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Lia Beltrami: tenace viaggiatrice della speranza

Lia Beltrami, regista, scrittrice, ma anche donna impegnata su molti fronti, dalla pace al dialogo interreligioso, ha dato recentemente alle stampe un libro che apparentemente sembrerebbe un po’ anomalo, nella sua produzione, Arte del Picnic (edizioni Del Faro). Ma quel titolo non è un pretesto: si tratta di un libro che parla davvero di come organizzare dei picnic, in esterni e in interni, durante un trekking o fra le mura di casa, e nei contesti più diversi, in cima a una montagna o in barca a vela, in Trentino o in Puglia, così come in Brasile, in Marocco o nelle Highlands scozzesi. Ci sono le ricette, ci sono indicazioni su come allestire lo spazio, su cosa stendere per terra e così via. Tuttavia, basta scorrere le prime pagine, che ci portano in un deserto, attorno ad un focolare, con un ragazzo beduino che alimenta un fuoco fatto di rami secchi raccolti qui e là, per comprendere che questo volumetto si occupa anche di qualcosa di più o di diverso rispetto all’arte del picnic. Che cosa sia, lo abbiamo chiesto all’autrice.

Arte del picnic, come arte di vivere, leggiamo nell’introduzione. La domanda allora è d’obbligo: di che cosa è fatta l’arte di vivere?

L’arte di vivere è l’arte delle piccole cose, della semplicità, dell’essenzialità e della cura del dettaglio. Questi mesi difficili ci hanno fatto riscoprire la bellezza e il valore di ogni più piccolo gesto del quotidiano. E L’Arte del picnic parte proprio da qui, dal desiderio di dare un po’ di speranza, dall’augurio di una buona ripartenza, con il gusto della vita.

La prima presentazione del libro è avvenuta a Roma assieme a monsignor Luigi Bressan, arcivescovo emerito di Trento. Già questo la dice lunga sul taglio “particolare” di questo libro di cucina.  

Nel libro il rapporto con il creato ha un grande ruolo: mangiare all’aria aperta apre tutti “i canali di comunicazione” con il sacro, e con la sacralità della vita. L’introduzione è a cura di don Joshtrom Isaac Kureethadam Sdb, coordinatore del settore Ecologia del Dicastero dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede. Don Josh ha inserito il libro nella giornata conclusiva della settimana dedicata alla Laudato Si’ a livello internazionale. Anche lui era presente a Roma, insieme a mons. Bressan, che ha riportato lo sguardo alla dimensione internazionale e ha ricordato l’importanza della condivisione, fortemente presente nell’arte del picnic.

Al confine siriano, nelle riprese di “Wells of Hope”

In queste pagine ci sono molti viaggi, anche se evocati con poche pennellate, oltre che con i cibi, le pietanze proposte. Ce ne racconta qualcuno? 

Nel libro parlo di diversi picnic fatti negli Stati Uniti, che con i suoi spazi immensi è un bellissimo set per picnic mozzafiato. Tra i picnic più famosi quelli che vedono l’orso Yogi in veste di ladro di cestini da picnic. Ma non solo deserti e parchi negli Stati Uniti, infatti parlo anche dei picnic urbani, uno in particolare a New York, in pieno inverno, davanti a Ellis Island.

Avevo studiato alla New York Film Academy, appena laureata, e avevo imparato a vivere la Grande mela nei suoi angoli più nascosti. Lì avevo fatto pratica di picnic, sui set delle riprese che facevano al Central Park o al Greenwich Village.

Il cinema in seguito l’ha portata in molte parti del mondo, spesso in scenari difficili, anche in paesi in guerra. 

Da allora (e quest’anno festeggio i 30 anni di lavoro nel cinema) ho girato in tutto il mondo per cercare di raccontare la verità e di dare voce a chi non ha voce. Spesso mi sono trovata in scenari di guerra, a dover raccontare storie inimmaginabili. 

Nel 2019 ero sul confine siriano per girare il documentario Wells of Hope, sulla tratta nei campi di sfollati. Anche lì siamo venuti via da situazioni pericolose, “rubando” immagini che hanno lasciato il segno. Wells of Hope, insieme al nostro nuovo Esplosione di un canto, sono i documentari italiani più premiati nel mondo (cinemaitaliano.it)

Con il compagno Alberto Beltrami, alla consegna del Leone d’Oro per la Pace, Venezia 2017

Il suo approccio ai temi della pace e dell’accoglienza si lega sempre a tematiche di natura religiosa e spirituale. Non a caso in Israele ha dato vita ad un Gruppo di donne per la pace, di varie appartenenze e fedi religiose. La fede è un elemento molto importante nella sua vita?

La fede fa parte della mia vita come l’ossigeno, non potrei vivere senza. La fede è una tensione verso Dio, spesso piena di dubbi, domande, ostacoli. La fede è un “voglio credere” ripetuto ogni mattina. Ho un grande legame con donne e uomini di fede di diverse religioni. Per questo nel 2010 ho fondato Donne di Fede per la Pace, un gruppo di donne leader di 5 religioni diverse in Terra Santa. Anche nel recente drammatico conflitto, abbiamo avuto un ruolo importante nel mandare segnali di pace, di dialogo. La forza che viene dalle donne è inarrestabile. E per questo nel 2017 ho ricevuto il Leone d’Oro per la Pace a Venezia. È stato un giorno importante, un segno di fiducia per tutte le donne.

