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Samuel Maranelli: “Liscio, gasato o… Samutojj”?

Tanto per restare nella metafora dell’acqua minerale, Samuel Maranelli, in arte Samutojj, lo si potrebbe descrivere in una parola: effervescente. Curioso ed entusiasta, tra idee, progetti e passioni. nato a Rovereto, oltre a fare il facilitatore linguistico per non udenti, Scrive, disegna, corre su un HandBike e tira a freccette.

Hai da poco pubblicato una sorta di Abcedeario della Lingua dei segni, patrocinato dall’Ente Nazionale Sordi ENS. Di cosa si tratta?

È un libro educativo, un dizionario particolare che unisce tre canali comunicativi: il visivo, cioè il disegno, la parola scritta e il segno che è la LIS (Lingua dei Segni Italiana). Si potrebbe contestare che con uno smartphone questa cosa si può fare al volo ma non è così, non nell’insieme: o cerchi la parola o cerchi il disegno. Guardare i tre canali contemporaneamente, soprattutto nel mondo dei sordi dove la vista è più allenata, è essenziale.

Ed iniziamo a sfogliare questo libro, cosa c’è dentro? 

Prima di tutto i disegni: realizzati su cartoncino liscio con la biro, per dare quel messaggio di accessibilità intorno alla quale ha ruotato tutta la mia idea: una cosa che tutti possono fare, tutti possono leggere e comprendere. Forse il segno non sarà perfetto e preciso, magari risulta un po’ “ruvido” ma la mia intenzione era questa: semplificare, renderlo più possibile vicino alla realtà. Questa è la parte che ha richiesto più tempo.  E poi ci sono dei “blocchi”, una specie di pillole, informazioni e curiosità sul mondo della sordità, per aiutare tutti ad accorciare le distanze.

Samuele non dovevi diventare ingegnere ambientale?

Tecnicamente sono ancora un “laureando”, come Zuckerberg! Ho abbandonato dopo essere stato assunto in una azienda per curare la gestione e manutenzione informatica di tutte le sedi del Nord Italia, devo dire che mi piaceva molto. Poi tra crisi e tagli, attraverso delle finestre di esodo ho scelto di andare via e per un anno ho fatto i lavori che l’agenzia interinale mi proponeva. Cambiare lavoro spesso, dato che cambiano le cose intorno a te, è stato un po’ come viaggiare! Una decina di anni fa, ero ancora in ufficio, avevo iniziato per curiosità, un percorso di formazione di LIS con l’ENS. Ho proseguito fino al terzo livello divenendo facilitatore linguistico, figura che ricopro da cinque anni. In un mondo altamente femminile, la figura maschile è molto ricercata diciamo per casi spesso complicati o più fisici. 

Quando nasce l’idea di Di-Segni?

Più o meno 3 anni fa, sono stato affiancato come facilitatore linguistico ad un ragazzo delle superiori: Matteo. Lui segnava esclusivamente i 400 segni del libro base a cui abbiamo accennato prima, con problemi di comunicazione notevoli. Quel libro era tutta la sua vita linguistica, in pratica un adulto con il vocabolario di un bambino. Con lui ho iniziato un percorso di accrescimento di questo lessico: stampavo i miei disegni e glieli lasciavo. In un anno abbiamo aggiunto così una quarantina di parole nuove. Nei due anni di realizzazione, soprattutto durante il lockdown, sostegno e sopportazione non sono mancati nemmeno da parte della mia famiglia.

Quando nasce la tua passione per il disegno e la grafica?

In verità ho sempre disegnato, mia madre è pittrice, quindi ho sempre avuto tutti gli strumenti in casa a portata di mano e una figura che potesse insegnarmi a farlo bene. Alle medie mi piaceva molto anche il disegno tecnico: facevo le tavole per tutti, quelle che realizzavo per le ragazze prendevano sempre voti più alti della mia, chissà perchè… Alle superiori mi è persino capitato che l’insegnante di Arte non credesse che ero io a fare i miei disegni e telefonasse a mia madre. Durante l’Università ho preso parte ad un corso di fumetti con Armin Barducci, e poi ho realizzato murales e qualche mostra.

A chi è diretto questo libro?

In primis a Matteo, la frase in quarta di copertina è per lui: “Se anche una sola persona troverà accrescimento in questo libro, il mio scopo sarà ampiamente realizzato”. L’ENS distribuirà copie a tutti i facilitatori a supporto non solo dei bambini sordi ma anche dei sordi stranieri e numerose figure lavorative scolastiche e non che lavorano con la disabilità.  

