Mondo seduto

La pandemia che ancora stiamo attraversando ha visto ridurre la socializzazione e il movimento fisico. Ha determinato, cioè, una sorta di arresto che deve farci riflettere. Ad esempio, su cosa vogliamo fare dei nostri corpi e su come ridefinire il rapporto mente-corpo e le relazioni interpersonali. Questo perché, oggi, siamo consapevoli che tutto ciò che accade al nostro corpo, da un atto violento ad un abbraccio, come persino l‘inazione, modifica il cervello e quindi la mente che è un suo prodotto. Si diffondono sempre più, per ragioni anche indipendenti dalla pandemia, comportamenti che inducono a una crescente immobilità. Delle 168 ore che costituiscono una settimana ne trascorriamo seduti, indicativamente, dalle 70 alle 100, alle quali vanno aggiunte le circa 56 ore dedicate al sonno: assistiamo dunque a un non utilizzo e a un progressivo indebolimento del corpo, il quale non viene usato nella vita quotidiana per il nostro benessere. Molto è oggi affidato a sedie, poltrone, mezzi di trasporto, telelavoro; esempio, quest’ultimo, di situazione che ci fa rimanere ogni giorno lavorativo, per lunghe ore, in una posizione a «esse» e con lo sguardo fisso davanti a uno schermo. Questa carcerazione inizia nella giovane età e addirittura nelle istituzioni scolastiche nelle quali il corpo viene ingabbiato e addomesticato per ore su una sedia e dietro a un banco; inoltre, nel tempo, l‘orario scolastico e di studio si è via via dilatato fino a coprire quasi tutta la giornata di un giovane. Se ne desume che la scuola, purtroppo, non concepisce ancora il corpo all’interno di una feconda relazione con la mente.

Ma non è mia consuetudine addossare colpe alla società o alle istituzioni quando i primi colpevoli siamo noi mentre scegliamo di prendere l‘auto per percorrere poche centinaia di metri o quando ci affidiamo a qualsiasi mezzo tecnologico pur di non muovere un solo muscolo; sovente, anche per piccole attività, utilizziamo ogni possibile protesi. Arriveremo a farlo anche per le relazioni affettive? Stiamo rinunciando alla corporeità, stiamo dimenticando noi stessi, pur consapevoli che ogni comportamento intelligente è nato e fiorito da determinate capacità del corpo.

Ciò che è peggio è che, nonostante questa consapevolezza, soffochiamo comunque le nuove generazioni in meccanismi di inazione dove la loro inoperosità corporea viene di fatto obbligata e coltivata. E questo proprio nelle loro età formative ed esplosive – l‘infanzia e le età delle scuole superiori e delle università – fasi della vita nelle quali vi sono imponenti trasformazioni corporee. Sono le età in cui la natura irrompe e li trasforma, le età dove fiorisce la sessualità, dove vi è la massima energia, dove il corpo è l‘attore protagonista della vita. Ed è proprio qui che, anziché utilizzare metodi educativi corporei, chiudiamo gli occhi e imprigioniamo i cuccioli d‘uomo negando possibili sane relazioni al loro corpo e fra loro e il corpo degli altri. È la vittoria della gerontocrazia la quale ha innalzato una cultura moralistica che fonda, di fatto, il rapporto formativo unicamente sul virtuale, sull‘immateriale, dove tutto è confinato all‘interno di parole, discorsi, discussioni; un‘educazione che reputa il corpo non altro che il mezzo di trasporto o – peggio ancora – di solo appoggio del cervello. Dov‘è l‘incarnazione? Dov‘è il corpo che siamo?

