La scatola nera dell’Essere

Luigi Pirandello, consapevole dell’inesistenza della Verità assoluta, segnava il suo tempo letterario con il racconto Uno, nessuno, centomila. Talvolta, durante gli incontri e le conferenze, si alza una voce che chiede quale sia il metodo migliore per capire un’opera. La mia risposta è sempre la stessa: non esiste un metodo, ma centomila. Ogni opera, ogni segno, ogni testimonianza è come una via, una strada, e ogni strada è diversa dall’altra. Quindi bisogna cercare ciò che è più congeniale sia all’oggetto preso in considerazione che al soggetto che guarda. E ogni soggetto ha la sua via.

È anche vero che, tra le tante vie, la mia predilezione va alla mitodologia, come l’ha chiamata Gilbert Durand, ovvero fare del mito uno dei metodi che maggiormente aiutano a comprendere le molteplici realtà che ci circondano. Un metodo che obbedisce all’unica regola durandiana: «Il Reale non è possibile che attraverso l’Irreale». Nella consapevolezza che l’Irreale, come ha scritto recentemente Marino Niola, non è meno reale del Reale perché è l’insieme dei sogni, delle leggende, degli archetipi, cioè le immagini-madri che orientano, dalle loro profondità invisibili, inavvertibili e immemorabili, i comportamenti umani. A questo proposito è appena uscito in italiano, per i tipi di Mimesis, il manuale-metodologico che sottostà alle plurime ricerche di quell’iperbolico personaggio che ha fatto del simbolo e dell’Irrealtà la propria vita, Gilbert Durand appunto. Il titolo è Introduzione alla mitodologia. Miti e società, traduzione di Valentia Grassi (pag. 188, € 18).

Quando al largo dell’isola egea di Naxos si alzò potente il grido «Pan è morto», decretando così la fine del mondo mitologico greco, la realtà, fortunatamente, è stata un’altra. Gli dèi non sono morti – Jung li fa risorgere come malattie –, per qualcun altro gli dèi si sono semplicemente mimetizzati, sono diventati invisibili, irreali, ma non per questo sono defunti. Tutt’altro. Basta saperli vedere, saperli ascoltare, sapere che esistono. Loro si insinuano, si introducono nelle sfaccettature del reale e le condizionano, le modellano, le piegano. Gilbert Durand ha sempre annotato queste intrusioni, queste contaminazioni. Discepolo di Gaston Bachelard, Henry Corbin e Carl Gustav Jung, fondatore assieme a Lèon Cellier e Paul Deschamps del “Centre de recherche sur l’imaginaire” (nel 1996), in tutti i suoi libri – il più famoso è sicuramente Le strutture dell’immaginario. Introduzione all’archeotipologia generale (1960) – ha indagato (forse è più corretto dire frequentato, viaggiato dentro) il mondo del simbolo, sicuro che i miti privilegiano la qualità rispetto alla quantità, l’iconomia rispetto all’economia, riuscendo a rispondere, per chi sa leggere, ascoltare e intendere, che ogni oggetto ha in sé una delle risposte al senso della vita che la razionalità continua invano a cercare non arrivando mai a fornire una soluzione. Come scrive sempre Niola, per Durand la risposta è custodita e cifrata nella mitologia, nella poesia, nella musica, nell’arte. E qualche volta negli aspetti più vertiginosi e indicibili delle religioni. In verità, il mito è la scatola nera dell’essere.

La realtà quotidiana sta dimostrando sempre di più che alcune scoperte scientifiche hanno preso la strada sbagliata, conducendo l’uomo sull’orlo del baratro, della propria autoestinzione. Quella moderna è una società in agonia. L’uomo ha bisogno di ciò che era in passato, quando vigeva un linguaggio fatto di archetipi in grado di ridare significato al mondo, di reinterpretare il deserto del presente attraverso le grandi immagini del passato, alla ricerca di frammenti con cui puntellare le rovine della modernità. Bisogna riscoprire ciò che, come una linfa, scorre nel mondo di fuori, delle immagini, dei miti, dei simboli: l’anima.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com