I riscontri?

Positivi su più fronti, nonostante sia stato assai difficile reperire i fondi.

Adesso sei facilitatore linguistico di un ragazzo delle elementari. Cosa è cambiato nel tuo lavoro a causa del Covid-19?

La mia figura serve per far arrivare il messaggio dell’insegnante, rendendo accessibili le informazioni al ragazzo. Non si tratta solo di tradurre, in alcuni casi la sordità si affianca ad un ritardo cognitivo o motorio o a situazioni familiari non ottimali, e noi siamo chiamati ad accompagnare nell’apprendimento. Ho sempre cercato di mettere nel mio lavoro tutto il mio buon senso e la mia esperienza, di colmare le lacune con empatia e creatività. Il ragazzo che stavo seguendo prima del lockdown, in questi mesi ha perso tantissimo, anche alcune autonomie.  

Ad un certo punto ti sei appassionato all’handbike.

Nel 2011, un caro amico ha avuto un incidente sul lavoro ed è rimasto in carrozzina, prima di allora la disabilità fisica era un mondo lontanissimo da me. In un attimo tutto è cambiato, forse anche l’avvicinamento alla LIS non è estranea a quanto è successo. Dopo qualche anno ha iniziato un percorso di handbike in cui lo seguivo come accompagnatore. Tre anni fa, è stato modificato il regolamento della Federazione Ciclistica Italiana del paraciclismo: è stata inserita una nuova categoria per normodotati. Sono così entrato nell’associazione sportiva con sede ad Isera, la rappresentativa trentina che è da poco diventata un team sponsorizzato unicamente dalla Metalsistem.  

Anche qui so che hai messo le tue competenze…

Sì, ho disegnato la vecchia divisa, ho aiutato con la nuova, curato anche il sito dell’associazione.

Il mondo della handbike è cambiato molto con Alex Zanardi.

Con lui ho corso 3 o 4 volte ed ho avuto occasione di farci due chiacchiere. Sempre disponibile, non può lasciarti indifferente ed ha fatto sicuramente crescere questo movimento e in parte mi ha convinto a restarci. In Italia siamo pochissimi a gareggiare. È un modo diverso di andare: tre ruote ti permettono di guardarti in giro e di metterti nei panni di chi si muove solo con le braccia anche per 40 km, non proprio un giretto! Sono diventato campione italiano della mia categoria, una soddisfazione, anche se siamo solo 7 iscritti in tutta la penisola.

C’è un momento in cui tu però ti alzi, diciamo che torni normodotato…

Quando andiamo in giro, se le persone non mi conoscono si verifica sempre questa scena del “miracolato”. Molti atleti sono persone autoironiche; spesso fanno battute politicamente scorrette del tipo: “Spostatevi, sennò vi stirano e finite in carrozzina!”. Altra cosa è quando vado in ciclabile per allenarmi con l’handbike: quasi tutti quelli che incontro mi fanno i complimenti e, siccome non posso stare a spiegare a tutti che sono normodotato, ringrazio e faccio il disabile.

Nel tempo libero, però, giochi anche a freccette.

Ho partecipato quasi per caso ad un torneo e… ho vinto, trovando subito una squadra. È uno sport a tutti gli effetti: servono allenamento, concentrazione e costanza. Ho vinto il Triveneto in serie D, ora gioco in serie C, o almeno lo farò appena si potrà riprendere. Ho partecipato anche ad un torneo internazionale in Austria, conquistandomi un posto alla finale che si è disputata nel Casinò di Strasburgo. Lì c’era tutta l’elite internazionale e sono arrivato nono. 

Hai un sacco di tempo libero pare…

In effetti… Laura, la mia compagna, mi ha detto che se aggiungo ancora qualcosa mi butta fuori (ride). Menomale che mi posso allenare in casa, sia per le freccette che per il disegno! E il resto del tempo faccio il papà. Con Aurora siamo molto in sintonia, soprattutto per quanto riguarda il disegno, un lessico che ci accomuna e continua a sorprendermi.

Progetti o sogni nel cassetto?

C’è l’idea di una graphic novel nata di pari passo con il libro,  che vorrebbe raccontare di insicurezza e paura. Ho una teca piena, un progetto già iniziato, scritto e disegnato, per cui sto pensando seriamente ad una autoproduzione.     

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Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.

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