Massimiliano, un Re “tirolese” a cavallo tra il Medioevo e l’epoca rinascimentale

Alla fine del 2019 si sono concluse le celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario della morte dell’Ultimo Cavaliere, Massimiliano I Imperatore (Wiener Neustadt, 22 marzo 1459 – Wels, 12 gennaio 1519), sovrano illustre regnante a cavallo tra il Medioevo e l’epoca rinascimentale, fautore della politica matrimoniale asburgica (ben due unioni coniugali con il trono di Borgogna e con la signoria milanese, più il matrimonio dei due figli Filippo e Margherita con gli Infanti di Spagna) ed insieme irriducibile guerriero, amante delle armi e della caccia (con un nutrito curriculum di almeno 25 guerre, tra cui quella lunga e sfibrante contro i Veneziani). 

Soprattutto nel Tirolo del Nord il 2019 è stato costellato da manifestazioni “massimilianee” di ogni sorta (Max 500-2019), con Innsbruck capofila quale regia “Residenzstadt”; anche il Sudtirolo ha voluto celebrare il “grande Asburgo” (che non di rado si tratteneva in battute di caccia tra Bolzano e Caldaro) con mostre storiche (come quella di castel Tirolo) e rievocazioni, mentre in Trentino l’evento è forse trascorso in tono minore, cadenzato soprattutto da conferenze ed incontri culturali a carattere locale.

Eppure, come a tutti è noto, il figlio dell’imperatore Federico III d’Asburgo, Massimiliano Re germanico dei Romani dal 1486, si fece incoronare Imperator romanus electus proprio nel duomo di Trento il 4 febbraio dell’anno 1508 dal suo cancelliere, il principe-vescovo di Gurk Matthäus Lang von Wellenburg, dopo aver rinunciato alla discesa a Roma e, forse, ad un progetto di crociata contro gli Osmani che, nel 1469, presso Lubiana erano giunti a minacciare persino i territori degli Asburgo. Nella città vescovile sull’Adige il re era giunto il 3 febbraio, diretto a Roma per essere incoronato dal pontefice Giulio II (il quale, pur non avendo di lui un alto parere, definendolo addirittura “uno stupido babbeo”, il 12 febbraio ne confermò l’elezione), poi costretto a mutare i suoi piani a causa del blocco viario opposto dalla Repubblica di Venezia al passaggio del suo esercito. 

Ritratto dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo, Albrecht Dürer 

Il re dei Romani, nei suoi spostamenti, si tratteneva spesso a Trento. Sulla facciata di Palazzo Geremia, in via Belenzani, il ricco mercante Giovanni Antonio Pona fece affrescare, come si presume, momenti di uno dei soggiorni trentini più significativi del futuro Imperatore, quello dell’ottobre 1501. Uno dei capitoli della lunga inimicizia tra la Francia e l’Austria aveva visto, infatti, il neoduca di Milano, Ludovico il Moro, vassallo di Massimiliano, cadere prigioniero del re francese Luigi XII, il quale nutriva non nascoste mire sul ducato lombardo. Massimiliano, la cui seconda moglie era una Sforza, Bianca Maria, tutore altresì dei due figli di Ludovico, Massimiliano e Francesco Sforza, tentò con il sovrano francese la mossa della proposta di nozze: la figlia di questi, Claudia, sarebbe andata in isposa all’arciduca Carlo, figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e nipote dello stesso Massimiliano, ricevendo così in dote il Ducato milanese. Il 12 agosto 1501 il trattato di nozze venne stipulato a Lione e, di conseguenza, il potente primo ministro di Luigi XII, il cardinale Georges d’Amboise si mise in viaggio alla volta della corte asburgica. Fu per accogliere degnamente l’illustre ospite francese che Massimiliano d’Asburgo decise di spostarsi dall’allora modesta residenza della Hofburg di Innsbruck al più dignitoso castello vescovile del Buonconsiglio. Lasciata la città dell’Inn agli inizi del mese di ottobre, il 7 Massimiliano era a Bolzano; successivamente proseguì per Trento dove fece solenne ingresso il 12, scortato da un corteo di 300 cavalieri. Poco prima, proveniente da Milano, era giunto a Trento anche il vescovo di Rouen, il cardinal d’Amboise e, il 13 del mese, al Buonconsiglio fu ratificato il contratto di matrimonio tra Claudia e l’arciduca Carlo d’Asburgo con la cessione di Milano alla Francia. Il 17 ottobre il primo ministro francese lasciò la città vescovile, seguito due giorni dopo dallo stesso Massimiliano, il quale nei giorni seguenti – attestano le fonti – si dedicò alla caccia all’orso nella zona di Caldaro, soggiornando tra l’altro anche a Castel Roncolo/Runkelstein. L’8 novembre il re riprese la via del nord, diretto a Lienz.

