Maria Romana De Gasperi: nel nome del padre

L’Europa è tornata al centro del discorso pubblico, per via della pandemia, del  clima, in ultimo per la guerra di Putin contro l’Ucraina. Negli anni passati spesso Europa è stata parola abusata, resa ambigua. Il 30 marzo è scomparsa, all’età di 99 anni, Maria Romana, primogenita e amatissima figlia di Alcide De Gasperi (lo scriviamo qui al modo dell’uso familiare del cognome). Il grande statista trentino, dell’Europa ebbe idea precisa e netta. La Fondazione trentina a lui dedicata si impegna a divulgarne il pensiero e a farci ragionare, in chiave attuale e in modi diversificati e stimolanti, sull’Europa. Maria Romana De Gasperi fu una figlia “devota”, la principale biografa e la più stretta collaboratrice del padre.

Abbiamo chiesto a Marco Odorizzi, appassionato direttore della Fondazione trentina Alcide De Gasperi, alcuni spunti di riflessione sul suo lascito culturale e morale.

“Innanzitutto Maria Romana De Gasperi ci lascia la possibilità di conoscere da vicino uno dei più grandi statisti del Novecento – riflette Odorizzi. Con la sua infaticabile opera di raccolta e pubblicazione di documenti, saggi e memorie Maria Romana ha per certi versi restituito all’Italia una storia personale, ed allo stesso tempo collettiva, che ancora oggi può ispirare ed educare l’impegno civile. Oggi, anche grazie a lei, De Gasperi è un patrimonio comune, che resta. 

1946, Roma. Maria Romana e sua madre, Francesca Romani, al voto

Ma oltre a questo c’è dell’altro. Maria Romana non ha solo raccontato la lezione del padre, l’ha anche testimoniata, scegliendo di mettersi al servizio di un bene, di un bisogno comune: la memoria. Per farlo ha dovuto accettare in silenzio molte rinunce, di non sovrapporre la sua voce a quella del padre, di cui si è fatta cassa di risonanza senza deformarla e piegarla a strumento di visibilità e di affermazione personale. La sua è una lezione di discrezione, misura, consapevolezza: di quello stile che fu di suo padre e di cui lei è stata immagine. 

In che modo la Fondazione intende valorizzare il suo contributo e la sua memoria?

Il principale modo di valorizzare la memoria di Maria Romana credo sia quello di continuare la sua opera: tenere viva e presente la memoria di Alcide De Gasperi, maneggiandola con rispetto per preservarla da strumentalizzazioni. Parlare di Europa e di democrazia, di valori collettivi, di impegno civile e politico con le parole chiare e ben dette che lei amava usare.

Poi si dovrà trovare anche il modo di dirle grazie personalmente, magari tra i boschi di Sella cari alla famiglia De Gasperi, con le note di un coro di montagna che lei tanto amava. Con il garbo e la semplicità, che si convengono ad una persona che non ha mai cercato altari personali, perché aveva più alti ideali in cui credere.

Qual era l’idea di Europa di De Gasperi (padre e figlia)?

Alcide De Gasperi diceva spesso alle figlie che di tutte le onorificenze che gli erano state tributate in vita, solo una avrebbe voluta con sé nella tomba: il Premio Carlo Magno che la città di Aquisgrana gli conferì per i suoi meriti nell’integrazione europea. Per De Gasperi l’Europa era il compimento di tutta una vita spesa per il bene pubblico. Non era un accidente della storia, ma, come disse, “l’occasione che passa e che non tornerà più”. L’occasione di chiudere per sempre la stagione delle guerre civili europee del Novecento per sperimentare un modello nuovo di convivenza tra i popoli, fondato sull’incontro, sui diritti, sulla fratellanza. Sapeva che era un progetto più grande di lui e che gli sarebbe mancato il tempo per vederlo completo, ma capì che il suo compito era avviarlo nella fiducia che “ci sarà qualcuno che verrà, dopo di noi, il quale riprenderà la strada e il cammino finché il successo sarà ottenuto”. Credo che queste parole non lasciassero indifferente Maria Romana, che quel sogno europeo vide nascere e fece suo come l’eredità più grande del padre. In nessun suo discorso mancava l’Europa: non un’Europa da mettere in un museo, ma un’Europa viva, da difendere, rilanciare, tramandare, far propria e testimoniare.

Sella Valsugana, 1948. Alcide De Gasperi e la figlia primogenita

Una vita piena 

Maria Romana nacque a Trento nel 1923, figlia primogenita di Alcide De Gasperi e di Francesca Romani. Visse poi a Roma, dove si laureò. Durante l’occupazione tedesca della capitale fu staffetta partigiana e aiutò il padre a mantenere i contatti con gli antifascisti. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando De Gasperi divenne presidente del Consiglio, Maria Romana fu sua segretaria e conobbe numerose personalità politiche come Robert Schuman e Konrad Adenauer. Nel 1947 accompagnò il padre nel viaggio negli Stati Uniti, dove conobbe il presidente Harry S. Truman.

Dopo la morte del padre iniziò a curare le sue memorie e a scrivere saggi sulla sua figura, rilasciando negli anni numerose interviste. Nel 1982 creò la Fondazione De Gasperi, di cui è stata presidente onoraria fino alla morte. Nel 2016 fu tra i fondatori dell’Edizione Nazionale degli epistolari di Alcide De Gasperi. Nel 2021 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nominò Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.

È morta il 30 marzo 2022 nella sua abitazione romana all’età di 99 anni.

Per approfondire: www.degasperitn.it/en/fondazione

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Pubblicato da Maddalena Di Tolla Deflorian

Nata a Bolzano, vive sull’altopiano della Vigolana (Trento). Ha una formazione in ingegneria, geografia, scienze naturali. È educatrice, interprete ambientale, giornalista. Collabora con la RAI di Trento e varie testate. La sua attività si focalizza in particolare su biodiversità, etica fra specie, ricerca scientifica. Ha seguito con varie associazioni ambientaliste alcune significative vertenze ambientali. E’ stata presidente di Legambiente Trento, delegata della Lipu Trento, oggi è referente di Acl Trento, occupandosi di randagismo e canili. Ha contribuito a fondare e gestire il canile, il gattile, il Centro Recupero Avifauna di Trento. Ha preso parte al salvataggio dei 2600 cani di Green Hill. Ha maturato una profonda esperienza giornalistica e di advocacy nelle vicende legate a gestione del territorio alpino e conservazione della biodiversità. Con il fotografo Daniele Lita ha firmato il libro “Fango”, sul disastro di Campolongo (Tn), per Montura Editing. Ha curato la ricerca giornalistica per la mostra “Chernobyl, vent’anni dopo” (Trento, 2006).