Luisa Gretter Adamoli: tre punti di ottima poesia

Aveva nove anni Luisa quando dovette abbandonare il suo eden di Romagnano, paese di campagna a sud di Trento, e venire ad abitare alla periferia della città in un quartiere popolare. Un “lutto” che impiegò diversi anni ad essere elaborato. I suoi genitori, maestri elementari, avevano trovato da affittare a Romagnano, all’interno del palazzo Zambelli-Feiser, con il cortile che attraverso un cancello si apriva su un grande parco. La piccola Luisa, seconda di tre figli, un maschio e due femmine, giocava nel parco coi fratellini. Ma non d’estate, dovendo lasciare il posto al proprietario, un chirurgo plastico che aveva sposato una cantante lirica. La bambina li osservava attraverso il cancello e notava che la donna, col marito che la rimetteva a nuovo, rimaneva sempre bella. Luisa era un bambina gentile e silenziosa, ricca di immaginazione. Verso gli otto anni scrisse la sua prima poesia. Si ispirava a una piccola cosa che aveva visto nel parco (notata solo da lei, dai suoi occhi incantati): una ragnatela tesa tra due sassi che aveva catturato alcune gocce d’acqua rilucenti. Anche se con la scomodità di andare a prendere l’acqua coi secchi alla fontana, lasciare il palazzo incantato ai suoi occhi di bambina, perdere i suoi amici d’infanzia fu molto triste per Luisa: ma le immagini e le sensazioni, le emozioni e i ricordi non dovette lasciarli a Romagnano: se li portò via per riscoprirli e rilucidarli nelle sue poesie, nei suoi romanzi. 

A Trento, acquisì il diploma magistrale, fece gli esami e divenne maestra di ruolo. Ma continuava ad aver voglia di studiare. Così frequentò la facoltà di Lettere a Padova, poi nella succursale di Verona, laureandosi: “I quattro anni di un università furono piuttosto duri per me: avevo il fratello maggiore che frequentava in facoltà e i soldi della famiglia andavano tutti lì. In quegli anni i genitori non incoraggiavano molto gli studi delle figlie, che si sarebbero sposate e avrebbero dovuto tirare su i figli. Così dovevo arrangiarmi con mezzi miei, i presalari e i lavori estivi come segretaria d’albergo. Mi laureai nel 1972. Nel ’75 m’ero sposata con Antonello (Adamoli, conosciuto quando avevo 18 anni, colpo di fulmine, poi architetto della Provincia). Ero andata ad abitare a Martignano, avevo una figlia di pochi mesi, Katia, (poi nacquero due maschietti, Francesco e Michele). Avrei dovuto accettare di insegnare in una scuola media in Val di Fiemme. Rinunciai: rimasi a insegnare alle elementari. Dopo venti anni andai in pensione col minimo. 

Ragazzina a Romagnano, nel cortile di Villa Zambelli col fratello Flavio.

Abbiamo visto come Luisa scrivesse la sua prima poesia a otto anni: “Il primo libro che lessi fu Piccole donne: lo lessi tre volte. Seguirono, regalati via via dai miei genitori, tutti i libri della “Biblioteca dei miei ragazzi”. Poi vennero Verne e Salgari. E opere più impegnative. Ma per arrivare al primo libro scritta da me dovette arrivare il 1980. Avevo 38 anni e, al Premio “Paganini “di Rovereto, organizzato dal Circolo Operaio, diretto da Giancarlo Manica, conobbi l’editore Manfrini di Rovereto. Timidamente gli dissi che avevo scritto un libro di poesie, Per un altro domani. Lo lesse, gli piacque e mi disse che avrebbe pubblicato la raccolta di versi senza farmi pagare la stampa. Ero felice. Per arrivare alla mia seconda raccolta di versi, Per un altro domani, dovettero passare 12anni. Fu un libro fortunato: vinse il Premio Foemina d’oro a Marina di Carrara. Altri sei anni e, nel 1998, uscì il primo libro in prosa, Affinché ognun sappia (Premio ”Papaleoni”, Curcu Genovese). Poi altre opere come: Un palazzo sulla via imperiale (2001)sulla storia del Palazzo Galasso, ovvero del Palazzo del Diavolo a Trento; Ines, una vita (2002), biografia della pittrice Ines Fedrizzi. Infine un altro libro di versi, il terzo, su cui voglio spendere qualche parola in più, per due ragioni. La prima è che lo conosco molto bene; la seconda è che a mio avviso è il suo più bello. Scrivevo infatti nella prefazione: “Questo Qui o altrove della Gretter Adamoli, ci restituisce la fedeltà al suo orizzonte poetico di quindici anni fa, ma con il territorio psichico di una donna meno giovane di altrettanti anni. Non era scontato che fosse così, ma mi sembra che Luisa Gretter Adamoli ci abbia dato un libro di poesia più incisivo, più maturo, più risolto dei precedenti.” E mettevo l’accento sulla parola “cancelli”, individuandola come una parola chiave: ”Di qui i suoi versi come ‘una città di mura e di cancelli / racchiusa nell’abbraccio dei monti’; o ‘alle sogli del mistero / l’anima ai cancelli’; e infine ‘ma aprire il cancello sarebbe / scardinare il mistero’”. 

