“Mario, scrivi ancora?”

Se alzo appena un poco gli occhi la vedo la Montagna dal bel nome, così la chiamava Musil, guardandola anche lui da una di queste trincee che ancora oggi non hanno assorbito del tutto l’onda di sangue che allora le aveva sommerse. 

È stato Mario Rigoni Stern a insegnarmi a chiamarlo così il Monte Verena: la Montagna dal bel nome; è stato Mario il primo a parlarmi di Musil.

Io rannicchiato in questa dolina come in un’urna sacra, lavato dallo stesso vento che lava dalle nuvole la cima della Montagna e le fa scorrere  come un fiume fino laggiù sopra alla Laguna, trovo, oggi come un tempo, Mario Rigoni Stern che mi conduce incontro ai molti che qui ancora vanno senza riposo; sono i soldati di tante nazioni che, deposte le divise, ora sono solo ragazzi di vent’anni e niente e nessuno può distinguerli gli uni dagli altri; sono malgari addormentatesi con la testa appoggiata sul tavolo inciso di mille nomi e mai più risvegliatisi; sono pastori e contrabbandieri, sono giovani incauti che hanno stretto troppo da vicino queste rocce infide. Sono poeti. Sono i miei spiriti quelli a cui Mario mi guida.

È stato lui, Mario Rigoni Stern, a farmi ascoltare la voce, tra tutte la più nitida, del più grande tra i capitani che qui ancora cammina con passo sicuro tra le pietre: “Nella mia vita ho incontrato qualche grande capitano: sono uomini molto rari, di grande ascendente, rigorosi in primo luogo con se stessi, che comandano senza urlare (…). Tra i veri ‘capitani’ Emilio Lussu è stato il più grande. Re pastore”. Emilio Lussu!

Ed è stato qui che li ho intravisti Rigoni Stern e Primo Levi davanti al tramonto e c’era fatica e la neve si colorava di sole e ancora non mi do pace per quelle parole non dette; mi avrebbero accolto Mario e Primo in quel loro mondo di neve senza luce, strazio di un paese lontano dove hanno imparato l’indignazione. È per questo che Mario adesso mi indica Primo, che qui esanima meticoloso il calcare rosso ammonitico con inscritta la memoria di altre ere. “Parlagli”, mi dice. E io parlo a Primo Levi.

E intanto le nuvole fanno ritorno dalla Laguna alla Montagna gonfie di pioggia e delle parole dolci del poeta:

Te caresso i genugi
mori, e i cavili nigri.
Tu son comò un’anfora cota
piena de vin.
E i brassi xe l’anse.
E te togo e te bevo.
Soto ‘l sol sensa fin. 

Cosa ne sapevo io, montanaro dagli orizzonti ristretti e cosa ne posso sapere, di un sol sensa fin.

È stato Mario Rigoni Stern a raccontarmi di Biagio Marin e del suo mare laggiù, che dalla Montagna si può vedere. È ancora Mario che mi chiede: “Hai poi letto Biamonti? È il più bravo di tutti”. Francesco Biamonti qui accanto a me ascolta il transitare degli antichi passeur che riconosce così simili a quelli della sua terra di ponente. E sì, Francesco Biamonti è il più bravo di tutti.

È stato Mario Rigoni Stern, e chi altri? A farmi riconoscere le pecore di razza Foza, nei dipinti dei Bassano, di Jacopo nostro paesano. E le vacche di razza burlina. 

È stato Mario Rigoni Stern a presentarmi al contrabbandiere, emigrante, pastore e profugo Tönle Bintarn, che abitava la casa del ciliegio. E Mario oggi mi dice quelle parole che tanto avrei voluto che mi dicesse e che, invece, non ha più potuto dirmi: “Guarda è lui. Hai fatto bene a restituirgli la nostra lingua antica ne è felice, vedi”.

 È stato Mario Rigoni Stern a svelarmi il mistero della mia terra, la terra del larice e degli spiriti. È stato Mario Rigoni Stern a svelarmi il mondo: “Ma che le vada in mona le piccole patrie. È ora di finirla. In Russia, nella neve, ho capito che al mondo siamo tutti paesani. Nella steppa ho trovato un polacco che nel 1918 aveva fatto la guerra ad Asiago; nel mio paese! Mi offrì birra e tabacco, si sentiva mio parente!”. Che le vada in mona le piccole patrie!

È nato cento anni fa, Mario, non sono poi così tanti cento anni, chi mi ha allevato, mia nonna materna, lo scorso maggio ne avrebbe compiuti centoventidue. Non sono tanti cento anni.

