“Invecchiare” in fretta per far fronte ai problemi degli anziani

Ci sono voci che vanno ascoltate anche quando dicono cose scomode o difficili. Massimo Cacciari, filosofo e accademico dei Lincei, già politico di personalità, già deputato del Pci ed eurodeputato, tre volte sindaco della sua Venezia, l’ha fatta sentire innumerevoli volte la sua voce. Qualcuno lo ha anche chiamato “intellettuale disorganico”, facendo il verso alla nota definizione gramsciana. 

Vi sono però refrain che tornano. Ne sottolineo due.

Il primo concerne i rischi legati alla radicalizzazione delle posizioni. Ne parla da sempre: riformismo contro rivoluzionarismo negli anni 70; coesistenza tra Occidente e Islam piuttosto che scontro tra civiltà negli anni ‘80 e ‘90 dopo la rivoluzione khomeinista; persino la inattualità delle definizioni di Sinistra in contrapposizione alla Destra. Infine, ai giorni nostri, il forte richiamo dell’attenzione al dopo nel pieno della pandemia e, ora, il disdegno per le posizioni radicali sul green pass. È polemica nota.

Il secondo elemento è l’importanza del ruolo attribuito alla gioventù. Il suo stesso approdo alla filosofia, che per lui è il linguaggio dell’Occidente, il miglior strumento «per intenderne l’inquietudine, le tragedie e la stessa follia», lo narra come molto precoce. È in gioventù che si fanno «i viaggi della mente», perché «poi, nel resto della vita, li organizzi, li approfondisci, ma le idee fondamentali nascono da giovani». E confronta ora la sua gioventù con quella odierna. Massimo Cacciari nel 1968 aveva 24 anni. Attraversò quella stagione richiamando alla necessità di una riforma di sistema, radicale ma non fatta di sogni ancorché rivoluzionari. Ne imputa il fallimento alla miopia del ceto politico di allora di fronte a giovani «stretti fra i partiti della sinistra incapaci di capire il salto d’epoca e, dall’altra parte, l’irrazionalità, i sogni appunto».

Presenta aforismi spesso arditi, segno del carattere brusco e di una certa propensione per le frasi a effetto.

Ma anche quando dichiara brutalmente che questo non è un Paese per giovani, spesso costretti a emigrare, ne sollecita la partecipazione alla vita politica. Senza radicalismi perché «la democrazia vive di mediazione».

Oggi, in particolare di un’opinione pubblica che si va radicalizzando agli estremi e della demagogia, teme soprattutto l’irrazionalità dei messaggi inviati ai giovani.

Per quanto siano urgenti disegni di riforma, tanto radicali quanto razionali, intorno alle grandi agende dell’energia e dell’ambiente, i giovani restano emarginati e soli. Fuori dalla politica. Ed è qui la grande differenza tra quella stagione e l’oggi: «da solo, puoi scrivere un libro, non fare politica».

In parte, la problematica è legata alle nuove tecnologie informatiche.

Rispetto alla dimensione collettiva dei movimenti giovanili degli anni ‘60 e ‘70, c’è bensì enorme potenzialità di collegamenti, ma anche grande solitudine individuale.

Gli strumenti digitali impediscono la creazione di luoghi fisici comuni, che considera invece essenziali per lo sviluppo di un pensiero collettivo e dunque politico.

«Oggi non ci sono movimenti paragonabili. L’era digitale individualizza tutto nell’apparenza dell’agorà universale; noi ci mettevamo insieme, facevamo società».

Ma non vede “bamboccioni”, Cacciari.

I gap di conoscenza si devono alla scuola, e quindi alla sua stessa generazione, quella anziana.

I giovani, dice Cacciari a modo suo, dovranno diventare “vecchi” in fretta per far fronte ai problemi lasciati dagli anziani, in una società che promette a tutti l’eterna giovinezza.

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Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.

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