Il rapporto di Massimiliano con le terre tirolesi della corona asburgica si era andato intensificando a partire dal 1490, quando il suo attempato cugino, il duca Sigismondo d’Asburgo, detto il Danaroso (1427-1496), dovette cedergli la reggenza del Tirolo, costretto dai nobili locali e dalla Dieta ad abdicare a causa degli ingenti danni finanziari procurati all’erario statale dalla sua allegra gestione delle risorse e da una distruttiva politica della tensione con Venezia e con i Wittelsbach bavaresi. Quindi re del Tirolo e, dal 1493, alla morte dell’illustre padre Federico III, anche reggente degli “Habsburger Erbländer”, dei territori ereditari degli Asburgo, il giovane sovrano assommava sotto la sua signoria “territori ed interessi che andavano dalla Svizzera sino ai Balcani, dai Paesi Bassi all’Italia, la cui politica di alleanze e matrimoni comprendeva inoltre la Spagna e l’Inghilterra, addirittura la Svezia e la Russia” (Michael Forcher). In questo scacchiere di potere di dimensioni continentali, il modesto Tirolo veniva a costituire, in certo qual modo, il cuore strategico dei domini di Massimiliano. Ed il re, le cui affinità elettive con la gente tirolese una certa letteratura patriottarda ha voluto romanticamente esaltare, non esitò a spegnere, sin dagli esordi del suo governo, le ambizioni di quelle consorterie corporativistiche locali che pur lo avevano portato al potere, dando vita ad un apparato amministrativo di concezione moderna – sulla scorta di quanto appreso in Borgogna negli anni precedenti. Pur circondandosi di un ristretto consiglio di collaboratori, per lo più provenienti proprio dal Tirolo, Massimiliano pose mano a riforme importanti per la regione, introducendo a vantaggio del ceto contadino la “Erbleihe”, ossia la possibilità di acquistarsi il diritto di cessione ereditaria di poderi e masi siti su terreni principeschi (ben presto imitato in questo da altri grandi proprietari terrieri).

Particolare di uno degli affreschi “massimilianei” che decorano la facciata di Palazzo Geremia a Trento

Pur essendo Innsbruck la sede “naturale” del suo governo, Massimiliano – quando si trovava in Tirolo – trascorreva poco tempo in città, preferendo piuttosto recarsi altrove per le battute di caccia. La capitale tirolese era soprattutto una stabile base strategica per le casate nobiliari cortigiane e mostrava nelle nuove architetture (il “Wappenturm” o Torre degli stemmi, il Tettuccio d’oro, la rinnovata Hofburg) i segni della volontà di rappresentanza del potere principesco. 

Le città tirolesi con cui il principe Massimiliano ebbe maggiormente a che fare furono senz’altro le due importanti sedi principe-vescovili di Bressanone e Trento.

Bressanone fu nella sfera dei suoi interessi soprattutto durante i venti anni di regno del vescovo sassone, poi cardinale (1503), Melchior von Meckau (1489-1509) cui egli, nel 1490, affidò temporaneamente la reggenza del governo tirolese. Nel novembre 1493 fu proprio il von Meckau a guidare la delegazione reale a Milano per trattare il matrimonio che, di lì a un anno, il 16 marzo 1494, ad Innsbruck avrebbe unito il re romano a Bianca Maria Sforza, le finanze del ricco Ducato lombardo alle esangui casse erariali dello Stato asburgico, svuotate dalle interminabili guerre in Italia. 

