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In Svezia, il caffé è trentino (e arriva su tre ruote)

È  apparsa con una gran sorriso sullo schermo, felice di parlare italiano e curiosa di sapere del tempo in Trentino, perché lì, in Svezia, fa freddo e piove. Cristina emana energia ed entusiasmo anche attraverso una videochiamata, si intuiscono subito i motivi del successo dell’azienda Fogarolli.

Come sei “approdata” in Svezia? 

È stata tutta colpa dell’amore! – dice sorridendo – Ho conosciuto Sebastian Ryberg a Dresda, in Germania, dove stavo finendo l’Università. Lui, svedese, studiava ingegneria, io sociologia, ci siamo conosciuti ad un corso di pronuncia, l’unica cosa che abbiamo avuto in comune all’Università. Quando ho terminato i miei studi siamo venuti in Svezia, in attesa che anche lui terminasse la laurea. Credevamo entrambi che nel giro di un anno saremmo tornati in Germania a vivere, nel frattempo poteva essermi utile imparare un po’ di svedese… non si sa mai, no?! 

Perchè il caffè? Quando nasce l’idea? 

L’estate Sebastian, insieme al fratello, lavorava vendendo cibo nei Festival e sono andata ad aiutarlo qualche volta. Non riuscivo a capire dove la gente andasse a bere un buon caffè, dopo quei deliziosi piatti dai più svariati paesi del mondo. Mi sembrava incredibile che ad un festival di 35 mila persone nessuno ci avesse pensato! 

In Svezia, la cultura del caffè è forte: si tratta di una delle nazioni con il più alto consumo pro capite di caffè. E, se in città si trovavano posti dove il caffè è fatto bene, appena si lasciava il centro di macchine da espresso non se ne vedevano più, c’era solo il loro caffè-filtro. 

Cristina e Sebastian (ph Roberto Frignani)

È partito come un hobby, un lavoro per l’estate, è stato pensato, detto e fatto tutto abbastanza velocemente: dovevamo assolutamente proporre il meglio dell’Italia in Svezia. Ci siamo detti: proviamo e vediamo… così siamo diventati imprenditori! Testardamente, dopo aver testato il mercato, abbiamo sviluppato il concetto, dato il mio cognome all’azienda, creato un marchio pieno di valori. Anche se inizialmente in quel mondo ci credevano un po’ fuori di testa e le nostre famiglie, titubanti, si chiedevano “Cosa fate? Siete laureati!” Ricordo un’intervista apparsa su un quotidiano che ci dipingeva come creativi che portavano il meglio dell’Italia all’estero. Ecco, credo che quella ci abbia aiutato a cambiare un po’ la nostra immagine. E poi, è merito di tutte le sensazioni positive, se avessero continuato quelle negative non avremmo pensato di fare la cosa giusta, invece le reazioni dei nostri ospiti ci hanno aiutato a costruire l’azienda giorno per giorno, tazza per tazza.

Voi non avete creato una caffetteria, avete scelto di portare il caffè in giro. Perchè proprio i ciclomotori, perchè l’Ape?

L’idea è stata di Sebastian, inizialmente mi lasciava perplessa: avevo sempre associato questo furgoncino a chi va in campagna o ai ragazzini che ci vanno in giro. Eppure l’Ape è un simbolo del design italiano nel mondo e in questo modo ci piace pensare di riuscire a regalare un viaggio in Italia all’ospite, oltre alla funzionalità dell’essere mobili ed equipaggiati di tutta l’attrezzatura professionale. E poi il colore: avevamo pensato al marrone come il caffè ma abbiamo capito velocemente che dovevamo farci notare. La scelta non poteva che cadere sul rosso!

Gli Ape Fogarolli al lavoro in Svezia (ph Jimmy Linus)

Una delle cose belle è che parli spesso di “La famiglia del caffè Fogarolli”…

Abbiamo iniziato a chiamare tutti i ciclomotori, le Api Fogarolli, con un nome della mia famiglia italiana: mamma, papà, fratelli, sorelle, i loro figli, i cugini… la gente sorride quando pensa a Fogarolli. Rappresentiamo una parte sociale, siamo gli attori di una chiacchierata con una tazza di caffè e creiamo relazioni, anche di business.

Anche i nostri franchises sono parte integrante di questa famiglia, con ognuno di loro non c’è solo un rapporto di lavoro, siamo una squadra dove ognuno ha i propri compiti ma la missione è comune. Abbiamo capito che insieme siamo forti ed è questa la parte di successo. Insieme vogliamo portare un buon caffè dappertutto, come dice il nostro slogan: “Great coffee anywhere”.  

Quale è il segreto del vostro caffè? 

La filiera è lunghissima e, per puntare alla qualità, ci affidiamo a delle persone professionali che ci aiutano a selezionare i chicchi. Il nostro caffè è preparato con chicchi di arabica provenienti da agricoltura biologica ed equosolidale, perchè non solo la qualità è importante ma vogliamo pensare anche ai lavoratori, in primis ai contadini di questo settore che lavorano con sostanze chimiche pericolose e regole completamente diverse dai nostri paesi. Al giorno d’oggi, si tratta di questioni a cui dobbiamo dare importanza e spazio, non a chiacchiere ma nelle scelte quotidiane. 

Come si riconosce un caffè di qualità? 

