Il tennis è una relazione

“Il tennis è una relazione” dirà ad un certo punto Tashi Duncan (Zendaya). E quella frase sarà la summa di tutto Challengers. L’ultimo film firmato Luca Guadagnino, al cinema ormai da qualche settimana, – e già diventato iconico, almeno dal punto di vista dello stile e della moda – si gioca alla fine tutto qui, su questo crinale tra lo sport e le relazioni umane. Il tennis è ciò che fa incontrare i due protagonisti maschili, diversissimi nei modi e nell’aspetto, Art Donaldson, il biondo un po’ slavato, rispettoso delle regole, metodico e destinato al successo (Mike Faist), e Patrick Zweig, il moro incasinato, l’eterno potenziale inespresso (Josh O’Connor); il tennis è ciò che li renderà amici, forse amanti (platonici), rivali, nemici, ancora amici ritrovati; il tennis è ciò che li unirà al terzo polo di questo triangolo relazionale, Tashi; il tennis innescherà tutte le dinamiche di potere/svantaggio tra loro; il tennis è ciò che faranno, praticheranno, seguiranno, e ciò di cui, senza sosta, parleranno (su loro stessa ammissione). Eppure, a ben guardare, di tennis giocato, di tennis reale, in questo lungometraggio ce n’è davvero poco. Tema e filo conduttore di tutto, quando si arriva sul capo lo vediamo sempre e solo frantumato in movimenti infinitesimali al rallentatore, in copiosissime sudate, in ammiccamenti, in gesti provocatori, in movimenti rapidi ma scollegati e sconnessi.

È l’ossessione di Guadagnino per i corpi. Il tutto accompagnato da una colonna sonora tra le più potenti degli ultimi anni, tutta elettronica e firmata da Reznor e Ross. E allora, in definitiva, di certo Challengers non è un film sullo sport, quanto piuttosto sui rapporti e sulle conflittualità umane, interne ed esterne al sé. Ma ancora di più è un film che vuole dimostrare come il cinema possa ancora essere innovazione, fantasia, arte. Non è tutto già fatto e già visto, e anche con una storia “banale”, anche con lo stesso schema di sempre – i protagonisti wasp che Guadagnino tanto ama fin dai suoi esordi – si può creare qualcosa di mai visto prima. Il segreto è di Pulcinella e risiede negli elementi stessi del cinema: la musica, usata qui non solo in maniera calzante ma spesso anche originale, a discapito ad esempio di alcuni dialoghi chiave; gli attori, con le loro elevate capacità; e poi la regia. Challengers non sarebbe ciò che è senza quella primissima scena, con la macchina da presa che scorre velocissima lungo la rete ed incrocia il volto di Zendaya, senza le soggettive assurde, dal punto di vista di una racchetta e addirittura di una pallina, senza quello sguardo autoriale che sa andare al di là e che quindi arriva a far giocare gli attori su una lastra di vetro per poter riprendere il match da “sotto” il campo. Challengers non sarebbe ciò che è, se a girarlo non fosse stato Luca Guadagnino. 

Un match point morale e introspettivo

Prima e dopo Challengers di film sul tennis ce ne sono stati e ce ne saranno molti altri. Meno adrenalinico di altri sport portati sul grande schermo, consente da sempre un’indagine profonda del corpo umano, dell’atleticità, ma anche del singolo, dell’individualità umana. Tra le più celebri trasposizioni resta, indiscussa, quella firmata nel 2005 da Woody Allen, con protagonisti Jonathan Rhys Meyers e Scarlett Johansson. Anche qui, di fondo, il tennis non è che un pretesto, per una storia dai toni thriller che ricalca Delitto e castigo, indagando le implicazioni del caso, della fortuna, dell’attrazione e dell’amore sulla vita, ma soprattutto degli istinti, delle scelte individuali e delle loro ricadute sul piano morale e introspettivo. Da vedere, perché apice (o tra gli apici) della carriera del regista newyorkese, anche se tra i suoi lungometraggi più cupi.   

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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.