Tuttavia, la città vescovile più illustre e maggiormente interessante per la politica massimilianea era fuor di dubbio Trento, posta nel mezzo della Valle dell’Adige, allo snodo delle vie che conducevano verso est attraverso la Valsugana e verso ovest, in direzione del lago di Garda. Culturalmente e politicamente Trento rappresentava la porta meridionale dell’Impero per l’Italia, agli inizi del Cinquecento un importante fulcro di propagazione delle idee umanistiche e rinascimentali italiane verso il Centro Europa. Massimiliano era ben consapevole dei continui tentativi del Papato romano di sciogliere il Principato vescovile tridentino dall’area d’influenza imperiale, mettendo in discussione il secolare diritto del re tedesco di confermare le regalie principesche dei vescovi eletti dal capitolo del duomo. Per questo motivo egli sorvegliava con particolare attenzione le scelte dei canonici capitolari tridentini, al punto che, in occasione dell’elezione episcopale del 1505, impose loro il suo candidato Georg von Neideck, ausiliario del precedente vescovo, Ulrich von Liechtenstein. L’esito della votazione fu favorevole al preferito del re, il quale ottenne senza alcun problema anche il benestare da Roma. Il Neideck era già stato al servizio di Massimiliano prima come segretario ed assessore del tribunale camerale imperiale, poi dal 1501 addirittura in qualità di cancelliere austriaco. Avere Georg von Neideck come principe-vescovo a Trento significava per Massimiliano avere assicurato il controllo sulle frontiere con l’Italia. 

L’arciduca Sigmund der Münzreiche con le sue due mogli, Eleonora di Scozia (al centro) e Caterina di Sassonia (albero genealogico di Massimiliano nello Habsburger Saal di Castel Tratzberg

Ed entrambi i principi-vescovi, di Trento e di Bressanone, svolsero un ruolo determinante ai fini dell’incoronazione imperiale del loro signore. Quando infatti, nell’inverno tra il 1507 ed il 1508, l’Asburgo si recò a Trento con l’intento di proseguire per Roma, si rese conto che le circostanze politiche gli erano totalmente sfavorevoli: non avrebbe potuto continuare il viaggio verso sud senza scontrarsi con le truppe francesi, che ormai controllavano Milano, e con l’ingente esercito della Serenissima che, soltanto al castello di Rovereto, aveva schierati ben 10.000 soldati. A Trento invece Massimiliano poteva contare solo su 1000 tra cavalieri e fanti, oltre che su fondi insufficienti a poter intraprendere un’ulteriore guerra. Si risolse perciò per una cerimonia d’incoronazione da tenersi in città: il legato papale, il cardinale Bernardino López de Carvajal, si trovava in Tirolo e avrebbe potuto presiedere la celebrazione previo invio da Roma della corona imperiale. A questo fine fu il vescovo brissinese, Melchior von Meckau, che si adoperò per convincere Giulio II, senza ottenerne però alcun risultato. Fu così che il 4 febbraio del 1508 il re Massimiliano, accompagnato da principi e conti del Regno e dai rappresentanti delle massime città italiane – tra i quali Niccolò Machiavelli per la Repubblica Fiorentina –, assenti tuttavia i sette principi elettori, il legato papale, la regina Bianca Maria e, per prudenza, persino il vescovo Georg von Neideck, fece solenne ingresso nel duomo per farsi proclamare “Imperatore romano eletto”.

Già il giorno seguente divampò la guerra contro i Veneziani nel Cadore e, di conseguenza, venne formata una delegazione che, alla fine di marzo, andasse a parlamentare la tregua nella città lagunare: tra i legati imperiali c’era lo stesso principe-vescovo di Trento von Neideck, il quale partecipò, nel maggio successivo, anche alla prosecuzione delle trattative nel convento di S. Maria delle Grazie presso Arco. In quell’occasione, nel novero degli inviati troviamo anche un umanista trentino che, per qualche tempo, fu “segretario latino” dell’Imperatore, il decano della cattedrale Giacomo de Banissis, o Bannisio.

