Le leggi “twitter” e l’Alta Corte sbeffeggiata

In un articolo comparso il 19 Febbraio 2022 su IlFattoQuotidiano.it il giornalista insorge contro la recente bocciatura da parte della Corte costituzionale dei referendum sul cd “suicidio assistito” e sugli stupefacenti, denunciandola come un «vulnus di tale gravità, inferto con intollerabile arroganza da un consesso che dovrebbe essere il guardiano della Costituzione». E aggiunge un attacco personale all’attuale presidente della Corte, di cui dice: «girandola di motivazioni assurde squadernate da Giuliano Amato. (…) Persino definirli da Azzeccagarbugli conferirebbe a questi vaneggiamenti una patina di decenza di cui sono totalmente privi.»

Un tale dispregio nei confronti dell’Alta Corte non ha precedenti. Anzi, mancava solo questa. Non c’è istituzione della Repubblica che non sia stata additata al ludibrio generale da Caio e da Sempronio, senza remore, in un gioco al massacro iniziato ben prima del Vaffa day da vari soggetti, tra i “discesi in campo” in politica e quelli che già vi sguazzavano. Non sono affatto un bel segnale toni così duri financo contro un organo di così elevato rango costituzionale. 

Per di più, io credo, a torto.

La Corte ha fatto molto bene a bloccare questi referendum perché ha evitato al nostro sciagurato Paese l’ennesima infernale insensata spaccatura.

In primis, come la Corte ha spesso ripetuto, c’è un perché la Costituzione ammetta solo referendum abrogativi, ed è quindi giusto bocciare la furbata di ricavare una legge nuova tagliuzzando il testo di una norma esistente. È diritto costituzionale. Pur con tutto il rispetto per Cappato e la Bonino, il Parlamento esiste, e si chiama così proprio perché è un posto dove si parla, si scambiano opinioni e si argomenta. Le leggi si fanno lì. Il referendum le mantiene o le cancella. 

Fu così per il divorzio (1974), per l’aborto (1981) e per il no alle centrali nucleari (1987, l’anno dopo Cernobyl).

Le questioni che concernono il favorire la morte sono ancora più delicate e complicate.

E anche l’uso della droga va regolamentato. 

La risposta alla domanda se queste pratiche siano lecite non può essere SI o NO: l’unica risposta giusta è “DIPENDE”.

Serve una legge complessa, non una leggina Twitter. Troppo pericoloso tagliuzzare. Ne escono leggi sempliciotte, inadatte a regolare materie complesse.

Tanto più che il cd “suicidio assistito” (aiutare qualcuno a togliersi la vita) veniva presentato nel quesito referendario come “omicidio del consenziente” (uccidere qualcuno che è d’accordo di essere ucciso).

Ciò appunto perché si “sforbiciava” l’art. 579 del codice penale che punisce l’ipotesi con una pena di 6 anni minimo, scontata rispetto all’omicidio “vero” (art. 575, “reclusione non inferiore ad anni ventuno”), in modo da renderla vietata solo se l’ucciso è minorenne, oppure infermo di mente o ubriaco o drogato, o nel caso il cui il suo consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, o carpito con inganno.

La Corte ha ritenuto che così «non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».

Ci mancherebbe.

L’eutanasia, il suicidio assistito, l’omicidio del consenziente, l’accanimento terapeutico, sono questioni serissime.

Una volta che qualcuno è morto, hai voglia a discutere se il suo consenso era abbastanza “informato”, o quanto era “sbronzo” o “fatto”, o se aveva i documenti falsi. Bisogna saperlo prima, e molto molto bene!

Ma davvero, nella situazione attuale, si volevano mandare gli Italiani a scannarsi tra morte SI o morte NO o tra droga SI e droga NO in un Super Twitter Vaffa Day?

Basta, per carità.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.