Un caffè di qualità si beve senza zucchero, per quel che mi riguarda: arabica al 100%. Non tutta l’arabica è buona ovviamente, va selezionata e poi tostata nella maniera giusta, questo processo può dare tantissimo. Affinché possa essere apprezzato sia da chi di caffè è esperto, sia da chi non ne ha mai bevuto, il caffè non deve essere “bruciato” ma mantenere un buon bilanciamento, cioè ci deve essere una dolcezza naturale in modo da evitare di dover usare lo zucchero. 

Con la parola “caffè” possiamo indicare un rituale, un momento di incontro, di scambio.

È un momento culturale quello del caffè. In Svezia, la merenda si chiama “fika” (sì, con la k) e costituisce un’istituzione sociale, una tradizione quotidiana in cui si beve una tazza di caffè filtro o caffè latte o cappuccino accompagnati da un dolce, tipicamente alla cannella.  Ho capito l’importanza del rito, ho anche partecipato ad un corso di cucina a Trento con Dalsass e sono stata ispirata dalla ricetta dei cantucci a cui ho cambiato forma. Ora serviamo la nostra merenda con cantucci grandi e caffè. Offriamo anche cappuccini o caffè latte con “latte-art”, ovvero facciamo cuori, foglie e altre forme, praticamente ogni tazza ha la sua latte-art che piace molto alla gente.

Parlando di clientela, c’è un cliente tipo?  Chi vi cerca, cosa cerca? 

Non lavoriamo sempre nello stesso posto e da marzo dell’anno scorso, con la pandemia, il nostro calendario eventi si è azzerato. Ci siamo connessi, confrontati tra di noi e abbiamo cercato di focalizzarci sulle possibilità. Ci siamo chiesti “ora cosa facciamo?” Ci siamo fatti una domanda: “chi ha più bisogno in questo momento del caffè?” La risposta è arrivata immediata: il personale sanitario con una situazione assai difficile da affrontare. Abbiamo creato “l’ora del caffè”: abbiamo chiesto ad altre aziende di comprare un’ora di tempo per aiutare il personale sanitario e, di conseguenza, anche noi a sopravvivere come azienda. Il successo è stato pazzesco, è arrivata un sacco di solidarietà e noi abbiamo servito i nostri caffè negli ospedali e centri sanitari.  

Il progetto ci ha dato la consapevolezza che insieme possiamo farcela. Ci siamo orientati ai luoghi dove ora si trovano le persone e facciamo cose che un anno fa non facevamo: se prima lavoravamo ai festival ed avevamo magari una decina di Ape Fogarolli concentrati lì per 3-4 giorni , adesso siamo fuori, nella natura, sulle passeggiate al mare, nelle piazze. Ovunque ci siano persone ed è un servizio molto apprezzato.

Diamo alcuni numeri di quella che è un’azienda vivace e moderna. 

Attualmente abbiamo 41 Api e 26 franchisees, la maggior parte in Svezia, 4 sono in Danimarca e 1 in Germania. A livello centrale siamo in tre: io, Sebastian e la signora che gestisce la parte amministrativo/contabile. Se io ho capito il bisogno degli svedesi, Sebastian sapeva cosa avevano gli italiani. Lui è più visionario, è avanti di qualche anno con la testa, è la mente. Io invece vivo nel “qui ed ora”, sono il cuore. 

Una scuola di imprenditoria dunque? 

Credo che il mio viaggio, partendo da basi semplici, sia stata una continua crescita. Qui, nel percorso per diventare un “Fogarolli barista partner” ci trasformiamo un po’ in una piccola scuola di imprenditoria, dove educare i nostri figli, ma a volte si tratta di intere famiglie che si trasformano in partner.

Chi è Cristina Fogarolli? Quali sono le tue passioni?

Sono mamma di due bambini: Sofia di 11 anni ed Elias di 5. La mia famiglia di origine vive in Trentino: mia madre abita a Sopramonte ma è qui dall’estate scorsa e io ne sono davvero felice. Mia sorella vive in Sardagna con i suoi tre bambini ed è venuta dopo un anno e mezzo a trovarmi: una sorpresa magnifica! Sebastian è il mio compagno e il padre dei bambini… oltre che delle Api che abbiamo! 

Ho la passione per il tennis e, negli ultimi anni, da quando è scoppiato questo sport anche in Svezia, ho riscoperto il Padel. Una specie di tennis che si pratica a coppie in un campo rettangolare chiuso da pareti sui lati.

Cosa hai trovato in Svezia che non c’è in Italia? E cosa non c’è in Svezia che dell’Italia ti manca?

In Svezia è più facile lavorare: c’è organizzazione e uno stato sociale solido che permette di gestire azienda e famiglia con maggior facilità, sicurezza e sostegno. Gli Scandinavi sono molto creativi, guardano sempre avanti, allo sviluppo: se una cosa si ferma, diventa troppo vecchia. Sono aperti, curiosi. Dell’Italia mi manca sicuramente il clima. Qui oggi ha piovuto già 15 volte! E poi, ovviamente, la mia famiglia.

Progetti e/o sogni nel cassetto? 

A livello aziendale, vogliamo ingrandire l’organizzazione centrale per poter crescere nel modo corretto, aumentare la marcia per espanderci in Germania, Norvegia… ci crediamo molto. Personalmente vorrei trascorrere parecchio tempo anche in Italia, godermi dei periodi più lunghi. Mi piace anche il fatto che i bambini possano sentirsi a casa indipendentemente da dove siano. Qui sono io la mamma straniera, invece in Italia lo è il papà ma loro si sentono cittadini ovunque.

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Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.

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