Il Bannisio insieme ad altri umanisti italiani (tra cui l’illustre professore patavino Gerolamo Balbo) costituivano alla corte di Vienna un folto gruppo di giuristi, professori e diplomatici dei cui servigi Massimiliano si avvaleva, convinto che essi potessero contribuire all’esecuzione dei suoi disegni politici ed alla formazione del ceto amministrativo asburgico. Non a caso, fu proprio grazie al loro operato che Massimiliano tentò non solo di ristabilire i fondamenti teorici e giuridici dell’autorità imperiale in Italia, ma addirittura cercò di fondare la visione di un “Papato imperiale” in base alla quale egli stesso sarebbe potuto divenire il successore di Giulio II, accentrando così nelle proprie mani i due massimi poteri del mondo cristiano europeo.

Quando nel 1510 la discesa in campo dei Francesi a fianco di Massimiliano contro Venezia costrinse quest’ultima a ritirarsi dai Domini di Terraferma, Verona venne occupata dagli Imperiali e Georg von Neideck ne fu designato governatore. Nel 1514 il suo successore nell’episcopato tridentino, l’umanista noneso Bernardo Clesio (1484-1539), subentrò nella reggenza della città di Verona fino al 1516 allorquando, in seguito alla pace di Bruxelles, quella ritornò sotto il dominio della Repubblica Serenissima e venne così scritto l’ultimo capitolo dell’estenuante guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). Importantissima conseguenza del trattato con Venezia fu pure il definitivo passaggio al Tirolo delle città di Riva e di Rovereto, dei quattro vicariati (Ala, Avio, Brentonico e Mori), nonché dei territori dell’Ampezzano.

Proprio a causa dei reiterati fatti bellici, in quegli anni furono frequenti i passaggi del monarca asburgico in territorio trentino ed i soggiorni a Trento sulla via da e per i territori italiani. 

Ad esempio, l’Imperatore nell’aprile del 1516, di ritorno dalle terre lombarde alla volta del Tirolo, oltrepassò il Passo del Tonale e scese nella Val di Sole diretto verso S. Michele, facendo sosta in diverse località solandre e nonese (tralaltro, il 4 maggio Massimiliano concesse al villaggio di Fondo il privilegio di fregiarsi del titolo di borgo). Ed un’ennesima conferenza, tenuta da Emanuele Curzel a Pergine agli inizi di febbraio 2019, sottolineava i rapporti dell’Asburgico con castel Pergine (una delle cui torri porta proprio il nome di Massimiliano). La narrazione massimilianea in Trentino contempla addirittura la presenza di un calice argenteo nella chiesa di Ricaldo, a Piné, donato dal Re dei romani alla parrocchia di S. Pietro in Trento e, successivamente, trasferito sull’altopiano pinaidro all’epoca dell’invasione francese. 

Se Bolzano e dintorni costituivano per lo più il buen retiro venatorio del Principe tirolese quando si trovava a sud delle Alpi (in particolare castel Roncolo/Runkelstein, all’imbocco della gola sarentina, i cui affreschi della fine del Trecento ne sollecitavano la fantasia cavalleresca) e Trento svolgeva le mansioni di illustre stazione diplomatica di rango sovraregionale, il maggior numero di “Jagdschlösser”, di castelletti di caccia per la ricreazione dell’Augusto si trovavano nel Nordtirolo, spesso non distanti dalla capitale, come ad esempio la Weiherburg da dove il sovrano si spingeva fin sul Karwendel alla ricerca dei camosci. In una di queste battute di caccia nello Oberinntal, non distante dal castelletto di Martinsbühel, una volta accadde che Massimiliano si spingesse in alto tra le rocce, non riuscendo però più a ridiscendere dalla parete a strapiombo. Gridando verso valle, il re ottenne che alla fine un giovane servitore, attraverso un sentiero fin a quel momento rimasto nascosto nella rupe, lo mettesse in salvo, dissolvendosi subito dopo nell’aria. La leggenda, tra storia e devozione, narra che sulla precipite “Martinswand”, a circa 1200 metri di altitudine, fu addirittura un angelo a soccorrere il futuro Imperatore del Sacro Romano Impero di nazione germanica

