Montagna onesta

Si attribuisce ad Ernest Hemingway il famoso motto dello “scrivere ciò che si conosce”. Un motto che Cecilia Bozza Wolf, trasponendolo nel cinema, ha fatto base di tutto il suo percorso artistico. Dalle prime sperimentazioni scolastiche che non hanno mai visto la luce, al documentario di successo “Vergot”, al suo film di prossima uscita “Rispet”, prodotto da Stefilm e realizzato con la collaborazione della Trentino Film Commission, la giovane regista trentina, cresciuta a Castelnuovo in Valsugana – è nata nel 1989, racconta infatti la sua terra e, in senso più ampio, la montagna, paradiso turistico ma anche e soprattutto tappeto sotto al quale si nascondono innumerevoli non-detti e malesseri. Di tutto questo, abbiamo parlato con lei.

Partirei dalle origini. Come nasce la Sua passione per il cinema e come decide di diventare regista?

Mi sono appassionata all’immagine in movimento fin da bambina: papà era un amante del cinema, per cui in casa c’erano moltissime videocassette, mentre mamma adorava i filmini di famiglia, quindi aveva comprato una telecamera, con cui io – avrò avuto 8 anni – già giocavo e giravo le prime cose. Il “visivo” è stato sempre il mio linguaggio primario, anche quando, più tardi, mi sono trovata impelagata in una carriera scolastica difficile: da un lato soffrivo di disgrafia, dall’altro avevo scelto un percorso sbagliato, iscrivendomi al liceo scientifico. Finalmente poi, all’università, ho deciso di seguire quella mia passione.

Si iscrive quindi al DAMS di Padova, dove si laurea con lode con una tesi su Federico Fellini. Perché un “maestro” apparentemente così distante poi dai Suoi film tanto reali?

In realtà mi ritrovo nella sua persona, soprattutto per quanto riguarda il suo profondo legame con la terra d’origine, nel suo caso la Romagna. Detto ciò, sono sempre stata polivalente: amo tanto il cinema commerciale, quanto quello che potremmo definire d’essay. Credo, e desidero, che i film siano intrattenimento ma al contempo strumenti per dare consapevolezza allo spettatore di alcune cose. È ciò che ho cercato di fare anche in “Rispet”: c’è una faccia un po’ “polenta western” e una faccia molto più seria, oscura, di denuncia.

Potrebbe citare alcuni registi che ama, allora?

Da un lato sono affezionata a film come: “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder . Dall’altro direi che importanti per il mio percorso sono stati i film di Roberto Minervini e di Thomas Vinterberg.

Tornando al Suo percorso di studi, nel 2016 si diploma allo Zelig di Bolzano, con il documentario “Vergot”, che vince molti premi tra cui il miglior film “Orizzonti Vicini” del Trento Film Festival. Come nasce?

A Padova avevo lavorato ad un progetto, “Hard Rock Mountain”, insieme al valtellinese Raffaele Pizzatti Sertorelli, con cui poi ho scritto anche “Rispet”. L’idea di fondo era raccontare ciò che conoscevamo: l’essere adolescenti in montagna, anche se in due zone diverse dell’arco alpino, in un contesto di provincia in cui fondare una rock band era una sorta di àncora di salvezza per evitare l’alcol. Questo progetto, che non ha mai visto la luce, si è rivelato fondamentale per “Vergot”: così ho conosciuto i protagonisti del documentario, Alex e Gim.

Il desiderio di fondo, quindi, è raccontare la montagna nella sua interezza.

Esatto. Dopo la lettura di “Tristi montagne” di Christian Arnoldi, ho compreso come il mio bisogno fosse proprio quello di raccontare la tipicità dei malesseri alpini. Mali che chi vive queste zone conosce da vicino, ma che si nascondono dietro la rappresentazione – offerta ai turisti – di una montagna da favola. Sia chiaro, io sono tornata a vivere in Valsugana e amo il mio territorio, credo solamente che il cinema debba aiutarci a guardare oltre le apparenze.

Dopo il documentario passa ora alla fiction con “Rispet”, dove però, appunto, non abbandona questi temi. 

Sì, si tratta di una prosecuzione naturale di “Vergot”: dalla famiglia si approda alla microsocietà, in cui si sceglie sulla base di ciò che è giusto e non di ciò che è, né tanto meno per sé, in un misto di orgoglio e vergogna. L’espediente che scoperchia segreti e non-detti è la vandalizzazione di alcune statue in paese, la risposta all’ombra del “rispet”, chiaramente, varia a seconda di ciascun personaggio. Il legame con il documentario, però, lo si nota anche nello stile: il film è girato tutto con camera a spalla, da me, che quindi oltre la regia faccio anche le riprese. Questo perché lavorando con attori non professionisti, c’è stato un lungo percorso prima di arrivare a girare ed è a me, di fatto, che si erano abituati. 

Ci dica di più, perché la scelta di attori non professionisti, se è stato necessario un percorso tanto complesso?

Uscivo dal documentario, appunto, e mi intrigava intraprendere questa linea. Il progetto di “Rispet” va avanti da quattro anni: non ho fatto casting per selezionare gli attori, ma li ho scelti nella vita quotidiana (l’attore principale per esempio è Alex, il fratello maggiore di “Vergot”, la barista una vera barista di paese). A quel punto, a partire da un canovaccio di sceneggiatura, ho costruito con loro la storia: in questo modo le battute sono più realistiche, contengono reazioni spontanee ed esternazioni personali. 

Deduco sia dunque ancora presente il dialetto.

Sì, gli attori sono persone che parlano anche il dialetto tra loro e pertanto credo diano un’interpretazione migliore quando si esprimono liberamente. Del resto, un film così, girato con una dizione perfetta o una pronuncia romana da fiction sarebbe poco credibile. 

A che punto è il film e cosa si augura per il futuro?

Il film è stato girato in quattro settimane, tra marzo e aprile 2021. Da maggio a settembre abbiamo proceduto col montaggio, e ora lo abbiamo proposto in alcuni festival nazionali e internazionali. Ciò che mi auguro è che venga visto da chi vive in questi luoghi montani, e che faccia riflettere. Mi sono resa conto che tende ad essere divisivo, ma spero possa comunque aiutare chi non ha voce e rimane schiacciato sotto l’ombra del “rispet”.

L’omosessualità e la valle

“Vergot”, del 2016, racconta il difficile rapporto tra la sessualità di Gim e il contesto in cui vive: dal fratello maggiore, Alex, che fatica a comprendere, al padre che rifiuta in toto l’omosessualità, fino ad arrivare a quella microsocietà paesana fatta di bevute per riempire la noia, di barzellette al bar e di insulti detti con decisamente troppa leggerezza, essere gay nella montagna trentina è ancora oggi complesso. Riuscirà Gim a mostrarsi per ciò che è e a venire accettato?

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Pubblicato da Katia Dell'Eva

Laureata in Arti dello spettacolo prima, e in Giornalismo poi, nel quotidiano si destreggia tra cronaca e comunicazione, sognando d’indossare un Fedora col cartellino “Press” come nelle vecchie pellicole. Ogni volta in cui è possibile, fugge a fantasticare, piangere e ridere nel buio di una sala cinematografica. Spassionati amori: Marcello Mastroianni, la new wave romena e i blockbuster anni ‘80.