quale pare proprio che tutte queste conferenze non riescano a trovare una quadra: contenere l’aumento delle temperature entro i +1,5 gradi centigradi per la fine del secolo, per limitare le conseguenze catastrofiche del cambiamento climatico. Purtroppo siamo ben lontani dal raggiungere l’obiettivo, anzi, se continuiamo con le tendenze attuali, avremo un aumento delle temperature di 3 gradi! Altro aspetto cruciale per cui non si è riusciti a trovare un accordo è il rispetto degli impegni del 2009, che stabilivano un sostegno economico di 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo, per affrontare la transizione energetica e l’impatto dei cambiamenti climatici. Si è ribadito che i più poveri stanno pagando il prezzo più alto, pur avendo contribuito meno a questa situazione, ma non si è trovato, con grande disappunto, un punto di incontro per rispettare il finanziamento previsto. La distanza tra Nord e Sud del pianeta rimane dunque sempre più marcata e si lega, ovviamente, alla questione economica e sociale. Intanto, molti paesi del Sud del mondo stanno già pagando duramente: nel Corno d’Africa non piove da mesi e ciò sta mettendo a rischio carestia oltre 15 milioni di persone. 

Chi finisce col pagare più di tutti le conseguenze delle alterazioni climatiche sono come sempre i più vulnerabili, i più poveri appunto e tra questi le donne. A livello globale, infatti, sebbene siano in minima parte proprietarie terriere (in molti paesi è a loro ancora vietato possedere degli appezzamenti) costituiscono oltre la metà di chi lavora in agricoltura, settore sempre più in difficoltà. Il riscaldamento globale rischia poi di rallentare ancor più il loro accesso all’istruzione: in molti paesi africani, come ha spiegato di recente anche l’attivista Vanessa Nakate, la crisi climatica allontana le bambine da scuola, poiché devono provvedere a reperire l’acqua, sempre più scarsa e lontana. Le difficoltà economiche crescenti spingono inoltre nei continenti più poveri sempre più famiglie a dare in sposa precocemente le loro figlie, per non pesare sul bilancio famigliare. Capita anche che in paesi come lo Zimbabwe molte ragazze finiscano con l’abbandonare il lavoro in campi ormai impossibili da coltivare, per prostituirsi nelle grandi città, pur di sopravvivere. Purtroppo, le donne sono anche meno rappresentate a livello politico nei tavoli decisionali dove vengono discusse, per l’appunto, le questioni climatiche. 

È evidente che il perdurare della crisi climatica non farà altro che allargare ancor più la forbice tra ricchi e poveri, persone con e senza opportunità, in una corsa alle risorse che esalterà ancor più egoismi e disuguaglianze, creando migrazioni di massa – si stimano oltre 200 milioni di profughi climatici entro il 2050– e tensioni sociali. Per far fronte a tutto questo occorre smettere di ragionare in un’ottica individualista.

Un mondo vivibile dovrebbe essere un diritto di tutti, e non un privilegio di pochi. Una piccola nota positiva in tutto questo però c’è: la voce di chi sta pagando più duramente le conseguenze climatiche riesce a trovare  delle vie di comunicazione e a farsi sentire. E questo sarà un rumore sempre più difficile da ignorare.

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Pubblicato da Silvia Tarter

Bibliofila, montanara, amante della natura, sono nata tra le dolci colline avisiane, in un mondo profumato di vino rosso. La vita mi ha infine portata a Milano, dove ogni giorno riverso la mia passione di letterata senza speranza ai ragazzi di una scuola professionale, costretti a sopportare i miei voli pindarici sulla poesia e le mie messe in scena storiche dei personaggi del Risorgimento e quant'altro. Appena posso però, mi perdo in lunghissimi girovagare in bicicletta tra le abbazie e i campi silenziosi del Parco Agricolo Sud, o mi rifugio sulle mie montagne per qualche bella salita in vetta. Perché la vista più bella, come diceva Walter Bonatti, arriva dopo la salita più difficile.