Il potere del linguaggio

«Architetta suona male. E poi allora il giornalista maschio lo chiamiamo “giornalisto”?»

«Diversamente abile, disabile o handicappato: cosa cambia?»

«Sono parole, i problemi sono ben altri!»

Ecco alcune delle risposte che si collezionano intavolando discussioni sulla lingua, che spesso, sia online che offline, assumono toni infuocati.

Ma se davvero il valore delle parole è un’inezia e l’importante è intendersi senza dare troppo peso a quali termini si utilizzano per farlo, perché le discussioni su questo tema sono così divisive? Perché, se davvero si tratta di questioni di poco conto, molte persone perdono tempo a difendere una posizione o l’altra? Cosa c’è dentro le discussioni sulla lingua capace di trasformare caratteri miti in leoni da tastiera? Ma, prima di tutto, qual è il vero valore delle parole?

Tullio De Mauro, linguista e filosofo del linguaggio tra i più grandi in Italia e noto a livello internazionale, ha dedicato buona parte dei suoi studi e della sua vita alla relazione tra lingua e società e nel suo L’educazione linguistica democratica scriveva: «Senza linguaggio, niente polis, niente possibilità per gli umani di essere la specie vivente “più aggregata”: perché lo sia, perché possa edificare la vita comune, alla specie umana, la physis ha dato il logos». Secondo De Mauro, dunque, il nostro essere umani si fonda proprio sulla nostra possibilità di maneggiare il linguaggio e il miglioramento dello stato di salute della democrazia passerebbe attraverso una preparazione linguistica soddisfacente di tutti i cittadini, «non uno di meno», come lui stesso amava ripetere. 

Comprendere il significato di ciò che si legge o ascolta vuol dire infatti essere persone che capiscono ciò che accade intorno ed essere capaci di scegliere le giuste parole significa entrare in relazione con l’Altro. La lingua infatti descrive la società, ma allo stesso tempo contribuisce a plasmare modi di pensare, modelli di ruolo, nuove rappresentazioni: chi viene chiamato per nome esiste, assume concretezza. E questo spiega almeno in parte l’urgenza di trovare un nome per tutti e tutte – forse tutt∂? – e l’emergere sempre più forte della necessità di un vocabolario che sia “aperto alle differenze” e che attraverso le parole esprima le reciproche diversità di chi compone la complessità del mondo attuale.

Le resistenze al cambiamento fanno parte dell’essere umano quanto la paura della diversità: l’incertezza che scaturisce dall’idea di trasformazione nella maggior parte dei casi spaventa e l’incontro con l’alterità spesso genera il timore di perdere la propria identità. Si aggiungono pigrizia e abitudine che, in misure a volte diverse, appartengono al genere umano. Inoltre, chi gode di un privilegio molto spesso non ne è consapevole e quindi non comprende le richieste di chi, invece, si sente privato delle stesse possibilità. Per intenderci: quante volte ci rendiamo conto di avere accesso ad alcuni luoghi solo perché camminiamo sulle nostre gambe?

La lingua però è un codice e come tale ha bisogno di essere condiviso dalla comunità che lo utilizza, senza contare che si nasce con una pre-competenza linguistica che per essere sviluppata e perfezionata ha assoluta necessità di interazione.

La sensibilità collettiva su molte questioni è in cambiamento e la lingua segue le trasformazioni, diventando essa stessa oggetto del dibattito. Come spesso accade sulle piazze virtuali in cui si consuma buona parte di questa discussione, però, le opinioni assumono posizioni polarizzate e contrapposte e anche nelle narrazioni poco spazio è lasciato alle sfumature.

Le posizioni appaiono in buona sostanza due. Da un lato il punto di vista storicamente prevalente – maschio, bianco, cisgender, eterosessuale, non disabile – che non solo non vede la necessità di un linguaggio più inclusivo, ma che considera la richiesta di attenzione una forma di censura e una cancellazione di alcuni fondamenti culturali. 

Dall’altro, tutto un mondo frastagliato fatto invece di chi esplicita la necessità di autodeterminarsi attraverso parole che sappiano essere precise e rispettose delle questioni identitarie e che sostiene che anche la resistenza al cambiamento linguistico concorra a mantenere e legittimare le diseguaglianze.

Tifoserie avversarie nelle quali riconoscersi o da combattere, tesi opposte da sposare o rifiutare in modo assoluto, facendo del dibattito scontro violento invece che momento di incontro.

I punti più interessanti della questione sulla lingua sono invece quelli più controversi e dai contorni meno definiti. Per esempio: considerare che la gogna mediatica per chi commette un errore, o la strumentalizzazione di alcune dichiarazioni riportate senza contesto, potrebbero inibire le persone per paura di una punizione inflitta dall’opinione pubblica, bloccando così un sano e fluido dibattito su questi temi. Oppure riconoscere che per troppo tempo la questione sulla lingua è rimasta una discussione per addetti ai lavori, chiusa nelle accademie o al massimo nelle redazioni giornalistiche e che, quando si è diffusa l’urgenza di un linguaggio più rispettoso delle differenze, è mancata un’introduzione sulle motivazioni. Così molte persone, invece di sentirsi parte di un dibattito prima e di un cambiamento poi, hanno percepito solo l’imposizione di nuove regole, senza comprenderne il criterio. O ancora rendersi conto che è ormai necessario l’aumento degli spazi mediatici per quelle che sono considerate “minoranze”, in modo che possano fornire spiegazioni e descrizioni di sé. Perché, che piaccia o meno, in una società che – come suggerisce De Mauro – è costruita sulla parola e desidera diventare sempre più libera e paritaria, il discorso sulla lingua diventa prioritario anche per chi, paradossalmente, investe tempo per affermarne la poca importanza.

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Pubblicato da Susanna Caldonazzi

Laureata in comunicazione e iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige dal 2008, inizia la sua esperienza professionale nella redazione di Radio Dolomiti. Collabora con quotidiani, agenzie di stampa, giornali on line, scrive per la televisione e si dedica all'attività di ufficio stampa e comunicazione in ambito culturale. Attualmente è responsabile comunicazione e ufficio stampa di Oriente Occidente, collabora come ufficio stampa con alcune compagnie, oltre a continuare l'attività di giornalista free lance scrivendo per lo più di di cultura e spettacolo. Di cultura si mangia, ma il vero amore è la pasticceria.