Paz, Zero e il miracolo delle buone narrazioni

“Strappare lungo i bordi”, uno degli oggetti culturali più importanti di questo finale di 2021 (per chi ha Netflix, almeno). Punto uno, parere “a caldo” dopo avere visto tutte e sei le puntate della serie tv: talentuoso, bravissimo. C’è il giusto mix di ironia, critica sociale e spleen melanconico, quel mix che ritroviamo in tante narrazioni apparentemente generazionali ma capaci di andare al di là dei confini delle classi d’età, narrazioni come Il giovane Holden, ad esempio.

Due: anche se non sono un fan, conoscevo da un pezzo questo fumettista romano, in particolare per il suo Kobane Calling, reportage sulla guerra in Siria – fra Curdi e Stato islamico – uscito nel 2015. Provo sempre ammirazione per chi va a mettere il naso nei conflitti pur non essendo il classico inviato di guerra di una grande testata, e talvolta finisce pure male (come il povero Enzo Baldoni, per chi se lo ricorda).

Tre: è importante specificare che si è dei boomer perché la narrazione di Zerocalcare, nonostante quanto detto al punto uno, viene comunque considerata molto generazionale: il ritratto dei giovani – o giovani adulti, Michele Rech ha 37 anni – cresciuti negli anni della precarietà e del poker online, segnati dal G8 di Genova, sospesi fra la dolcezza delle amicizie (come quelle che si raccontano in Strappare lungo i bordi appunto) e la violenza del sistema-mondo in cui si è immersi. Che cosa potrebbe dire un boomer di questa rappresentazione? Che la conosce, che non è strettamente generazionale, che chi oggi va per i 60 è cresciuto ascoltando il No Future dei Sex Pistols.

Quarto: detto così potrebbe sembrare però che il boomer cerchi di mettere le mani anche su Zerocalcare, cosa che forse tanti non gradirebbero. Ma come – mi sembra di sentir dire – anche di questo vi volete appropriare? E allora, ok, forse chi ha qualche anno in più deve sforzarsi di mettere a fuoco anche le distanze, le differenze. Perché altrimenti, se non conta nulla essere cresciuti negli anni ‘80, ‘90 o 2000, allora è come dire che la Storia non conta nulla, e sarebbe sbagliato. Quindi: se penso al fumettista di riferimento della “mia” generazione (oddio, che espressione pesante, My Generation, mi fa pensare subito a una band che in realtà apparteneva alla generazione che mi ha preceduto, gli Who), insomma, se penso ad Andrea Pazienza (lo hanno fatto in tantissimi, lo so, non pretendo di essere originale) non posso non notare, oltre alle somiglianze, anche le differenze. Somiglianze: l’uso dell’ironia, ad esempio. Strappare lungo i bordi per buona parte del tempo mi ha fatto ridere, come mi faceva ridere “Pippo lo sballato” di Pazienza, per dire. Differenze: la poetica di fondo. Pazienza era spietato, era Céline a fumetti, si drogava e conosceva lo Iai Do. Zerocalcare è dolceamaro, commovente (nel finale di questa sua serie lo è molto), e, come sapranno bene i suoi estimatori di lungo corso, mentre io l’ho appena scoperto, vive seguendo i dettami dello Straight Edge (no droghe, alcol, fumo ecc.). Ancora somiglianze: entrambi danno voce al bisogno di critica dell’esistente (capitalismo, globalizzazione, competizione sfrenata). Differenze: Pazienza era più vario, postmoderno, intersezionale (si dice?), nella tecnica così come nelle trame. Zerocalcare mi sembra più autobiografico, ma anche questo in fondo è molto generazionale, oggi l’autofiction è la narrazione dominante.

Ma allora, sei proprio convinto che Zerocalcare possa andar bene anche a un boomer come te?, mi chiede il mio Armadillo. Beh, sì, anche se per un “vecchio” sarà sempre inevitabile vedere nelle novità cose che per lui non lo sono affatto, è come per la musica, magari un giovane in una certa canzone sente qualcosa che non aveva mai sentito, mentre un boomer ci sente i Cure, i Joy Division, o roba ancora più vecchia. Del resto, succede anche che uno legga l’Educazione sentimentale di Flaubert, ambientata nella Francia di metà ‘800 e, dettagli a parte, ci trovi cose abbastanza simili a quelle che vede ai giorni nostri. È il miracolo delle buone narrazioni. 

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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