L’introspezione del supereroe

Da un lato chi sostiene che “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan sia stato apice inarrivabile, dall’altro chi trova in questo nuovo “The Batman” la migliore e più convincente versione di sempre dell’Uomo Pipistrello: il dibattito, alimentato a mezzo social, si spreca. Come sia, come non sia, una cosa è certa: il Batman di Matt Reeves è la versione più dark mai vista fino ad oggi.

Maestro dei remake, diventato celebre con “Il pianeta delle scimmie”, Reeves sceglie per le sue quasi tre ore di film un’ambientazione cupa, oscura, tetra come un vero e proprio noir. È un processo, cominciato da Tim Burton nel 1989 – che per la prima volta convertiva l’eroe dalla sua tuta grigia e gialla in un personaggio nuovo, vestito di scuro e di muscoli, collocandolo in una città più buia – che trova il suo compimento. E così, capita che piova spesso, in questa Gotham, e che quando lo faccia, piova a dirotto; capita che la maggior parte delle azioni si svolga di notte, tra riprese in diagonale volte a distorcere gli orizzonti e tra ombre allungate; capita che i colori primari, tra costumi, luoghi e interior design, si assestino tutti sulle cromie del grigio e del nero.

È un Batman che ricorda “Il corvo”, allora, quello impersonato da Robert Pattinson: un uomo misterioso, dai capelli lunghi, l’aspetto smunto, il viso pallido e poche espressioni facciali (di cui nessuna volta ad esprimere gioia); un supereroe umano, provato dal peso di azioni che sembrano sortire effetti limitati e temporaneo, roso dalla dicotomia vendetta-speranza. Ben oltre l’iperaccessoriata tuta – che effettivamente ormai non è più solamente una corazza per i muscoli, ma un vero e proprio laboratorio di innovazione portatile – “The Batman” trova infatti la sua vera forza ed essenza nell’indagine introspettiva del personaggio, che va oltre la sua bidimensionalità da fumetto, e diventa un essere umano a 360 gradi. Si salta il “training” mostrato da Nolan, quindi, e si arriva direttamente a vicende avviate, in un collage di espedienti e trovate che sembra derivare per lo più dalle storie di “Batman: Ego”, “Batman: Year One” e “Batman: The Long Halloween”, in cui Bruce Wayne ha già cominciato la sua attività di eroe, ma è al tempo stesso ancora agli inizi, tra incertezze e titubanze, soprattutto di carattere ideologico/morale.

Il risultato è un film che, nonostante la sua lunghezza, risulta piacevole, forse anche in virtù del fatto che non di rado strizza l’occhio al suo pubblico (inutile dirlo, composto prevalentemente da giovani uomini), con una chiusa fin troppo aderente all’attualità delle nostre vite e, soprattutto, con una lunga sequenza centrale alla “Fast & Furious” 

del tutto volta a solleticare il lato più action 

e testosteronico del cinema.

Menzione a parte, meritano i personaggi secondari: dalla straordinariamente conturbante Zoë Kravitz nei panni di Cat Woman, all’irriconoscibile Colin Farrell come Pinguino, fino a Paul Dano nel ruolo dell’Enigmista, che gli incolla forse definitivamente addosso il ruolo di psicopatico borderline.

Il lato silenzioso della vendetta

Tristemente passato alla storia per l’incidente che vide morire Brandon Lee sul set, a causa di una pistola carica, “Il corvo” è forse uno dei film più immediatamente e universalmente associati all’aggettivo “dark”. Diretto da Alex Proyas nel 1994 e basato anch’esso, come Batman, su un fumetto, il lungometraggio “sfortunato” racconta, con ambientazioni tetre, oscure e cupe, la storia di un musicista rock resuscitato per vendicare la propria morte e quella dell’amata. Come in “The Batman”, dunque, tema centrale è la vendetta (che pure, qui, non cede però il passo a una nuova visione più positiva e speranzosa), così come speculari sembrano essere i tratti misteriosi, silenziosi e inespressivi di due protagonisti, con un risultato tuttavia molto più prossimo all’azione che al thriller di quanto il film di Reeves non raggiunga.

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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.