Massimiliano I e la sua famiglia, ritratto idealizzato, Bernard Strigel (1515): da sinistra Massimiliano (nelle vesti di Cleofa, fratello di S. Giuseppe), i nipoti Ferdinando I e Carlo V, il figlio Filippo il Bello, la moglie Maria di Borgogna (raffigurante Maria di Cleofa) e il nipote Luigi II d’Ungheria 

Il re asburgico, che aveva trasformato la cittadina sull’Inn in un centro di fabbriche di armature e di fonderie di valenza europea, volle che le statue bronzee del suo monumentale sepolcro venissero fuse proprio ad Innsbruck dove rimasero, per essere ancora oggi ammirate nella Hofkirche; mentre il loro augusto committente se ne andò a morire lontano dal suo amato Tirolo, a Wels nell’Alta Austria dove, tormentato da violente febbri e da dolori renali ed alla cistifellea, si spense per sempre al mondo il 12 gennaio 1519.

Massimiliano I lasciava un Impero amministrato con visione di ampiezza europea e un Tirolo che, dopo sanguinose guerre, aveva ottenuto i confini che conserverà sostanzialmente fino al 1918, dotato di un ordinamento regionale, il Landlibell (1511), che per circa tre secoli lo normerà dal punto di vista politico, economico e sociale.

L’abile curatore della propria immagine pubblica che, con le tre biografie romanzate vergate dai suoi scrittori più abili, il Theuerdank, il Weißkunig ed il Freydal, farebbe impallidire i nostri politici quotidianamente “cinguettanti” su Twitter e Facebook, secondo la tradizione popolare non seppe convincere però gli avidi osti della città di Innsbruck a condonargli gli ingenti debiti contratti con loro, tanto che essi, nel dicembre 1518, al ritorno da Augusta gli avrebbero sbarrato le porte cittadine costringendolo a continuare il suo viaggio verso est. Nonostante la magnanimità dell’Imperatore, tuttavia i locandieri l’avrebbero certamente scontata se avessero agito così. Dicono gli storici che di fatto il seguito del sovrano si accampò per qualche tempo fuori delle mura fino a che almeno una parte dei debiti venne appianata. Massimiliano già da giorni era colpito da gravi febbri e fu questo il motivo che lo indusse a proseguire verso Vienna, andando incontro all’ultimo atto della sua grandiosa esistenza.  

Il “Wappenturm” fatto erigere da Massimiliano I presso la Hofburg (anonimo, 1768): la decorazione araldica (consistente in 54 stemmi), opera del pittore di corte Jörg Kölderer, rappresentava il programma genealogico degli Asburgo agli inizi del 1500 (fonte: habsburger.net)

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Pubblicato da Andrea Vitali

No, non è lui, il celebre medico-scrittore di Bellano! Questo Andrea Vitali, nato a Roma e naturalizzato sudtirolese, è più modestamente un insegnante di italiano seconda lingua nella scuola superiore tedesca dell’Alto Adige. Attualmente tiene anche corsi di letteratura italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Vivendo da decenni in Alto Adige/Südtirol ha imparato ad amare la storia, le culture e le lingue delle terre dell’antico Kronland Tirol. Per questo, dal 2006 è anche guida storico-culturale professionale del territorio altoatesino. Nel 2009 ha pubblicato un ampio testo storico-artistico sulla città medievale di Chiusa/Klausen e sul complesso monumentale di Sabiona/Säben, mentre nel 2019 è apparso per i tipi di Curcu&Genovese il suo ultimo libro "La scuola e la svastica", uno studio sulle condizioni della scuola italiana altoatesina durante il breve periodo dell’occupazione nazista.

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