Le danze reali dei sogni

Su Luciano Olzer ho scritto su TM nell’agosto del 2019, in occasione di una sua personale alla “Fogolino” di Trento (purtroppo in seguito defunta dopo una quarantina d’anni di vita). Si trattava di un articolo per “Artisti amici” in cui l’artista parlava solo con le sue opere, non con la sua voce. Questo articolo vuol esserne la continuazione.
Ancora non conoscevo Olzer di persona (scritto con la ‘O’ iniziale, ma lo stesso cognome lo trovi anche trascritto con l’H iniziale, alla tedesca): è nato nell’ospedale di Levico Terme nel 1953 (non a Pergine come si è scritto su qualche catalogo), e cresciuto a Pergine Valsugana. Ma forse è più importante informare che – come molti perginesi – è di origine mochena, tenendo presente che i Mocheni hanno un’anima germanica e nei loro cromosomi una naturale predisposizione alle abilità tecniche. Tre fratelli maschi, madre casalinga, padre con una sua pasticceria a Pergine, (che sarà poi gestita assieme a un fratello da Luciano, sino alla pensione). Il padre è appassionato di musica che coltiva suonando a orecchio mandolino e chitarra, strumenti che imparerà a suonare anche Luciano, entrando a quindici anni nel gruppo dei Black Hawk, suonando il basso, e poi anche con altri gruppi rock. Negli anni Ottanta, scopre la musica elettronica, frequentando, corsi a Milano al C.E.D.M.E.; a Padova al C.S.C., centro distaccato dell’Università che studia fisica del suono; e a Conegliano, studiando musica informatica elettronica con Alvise Vidolin: “Quegli studi mi risultarono preziosi quando nei primi anni Novanta collaborai a Trento con la compagnia teatrale Finisterrae, in importanti spettacoli”.

Luciano Olzer

Ma facciamo un salto indietro, andando a spolverare alcuni episodi nella vita di Luciano, che hanno valore di imprinting. Aveva nove anni quando gli regalarono una macchina fotografica, di plastica, comprata all’UPIM per 500 lire. Con qual rudimentale apparecchio si appassionò alla fotografia, diventandone – a mio avviso – un originale, geniale artista. Cosa fotografava? “Persone, paesaggi ma, con gli anni, soprattutto l’acqua. Mi innamorai dell’acqua, cominciando ad osservarla, a studiarla. Mi affascinavano soprattutto il suo movimento, la trasparenza, il gioco delle luci e delle ombre, e come apparivano diversi gli oggetti nell’acqua corrente. Avevo scolpita nella mente la frase di Leonardo: “Nell’acqua c’è tutta l’arte del mondo”.
“Ero in quinta elementare quando, nel ‘63, il maestro Laner, avendo notato in me un particolare interesse all’immagine, mi invitò a casa sua. Mi mostrò una specie di scatola di legno con una sorta di obbiettivo in cima. Mi spiegò che era una lanterna magica, usata all’Oratorio per fare delle proiezioni utilizzando vetrini. Era un strumento superato dai proiettori di diapositive. Me lo regalò, assieme ai vetrini. Li conservo tuttora e ci ho fatto tante proiezioni…”.

Azionando la moviola del tempo diciamo che il nostro Luciano, partito musicalmente suonando il mandolino e la chitarra, a orecchio come suo padre, divenne un cultore della musica più avanzata, quella di suoni di sintesi. Frequentò diversi corsi. A Conegliano, negli anni Novanta, a fine anno erano previste delle composizioni composte dagli allievi: nel 1993 presentò il brano “Balium” per suoni di sintesi, ovvero suoni ottenuti da sintetizzatori digitali in modulazione di frequenza. E 4 anni dopo, a Trento al Teatro Sperimentale presentò “Fractal Time” per violino e live electronics. Insomma una sorta di Archimede Pitagorico il nostro Luciano Olzer, oriundo mocheno senza la ‘h’ iniziale’, probabile discendente dei canopi che scavavano argento, anche lui a cercare l’argento servendosi della macchina fotografica utilizzata in modo talentuoso. Nei primi anni Novanta Olzer si focalizza sui movimenti della natura, cerca di bloccarli in fermo-immagini con la macchina fotografica, nei loro momenti più emozionali. Oppure è lo stesso artista fotografo a muovere la macchina usandola come un pennello o come una tela in movimento. È una tecnica contraddistinta da la sigla M.I.C. (movimento intenzionale della camera). Negli anni Venti c‘era stato Man Ray, artista americano ma che ha operato con i dadaisti europei (geniale il suo ferro da stiro chiodato, sconvolgente e allo stesso tempo divertente), ad anticipare questa tecnica utilizzando una macchina fotografica e il piatto di un giradischi. Quelle di Olzer sono fotografie realizzate con l’apertura del diaframma per pochi secondi (dai due ai sei secondi ). Ne sbocciano immagini di grande suggestione: pare di vedere veli che si muovono a onde, sottilissime trine in perenne trasformazione, ricami luminosi che si sciolgono nell’aria, foto all’insegna della leggerezza e della luce. Sono fondamentalmente inedite: il pubblico ha potuto ammirarle in qualche collettiva come quella di Caldonazzo organizzata dal Centro d’Arte La Fonte o esposte nello studio dell’artista nei pressi della Scuola musicale. Si può fotografare il fumo non con intenti cronachistici (fumi di scoppi di bombe, di incendi, di fabbriche ecc.), ma artistici? Il nostro artista l’ha fatto e ha fotografato l’effimero, esponendo alcune foto in una mostra al Grand Hotel Trento nel 2016, con testo critico di Mario Cossali. Tenendo presente che non ha predilezioni tra il colore e il bianco e nero, e che il fumo non ha colore se non il grigio-biancastro, Olzer ha voluto concretizzare immagini colorate del fumo, utilizzando (come in ”Effimero 3”), un prisma di vetro, con la luce del sole che attraversando il prisma ne fa emergere i colori.
Luciano Olzer, non conosciuto quanto meriterebbe, anche perché non ha mai tirato i critici per la giacca, ha comunque esposto in molte decine di importanti eventi: in Trentino ma anche fuori, in festival di poesia a Verona, Mantova, Pavia e all’estero, a Londra. 

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Pubblicato da Renzo Francescotti

Autore trentino dai molti interessi e registri letterari. Ha al suo attivo oltre cinquanta libri di narrativa, saggistica, poesia in dialetto e in italiano. È considerato dalla critica uno dei maggiori poeti dialettali italiani, presente nelle antologie della Garzanti: Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi (1991) e Il pensiero dominante (2001), oltre che in antologie straniere. Sue opere sono tradotte in Messico, Stati Uniti e in Romania. Come narratore, ha pubblicato sei romanzi: Il Battaglione Gherlenda (Paravia, Torino 1966 e Stella, Rovereto 2003); La luna annega nel Volga (Temi, Trento 1987); Il biplano (Publiprint, Trento 1991); Ghibli (Curcu & Genovese, Trento 1996); Talambar (LoGisma, Firenze 2000); Lo spazzacamino e il Duce (LoGisma, Firenze 2006). Per Curcu Genovese ha pubblicato Racconti dal Trentino (2011); La luna annega nel Volga (2014), I racconti del Monte Bondone (2016), Un Pierino trentino (2017). Hanno scritto prefazioni e recensioni sui suoi libri: Giorgio Bàrberi Squarotti, Tullio De Mauro, Cesare Vivaldi, Giacinto Spagnoletti, Raffaele De Grada, Paolo Ruffilli, Isabella Bossi Fedrigotti, Franco Loi, Paolo Pagliaro e molti altri.