Siamo nati bipedi, camminatori, esploratori, per divenire, in pochi anni, l‘esatto contrario e questo non può avvenire senza un prezzo da pagare. Abbiamo favorito il distanziamento dal nostro corpo e dai nostri sensi. Dove sono, ad esempio, il tatto, la pelle, strumenti essenziali a nostra disposizione per creare relazioni, amore, fiducia, serenità? La pelle, il confine del corpo, ci informa e ci forma in relazione all‘ambiente, agli altri, a noi stessi, modella la nostra mente, favorisce e rafforza i rapporti interpersonali. Il contatto fisico risulta essenziale allo sviluppo integrale della persona, è insostituibile mezzo di comunicazione, di esplorazione, di crescita globale. La pelle, l‘organo più esteso, è strumento profondamente umano, ci aiuta a crescere, a essere aperti nei confronti del mondo, a gestire in modo più adeguato le mille situazioni della vita. Le carezze, gli abbracci e ogni forma di interazione corporea positiva sono fonte di conoscenza, gioia, socializzazione. Se ce ne priviamo favoriamo la nascita di carenze affettive, insicurezze e comportamenti antisociali. L’educazione può quindi essere solo unitaria: non si possono trascurare, o peggio dimenticare, né la mente, né il corpo, gli elementi che assieme «sono» la persona. E se ci priviamo del con-tatto con le energie degli altri e del mondo, ci sottraiamo pure possibilità in grado di aiutarci a divenire maggiormente consapevoli di noi stessi. 

Siamo di fronte a una svolta epocale: si sta costruendo una società dell‘inazione, ovvero dell‘inoperosità dovuta non a volontà personali, ma a cause esterne come ad esempio il tanto citato telelavoro. Un percorso di organizzazione sociale (inevitabile?) che impedirà, con infinite tecnologie e con agglomerati urbani dagli spazi sempre più ristretti e «disciplinati», di far crescere i giovani con l‘intero loro corpo e con il corpo degli altri. Per centinaia di migliaia di anni ogni cucciolo d‘uomo ha sprigionato energia da tutti i pori ed è cresciuto facendo gruppo, muovendosi assieme ad altri cuccioli. Corpo e mente si sono co-costruiti in spazi aperti e il nostro cervello ci ha spinto a stringere legami con il prossimo, ci ha sollecitato a fare gruppo. Siamo esseri viventi sociali; ogni homo è cresciuto, è divenuto se stesso, è divenuto sapiens, all‘interno di «tribù».

Poi, con il trascorrere del tempo, un ulteriore rischio è veder crescere il già imperante successo dei rapporti personali tramite video non perché verrà alimentato da modi di essere colpevoli dei giovani, ma perché favorito dal non utilizzo responsabile dei corpi. Stiamo coltivando il terreno che fa crescere il virtuale anziché il carnale

Per concludere, personalmente, mi sono avvalso della mia conoscenza delle arti marziali e, per diversi anni, con gruppi di bambini, ho sperimentato «esercizi» che – senza parole – utilizzando quindi solo i corpi, hanno favorito in loro serenità, autostima, altruismo. Alcuni di questi sono presentati a conclusione del mio ultimo libro, intitolato Ecco perché siamo tutti cattivi. Quindi perché rinunciare allo strumento più vivo? Perché rinunciare al nostro corpo? Perché rinunciare a noi stessi?

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Rolando Pizzini

Rolando Pizzini è stato l’ideatore e il coordinatore della ricerca italo‑australiana che ha portato alla pubblicazione della prima monografia scientifica dedicata alla figura del missionario Angelo Confalonieri, il primo bianco che scelse di vivere con e per gli aborigeni d’Australia. Ha tenuto lezioni e conferenze in località italiane, brasiliane e australiane. Ha pubblicato vari libri ed è esperto di arti marziali e sport da combattimento. Ha contribuito alla realizzazione di alcuni progetti di solidarietà per bambini poveri in Brasile e alla salvaguardia di 600.000 ettari di foresta amazzonica. Insegna religione a Trento al liceo classico “G. Prati” e nella Casa Circondariale. Il suo ultimo libro è "Ecco perché siamo tutti cattivi" (Edizioni del Faro).