Presentazione del libro “Affinché ognuno sappia”, con Antonella Bragagna ed Erminia Parisi. Nogaredo, 2016

Un lungo cammino dal tempo della sua infanzia: ma Luisa è ancora lì, davanti al cancello del palazzo di Romagnano, a spiare la vita attraverso le sbarre, a tentare di capire il senso di ciò che vede oltre. Infine, Tre punti di rosso (sempre per Curcu Genovese), il suo libro di maggior successo, uscito nel 2011: ”Lo devo tutto ad Antonello. Stava lavorando al restauro della chiesa dell’Inviolata di Riva del Garda e mi chiese se volevo vedere i lavori. Entrai nella chiesa: nella cappella dedicata a San Carlo Borromeo c’era un affresco rovinato. Vi appariva una donna inginocchiata con le mani tese in avanti come appoggiate a qualcosa che non si vedeva. Ultimati i restauri si vide che le mani non erano appoggiate a niente: lei era inginocchiata davanti a un quadro di San Carlo (un quadro nel quadro) a cui tendeva le mani…”. Ma che ci faceva quella donna in un quadro di chiesa, sola, senza un segno che la indicasse come santa o appartenente a qualche Ordine religioso? Luisa chiese un po’ in giro e le dissero che doveva essere una Gonzaga. Era così, infatti era Alfonsina Gonzaga, che aveva sposato un nobile trentino, Gian Angelo Gaudenzio. Con Antonello, cominciò ricerche che andarono avanti per più di due anni, nel Trentino e fuori; a Novellara (una cittadina vicino a Mantova ma in provincia di Reggio Emilia), c’è la rocca dei Gonzaga di Novellara, ora divenuta Municipio. Il marito di Alfonsina, più stagionato di lei di 18 anni, risiedeva nella Rocca di Riva. Era un uomo d’armi, colonnello delle truppe imperiali, sempre in movimento per via del suo mestiere. Così Alfonsina faceva le sue veci nella Rocca di Riva, rivelandosi attiva e volitiva: la chiamavano la ”colonnella“. Il libro è una biografia romanzata in cui si legge in filigrana l’ipotizzato innamoramento della Gonzaga-Madruzzo per il pittore Teofilo Polacco… ”Tre punti di rosso”, dunque, ce ne sarà un “quarto”? “Avrei pronto un nuovo romanzo e un nuovo libro di poesie, per quando usciremo fuori da questo brutto periodo…”, mi risponde Luisa col suo sorriso sempre tranquillo.

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Pubblicato da Renzo Francescotti

Autore trentino dai molti interessi e registri letterari. Ha al suo attivo oltre cinquanta libri di narrativa, saggistica, poesia in dialetto e in italiano. È considerato dalla critica uno dei maggiori poeti dialettali italiani, presente nelle antologie della Garzanti: Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi (1991) e Il pensiero dominante (2001), oltre che in antologie straniere. Sue opere sono tradotte in Messico, Stati Uniti e in Romania. Come narratore, ha pubblicato sei romanzi: Il Battaglione Gherlenda (Paravia, Torino 1966 e Stella, Rovereto 2003); La luna annega nel Volga (Temi, Trento 1987); Il biplano (Publiprint, Trento 1991); Ghibli (Curcu & Genovese, Trento 1996); Talambar (LoGisma, Firenze 2000); Lo spazzacamino e il Duce (LoGisma, Firenze 2006). Per Curcu Genovese ha pubblicato Racconti dal Trentino (2011); La luna annega nel Volga (2014), I racconti del Monte Bondone (2016), Un Pierino trentino (2017). Hanno scritto prefazioni e recensioni sui suoi libri: Giorgio Bàrberi Squarotti, Tullio De Mauro, Cesare Vivaldi, Giacinto Spagnoletti, Raffaele De Grada, Paolo Ruffilli, Isabella Bossi Fedrigotti, Franco Loi, Paolo Pagliaro e molti altri.