Il “Trono di Grazia” nascosto a Marcena

Pittore ignoto, Trono di Grazia e frammento di episodio narrativo, affresco, prima metà del XV secolo. Marcena di Rumo, canonica

In una stanza sita al pianterreno della casa canonicale di Marcena di Rumo si conserva un antico affresco, leggermente incassato nel muro perimetrale. La pittura, in stato frammentario, si compone di due riquadri definiti da una finta cornice geometrica a tre cromie. Nel riquadro maggiore è dipinta la Trinità, costituita dalla figura nimbata di Dio Padre, assiso in trono e reggente davanti a sé con entrambe le mani il Cristo crocifisso, mentre la colomba dello Spirito Santo si libra sopra il capo reclino di Gesù: si tratta della raffigurazione delle tre divine persone secondo lo schema iconografico del “trono di grazia”, che fu il più diffuso in Occidente tra il XIV e il XVI secolo.

Nell’angolo superiore destro del riquadro è presente un elemento decorativo fitomorfo: tra questo e la spalla di Dio Padre è incisa sul fondo scuro un’iscrizione solo parzialmente decifrabile: “I(?)T(?) / Sancta hedwigie /ora pro nob / IHS”. Una seconda iscrizione corre sulla cornice inferiore del riquadro, dipinta con pigmento nero in basso a sinistra: “DIE (?) . X LIII (?)”.

Nel secondo riquadro, collocato a destra del primo, si distingue solamente una figura maschile in piedi, rivolta verso destra con il braccio alzato, nell’atto di indicare qualcosa che noi non possiamo vedere perché questa parte dell’affresco è andata perduta. Tale personaggio presenta una barba bionda e indossa un abito a tunica con lunga manica; in testa porta un copricapo di panno rosso, che lo qualifica come dignitario o titolare di un’autorità. Essendo privo di aureola, non rappresenta un santo. Sopra di lui, nell’angolo superiore sinistro dell’immagine, compare la mano benedicente di Dio che fuoriesce da una nube, secondo la tradizionale iconografia della “dextera Dei”. 

L’opera è poco nota, anche perché la canonica è normalmente inaccessibile. La sua esistenza è stata segnalata nel 1975 da Aldo Gorfer, che proponeva una datazione al Quattrocento e un’attribuzione alla famiglia dei pittori itineranti Baschenis di Averara. Daniele Lorenzi, che la illustra per la prima volta nel 1986, nota la presenza del “personaggio maschile con il dito alzato vestito nella foggia tradizionale trecentesca” e segnala la presenza di una data, così trascritta: “147…”. Più recentemente Eleonora Callovi e Luca Siracusano nella loro guida della Val di Non scrivono che la canonica “comprende una piccola cappella, che conserva un frammento di affresco quattrocentesco, raffigurante la Trinità”. Nella scheda della catalogazione CEI è fornita una data ad annum, “1493”.

La datazione dell’opera rimane in realtà problematica. Dal punto di vista stilistico l’affresco va ricondotto a un pittore attivo nella prima metà del Quattrocento: lo attesta il confronto con la Trinità affrescata nella chiesa di Sant’Ippolito a Castello Tesino, appartenente a un ciclo eseguito nel biennio 1437-38, ove la composizione del “trono di grazia” risulta molto affine a quella di Rumo. L’abbigliamento del personaggio sulla destra sembra peraltro ricalcare una moda ancora trecentesca. Benché i Baschenis siano stati attivi in Val di Rumo e in particolare nella chiesa di Corte Inferiore, dove nel 1471 Giovanni e Battista lasciarono la loro firma sull’affresco di una ben nota Ultima Cena, nell’opera in esame non si ravvisa la mano di alcun esponente della ramificata famiglia di pittori bergamaschi. Allo stato attuale delle ricerche l’autore dell’affresco di Marcena sembra doversi identificare con un anonimo pittore di area trentina o veronese.

L’invocazione a Sant’Edvige incisa sull’intonaco è evidentemente successiva all’esecuzione della pittura e di incerta datazione: essa documenta la devozione per Edvige di Andechs, monaca benedettina e poi duchessa di Slesia, vissuta a cavallo tra XII e XIII secolo.

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Pubblicato da Roberto Pancheri

È nato a Cles nel 1972 e vive felicemente a Trento. Si è laureato in Lettere a Padova, dove si è specializzato in storia dell’arte. Dopo il dottorato di ricerca, che ha dedicato al pittore Giovanni Battista Lampi, ha lavorato per alcuni anni da “libero battitore” e curatore indipendente, collaborando con numerose istituzioni museali e riviste scientifiche. Si è cimentato anche con il romanzo storico e con il racconto breve. È infine approdato, per concorso, alla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, dove si occupa di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. La carta stampata e la divulgazione sono forme di comunicazione alle quali non intende rinunciare, mentre è cocciutamente refrattario all’uso dei social media.