La Regina è morta. Viva la regina

“La Regina è morta”, cantavano gli Smiths nel 1986, e non sembravano molto dispiaciuti. “Her very Lowness”,  l’avevano ribattezzata, “sua bassezza assoluta”, prima di prendersela anche con la Chiesa e con il pub, ovvero due delle istituzioni portanti del Regno Unito. Eppure, chi può negare che il funerale della regina Elisabetta II sia stato un grande evento mondiale? Persone in fila per ore, per notti intere, per darle l’estremo saluto. News fino allo sfinimento, prive di vere notizie. E Putin che si indigna per non essere stato invitato. Se non fosse accaduto veramente, potremmo immaginare che sia un altro testo di qualche musicista irriverente, uno come Johnny Rotten, per esempio, il leader dei Sex Pistols, che nell’anno del Giubileo d’argento, il 1977, incisero un brano rimasto nella storia, “Good Save the Queen”, appunto, “Dio salvi la regina”, aggiungendo, anzi urlando, che lei non era un essere umano, ma un’attrazione turistica, e che comunque, non c’era alcun futuro in vista per L’Inghilterra.

Ma anche Johnny Rotten, che oggi vive in America e da un pezzo ha ripreso il suo vero nome, Lydon, ha manifestato rispetto per questa regina ultranovantenne che nella sua vita aveva visto cose ben peggiori del punk, dalla crisi di Suez alla guerra delle Falkland, dalle stragi dell’Ira e di Al Qaida alla morte di Diana, forse l’evento che più di tutti ha fatto traballare l’istituto della monarchia. La regina che molti hanno scoperto o riscoperto in “The Crown”, la fortunata (e bella) serie Netflix, quella che ha preso il tè con Churchill, l’eroe della Seconda guerra mondiale, e la terribile Margaret Thatcher, la figlia del salumiere, una delle colonne del mondo neoliberista contemporaneo. Che ha ballato con Kwame Nkruma, il presidente del Ghana, primo stato libero dell’Africa postcoloniale, e ricevuto a Corte i Beatles, teste di ponte di una nuova Inghilterra a cui tutti il mondo guardava con straordinaria ammirazione. Ai funerali del 19 settembre scorso l’arcivescovo di Canterbury ha parlato di spirito di servizio. “Poche fra le persone che detengono il potere lo provano come lo ha provato la regina, ed è per questo che pochi leader ricevono l’amore che le è stato dimostrato in questi giorni”, ha detto.

Ma forse le parole più sincere le ha pronunciate Camilla, la regina consorte: “Deve essere stato molto difficile per lei essere una donna sola. All’epoca non c’erano primi ministri o presidenti donna. Era l’unica: si è dovuta ritagliare il suo ruolo”. Che dire della monarchia? È un’istituzione ereditaria, quindi un relitto del passato, di un mondo in cui i capi erano tali per investitura divina, e per diritto di sangue. Tutti noi oggi deriviamo da qualcosa di diametralmente opposto: dal mondo meritocratico ed egualitario scaturito dalla Rivoluzione francese (in cui un re e una regina sono stati ghigliottinati, anche se per la verità un re, Carlo I, lo avevano giù ucciso gli inglesi nel 1649) e dall’indipendenza degli Stati Uniti d’America, l’ex-colonia che scelse la libertà e il repubblicanesimo. Noi pensiamo che non importa di chi sei figlio, di un lord o di un mendicante, hai le stesse identiche opportunità di tutti gli altri. Un’idea utopica, certo, ma pur sempre generosa, nobile nel vero senso del termine. 

E tuttavia, la regina piaceva, anche da noi. Perché? Forse perché c’è bisogno di figure di riferimento di cui parlare (ed eventualmente sparlare, ma con affetto). Figure luminose, famose nel senso più etereo del termine. Prive di vero potere, il potere duro e implacabile di dichiarare una guerra o far crollare una borsa. Figure che incarnano con un cappello, un taglio di capelli, un sorriso, un matrimonio, il bisogno che abbiamo di essere intrattenuti, deliziati, e forse, in un certo senso, confortati.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.