È morto tredici anni fa in giorni di prima estate e tredici anni di assenza sono molti di più di cento. Il tempo è come la distanza, non è oggettivo, per un ciclista un chilometro può non finire mai se è l’ultimo chilometro del Mortirolo, oppure passare via in un lampo se la strada corre sul lungomare di Cesenatico, ne sapeva qualcosa il Pirata. 

Mario Rigoni Stern dunque a cento anni dalla nascita, a tredici dalla morte. Sono così tanti oggi quelli che ti corteggiano rapsodo della mia terra, le tue parole sono usate per i “meme” di cacciatori travestiti da incursori della marina e protezionisti a oltranza che preferiscono l’estinzione dell’uomo a quella del lupo, ma non è sempre stato così, quando abitavi la tua casa ai bordi del bosco non erano in pochi a criticarti, per come scrivevi: “Guarda questo, ma come si permette; scrive il lepre oppure i topi punto esclamativo”. Si adombravano anche per quel tuo modo sincero di dire loro parole sgradite come quella volta del referendum: “Dirò no, perché io voglio restare veneto, semplicemente per questo, sono italiano, sono veneto, sono in Altipiano. Io resterò cittadino d’Europa che vive in Altipiano”.    

 Mario Rigoni Stern scrittore, perché uno scrittore vede e insegna a vedere quello che gli altri non vedono, però a noi non importava tanto che scrivesse ma che ci insegnasse a vedere. Che ci vedesse. E lui per la prima volta ci ha visto.

Mario Rigoni Stern, è il respiro di questa terra antica, è lo sciamano che ci mette in sintonia con il cosmo, accorda il nostro respiro al respiro degli alberi, delle montagne e delle stelle e lo fa con la purezza disarmante di chi non ne è fino in fondo consapevole, con la naturalezza di chi non assume pose da filosofo o da vecchio saggio ma ti parla con la severa semplicità di un padre.  

Mario Rigoni Stern sciamano che ci mette in contatto con lo spirito della terra e con gli spiriti che in certe notti d’autunno: “quando l’oste e la moglie avranno abbandonato l’Osteria, dall’ampio sottotetto, dalle stanze disadorne, dai corridoi ma anche da strade che partono da lontano, gli spiriti si ritroveranno davanti al focolare”. Sono gli spiriti dell’”Osteria di confine” riuniti a discutere di quello che è stato, di quello che sarà, dove l’umile pastore Barba Matio rimprovera aspramente re e imperatori: “Ma come fate a dire «miei soldati», «mio popolo»? Credete di essere padroni della vita degli uomini? Se è vero, come andate ragionando, che è stata tutta colpa dei generali, dei ministri e degli industriali, delle banche, dei poeti, che re e imperatori eravate mai voi? Non contavate proprio niente? Era meglio se vi giocavate il Trentino a dama e Trieste a briscola…”.

Mario Rigoni Stern sciamano che per noi, per me, si immerge nel mistero delle voci che mormorano per le nostre montagne, interroga gli spiriti per il bene della Comunità e di ogni singolo: “Andrea Lei è una persona davvero speciale e seguirò il suo consiglio”. In uno dei momenti più difficili della mia esistenza le parole scritte di suo pugno dallo sciamano Mario Stern hanno avuto il potere di condurmi fuori dal buio che annodava l’alba al tramonto senza altro in mezzo, le sue parole mi hanno guarito. Le sue parole continuano a guarirmi. 

“In una di queste notti invernali arriverò là in sogno. Scenderò a scavezzacollo con gli sci dalla Montagna dal bel nome, entrerò senza aprire la porta e mi troverò davanti, come mi aspettassero, Barba Matio e Carlo il pastore che ragionano di pecore e di vacche (…) Guarderemo in silenzio il fuoco e a un tratto Carlo mi chiederà: – Ma tu, Mario, scrivi ancora?

Siamo tutti qui ora, davanti al focolare antico, il vecchio pastore ha portato un doppio litro di clinto non addomesticato, quello che fa ancora storcere la bocca e lascia segni indelebili sul tavolo dai mille nomi incisi e anche la soppressa dello scorso inverno ha portato, alziamo i calici con quella confidenza che non abbiamo mai avuto, perché all’Uomo di Medicina è uso avvicinarsi con il dovuto rispetto. Mai ci avrà la morte.

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Pubblicato da Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de Il piccolo principe e nel 2018 la versione integrale di Pinocchio. Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.

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