Nella sua vita – e in queste pagine – ci sono anche altre passioni. Quella per la montagna, ad esempio, e per il free climbing, che ha raccontato anche in un suo lavoro cinematografico. 

Mi sento profondamente figlia del Trentino e della montagna. Mio padre (Sergio Giovanazzi, architetto, fra i “padri” del primo Pup di Bruno Kessler ndr) mi portava a fare le ferrate nelle Dolomiti quando avevo 8-10 anni. Da lì mi sono avvicinata all’arrampicata e al free climbing nei primi anni Ottanta, fino al mio incontro con Roberto Bassi. Abbiamo vissuto pienamente l’inizio delle gare, la vita in comune con amici di tutta Europa, un tempo straordinario che ho cercato di raccontare nel documentario Zanzara e Labbradoro. Poi è diventato anche un libro a cura dell’editrice Versante Sud, scritto da me insieme a mia figlia Marianna. Tanti giovani ci scrivono motivati dal libro.

Sempre con Alberto Beltrami alle prese con un pic-nic “estremo”

C’è chi ricorda ancora il suo impegno nel movimento studentesco, in particolare nella Pantera. Cosa ricorda di quel periodo?

È stato un periodo importante, quello in cui ho preso consapevolezza del mio ruolo nella società. Anche se allora la contestavamo e andavamo oltre le regole, era comunque un modo per riconoscerne l’importanza. Della Pantera, sono rimasti i legami con tante persone e la voglia di combattere per le cause che porto nel cuore. Non mi tiro mai indietro, anche se c’è sempre il rischio dello schianto. Spero che anche oggi tanti giovani si risveglino dall’incubo del covid e prendano in mano il loro futuro.

Lei è stata anche assessore provinciale, alla solidarietà internazionale e all’accoglienza. In queste pagine, come abbiamo visto, l’arte del Picnic è vista un po’ anche come arte dell’accoglienza e del dialogo. Come le sembra la situazione dell’accoglienza dell’Altro, oggi, in Italia e in generale in Europa?

Domanda difficile… Negli anni in cui ero assessore abbiamo portato avanti tanti progetti importanti, che ci avevano fatto ricevere il riconoscimento come regione migliore d’Europa per l’accoglienza. E l’accoglienza allora non voleva dire “aumento di immigrati”, avevamo portato a 0 la bilancia tra nuovi arrivi e uscite. Accoglienza voleva dire creare l’armonia delle differenze, far sentire ognuno orgoglioso di far parte della nostra comunità. Ancora oggi vado a trovare cittadini modello, che sono partiti da quelle esperienze. 

Purtroppo troppi anni di populismo, demagogia e manipolazione delle coscienze, hanno portato al disfacimento di un modello. E lasciare le persone ai margini non fa bene a nessuno.

Ci dica infine qual è il picnic a cui è più affezionata.

Ho due picnic nel cuore oggi. Il primo è molto romantico, con mio marito Alberto davanti al porto di Saint Tropez con olive, pane e un rosè da favola. Il secondo è un picnic fatto in Messico durante le riprese di Viva Kino!, eravamo con la troupe di Aurora Vision in un villaggio sede di feroci scontri tra bande di narcos. Noi allora non lo sapevamo. Non trovando un ristorante aperto, abbiamo improvvisato un picnic nel recinto dei cavalli. Poco dopo è arrivato l’esercito. Morale? Si può fare un picnic in qualsiasi posto, se ben curato e sincero.

Domande fisse
Il libro che sta leggendo? “Shantiniketan” di Tagore e “La via della seta” di Franco Cardini e Alessandro Vanoli
Numero preferito? 13
Colore preferito? Lillà
Il piatto che ama di più? Pane fatto in casa, cipolle e formaggio
Il film del cuore?  “Nomadland”
Squadra di calcio
Milan e Chelsea
Automobile? Audi Cabrio 80
Il viaggio che non è ancora riuscita a fare? Bali
Animali domestici? 
Una Golden Retriever di 14 anni
Cantante, compositore o gruppo preferito? Neil Young e (un certo) Alberto Beltrami.
Se non avesse fatto quello che ha fatto, cosa avrebbe voluto
fare? Ho fatto proprio quello che avrei voluto. Al limite, sollevamento pesi
La cosa che le fa più paura? 
Menzogna e ipocrisia.
Sogno notturno ricorrente? 
No, i sogni cambiano sempre, come il vento.
Qualità che apprezza di più in una persona? La fedeltà.
Difetto che negli altri le fa più paura? La critica costante.
La sua idea di sostenibilità? 
Vivere il più possibile nella Natura, amandola nei dettagli, e piantare tanta lavanda per le api.
Quanto tempo riesce a dedicare alla famiglia? Ogni cosa che faccio è con la famiglia, quindi non posso distinguere. Vorrei solo poter andare da mia figlia in Inghilterra, senza quarantena…
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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.

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