L’autentico segno dei tempi

Sign o’ the Times, l’album doppio di Prince pubblicato nel marzo del 1987, è stato classificato da Time Magazine “miglior disco degli anni ‘80”. Ah, che interessanti gli anni Ottanta! E che fantastico compositore, cantante, chitarrista, polistrumentista, showman, in una parola artista, è stato Prince!

La grandezza di questo lavoro è data dalla sua compattezza, nonostante la varietà dei generi toccati: pop, funk, soul, dance elettronica, e chi più ne ha più ne metta, compresa qualche escursione rap e psichedelica. I capolavori sono così: possono spaziare, o essere terribilmente egoriferiti (in questo disco Prince suona quasi tutto, dalla chitarra al basso alla drum machine), ma al fondo trasmettono un’impressione di unità e compiutezza.

Ma: è forse questo un disco postmoderno? No. Il postmoderno è citazione decontestualizzata. L’autore, in questo disco che avrebbe dovuto essere addirittura triplo, più che citare i classici (specie quelli della musica nera), inventa, e semmai riscrive.

Si parte con un battito elettronico, il cantato che affronta temi “caldi”, l’aids, la droga, le gang di strada: “In Francia un uomo molto magro è morto di una grave malattia con un nome corto/per caso la sua ragazza si è imbattuta in un ago e presto le è capitato lo stesso/a casa ci sono dei ragazzi di diciassette anni e la loro idea di divertimento è stare in una gang chiamata I Discepoli /fatti di crack e con una mitraglietta in mano…”

Con il successivo, Play In The Sunshine, siamo su altri lidi, quasi-beatlesiani, mentre Housequake ci porta dalle parti dell’hip hop e The ballad of Dorothy Parker, oltre ad omaggiare una scrittrice newyorkese, è anche una deliziosa ballata notturna. E via e via, passando per l’incalzante U Got The Look, con Sheena Easton, l’inno di The Cross (che dal vivo divenne in seguito The Christ), il pezzone rock quasi-springsteeniano I Could Never Take The Place Of Your Man, la ballerina It’s Gonna Be A Beautiful Night, registrata dal vivo a Parigi.

Manca forse a Sign o’ the Times un hit immortale come Purple Rain, ma la critica fu comunque unanime nell’osannarlo. Il brano di apertura raggiunse la terza posizione nella Billboard Hot 100 USA ed il video, realizzato solo con del testo animato, fece scuola. Come tante altre cose degli anni Ottanta.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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