In casa o in giardino?

È una domanda piuttosto ricorrente: una volta accolto in casa il nostro amico, e dopo aver gestito i primi mesi infantili, la sua corretta collocazione sarà all’interno o all’esterno dell’abitazione? Ovviamente si tratta di un quesito presentato da chi un giardino ce l’ha, magari abbastanza grande da consentire un adeguato movimento. Ebbene, la risposta a un tale “dilemma” richiede di affrontare due aspetti differenti: la natura del cane come animale sociale e la sua tolleranza alle variazioni di temperatura. Partendo dall’ultima considerazione, è innegabile che esistono razze, o ceppi, dotate di sottopelo idoneo a resistere a climi rigidi, nonché di un mantello funzionale a porre una barriera tra un micro clima interno e l’innalzamento dei gradi estivi. La natura, seppur nella sua parte “artificiale”, ha quindi fatto sì che il nostro amico abbia la capacità di adattarsi alle variazioni climatiche ed anche piuttosto in fretta. L’aggiunta di un luogo ben coibentato, e sufficientemente comodo per fungere da giaciglio da destinare al riposo, pare quindi garantire una buona vita all’aperto. Tutto ciò, nel rispetto di un ferreo controllo a che tutte le condizioni strutturali e ambientali vadano nella direzione voluta. In aggiunta, escludendo da tale novero individui appartenenti a razze delicate al freddo, o all’afa, anche di piccola taglia, di salute cagionevole o di età avanzata.

Tuttavia, il cane è per origini ataviche un animale “sociale”, la cui identità etologica esige e richiede di vivere il “branco umano” e di condividere con esso spazi, risorse, esperienze, emozioni ed eventi. Diversamente, il tutto diventa complicato, non essendo la solitudine uno stato esistenziale compatibile con l’essere cane. La relegazione permanente in giardino, quindi, pone nel nostro amico un perché insolubile circa l’essere stato separato dal resto del “suo” gruppo sociale. Tutto ciò, soprattutto se il contatto umano diviene raro e sporadico. In breve tempo, il cane diviene gestore di sé stesso, attivando comportamenti spesso poco apprezzati dalla famiglia umana; dallo scavare buche, al mordicchiare tutto ciò che è a portata di bocca, fino ad abbaiare a chiunque si trovi a passare al di fuori del territorio. Insomma, la solitudine induce a compiere azioni che, pur appartenendo al repertorio comportamentale canino, divengono “passatempi” necessari per supplire alla mancanza sociale. La soluzione? Vivere il nostro cane all’interno della casa, nel rispetto di regole di gestione costanti e coerenti.

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Pubblicato da Stefano Margheri

Mi hanno detto, e penso di ricordarlo, che da piccolo mi perdevo nella fattoria in miniatura, fatta di animali di diverse specie che sostituivano i tipici soldatini dell’epoca. Probabilmente, in qualche parte della memoria, questa passione si è trasformata in qualcosa di reale e a distanza di molti anni mi ritrovo ad ammirare, con lo stupore di un bambino, ogni espressione del comportamento animale. In particolare, i cani sono diventati la mia vita, oggi persino una professione, prima affiancata alla laurea in giurisprudenza e poi fatta prevalere su quest’ultima. Le qualifiche e i titoli acquisiti nei decenni mi hanno insegnato l’importanza di non smettere di imparare, coniugando la pratica dell’addestramento con il piacere curioso della conoscenza teorica. Scrivendo e descrivendo i cani, cerco di trasmettere quello che giornalmente loro stessi mi insegnano.

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