Mulini, per spezzare l’asimmetria del mondo

Mulino Ruatti, Val di Rabbi

Rio Molino, Mühlbach, Molini, Molina, Muhle, Mühlwaal, Mühlental, Mühlwald, ecc. Scorrendo i toponimi della regione ci si accorge che il più ricorrente è legato al mondo dei molini. Ogni valle, se non ogni paese, aveva il suo rio dei Molini, che testimonia la presenza cigolante di una piccola o grande ruota – in alcuni mulini se ne possono contare fino a tre – scossa dal ribollire dell’acqua deviata fin lì per mezzo di vere e proprie imprese idrauliche, talvolta aeree: i canali, waal. I molini sorgono solitamente in luoghi umidi, freddi e poco assolati, silenziose presenze in vallicole e forre dove l’uomo difficilmente pone piede. In Alto Adige i molini erano quasi ovunque una certezza del paesaggio naturale e di quello culturale: la maggior parte dei masi di montagna, infatti, ne possedeva uno – acqua permettendo –, che poteva soddisfare l’esigenza della numerosa famiglia allargata che formava il maso. Perfino le città avevano i loro canali che portavano l’acqua ai molini (e non solo). Il ricordo è rimasto nei nomi delle strade: Via del Molino/Mühlgasse a Bressanone, Via dei Molini a Bolzano/Gries (arricchito dal Sagbach che scende dal Guncina), a Trento (grazie alle acque del Fersina), a Riva del Garda, a Calliano ecc.

Chi non aveva il mulino o una macina correva subito al riparo, anche a costo di rimetterci una vita, come successe ai cogollesi (Val di Pejo) che, per trascinare a valle una macina di granito che erano andati a costruire sul monte, infilarono la testa di uno di loro dentro il foro per controllarne il movimento durante la discesa, con il risultato di perdere sia compaesano che macina.

Mulino Zeni,  il frutto di antiche semine 

Il mugnaio, al pari del carbonaio e del fabbro, per via del suo vivere al limitar tra il noto e lo sconosciuto, tra il coltivato e il selvaggio, è sempre stato visto come una figura a metà strada tra l’eremita e il mago, detentore di particolari segreti della macinatura, una sorta di alchimista, amato e odiato dal popolo per via della tassa sulla macinazione, imposta dai proprietari che erano solitamente i Signori del luogo o la Chiesa, e per via dei suoi inganni a danno dei contadini. Le leggende si sprecano sugli imbrogli nati tra le macine ruotanti e le pese. C’è un elemento che ha sempre catturato la fantasia di ogni popolo, sia che fosse mossa dalla forza dell’acqua che da quella di qualche animale o semplicemente dalla forza delle braccia: la macina. La macina ruota, gira, turbina, crea un moto armonico che spezza l’asimmetria del mondo. L’equivalente indù della zangola è servito per frullare il mondo, anzi, dalla zangolatura dell’oceano è nato il soma, la pianta degli dèi: occorreva zangolare il secchio dell’oceano, sino a farne affiorare il soma, così come il burro affiora dal latte. Dalla macina nasce la farina: come in un’operazione alchemica si muta il seme in polvere, nella polvere che dà la vita. Quando la ruota e la macina giravano voleva dire che c’era prosperità, vita. Ma non solo. In molte leggende delle popolazioni nordiche si narra di un mulino favoloso dalla cui macina uscivano pace e abbondanza. Nella concezione mitica, più tardi, in tempi di decadenza, il mulino macinò sale; ora infine, essendo caduto in fondo al mare, macina le rocce e la sabbia creando un vasto gorgo, il Maelstrom (=la corrente che macina, dal verbo mala, macinare), ritenuto una delle vie che conducono alla terra dei morti. Altrove l’immagine del mulino e del suo proprietario ha ceduto il posto a rappresentazioni più sofisticate, più aderenti agli eventi celesti. In Platone la figura del mugnaio si staglia come il Dio Artefice, il Demiurgo, che ha plasmato i cieli. Il ruotare della macina, così come il moto perpetuo della ruota, indica e simboleggia il tempo ciclico della nascita, della morte e della rinascita.

Sorni, Altopiano del Baldo, l’antico molino del Zeni

A noi sfuggono gli invisibili legami tra tutto questo ma c’era un tempo in cui anche l’ultimo e il più isolato dei contadini di montagna, quando vedeva girare una macina, sapeva che quel monotono rumore era la testimonianza di un mondo dove ogni cosa trovava, di diritto, il suo posto riconosciuto, dove nemmeno la caduta di un passero andava inosservata e nulla veniva respinto né sprofondava nella perdizione eterna perché l’ordine del Numero e del Tempo era un ordine totale che tutto conservava e a cui tutti, dèi, uomini, santi e animali, alberi e cristalli, appartenevano, tutti soggetti a legge e misura.

E per questo, se l’uomo non rispettava questo ordine, poteva anche capitare che l’acqua che alimentava un mulino cambiasse improvvisamente posto. Capitò alla Predaia, in Val di Non, dove l’acqua del lago abbandonò quel luogo per punizione, per spostarsi nel paese sottostante, arricchendo Taio e i dintorni con i suoi mulini. I pastori narravano che, quando scorreva, l’acqua sussurrasse “a far pan e farina … andrò a Taio e Taìna”.

Sorni, Angelo Zeni al lavoro
Grumes, Val di Cembra. Il sentiero dei vecchi mestieri

Sono ritornate a girare le ruote

Terento, nel Sonnenberg pusterese, risalendo il sentiero lungo l’omonimo rio, è un piacere sentire già da lontano il gorgoglio dell’acqua e lo stridio delle ruote dei mulini. Perché qui, nella valle, sono stati restaurati e rimessi in funzione durante la stagione estiva ben sette mulini, appartenenti ognuno ad un maso ed ognuno con una specializzazione ben precisa. Si toccano i mulini Müller, Tolden, Hausen, Gasser, Hausleitner, Jakobe e Talackerer, il più alto di tutti. Alcuni hanno più di 500 anni. Tabelle esplicative ne spiegano il funzionamento e, in determinati giorni estivi, è possibile assistere alla macinatura dei più svariati cereali oppure sentir battere la forza del maglio. Altrettanto piacevole è il percorso in Val Badia, nei pressi di San Martino, dove un sentiero ci conduce in Val di Morins, nella valle dei Mulini. Tra i nuclei abitativi di Miscì e Seres, una passeggiata ci fa toccare con mano ben otto mulini e altrettante casette ricche di storia e di leggenda.

In Trentino sono stati restaurati e messi in funzione due mulini che hanno fatto la storia delle rispettive valli: quello di Fierozzo, in Val dei Mocheni (ora appartenente al Bersntol Museum, tel. 0461 540221), a ben tre ruote – due macine e un pestino per l’orzo –, e quello di Maso Ruatti (info 0463 903166) all’entrata della Val di Rabbi, risalente alla fine del 1700, con, all’esterno, la raffigurazione della Madonna di Caravaggio e di Santa Caterina d’Alessandria, protettrice dei mugnai (1830). Ma molti altri se ne possono trovare ovunque. Famosi sono quelli privati dei masi che si stagliano sulle ripide pendici del Sonnenberg della Val Venosta, con le loro meandriche canalizzazioni atte a far ruotare la macina, acque di fusione catturate dai ghiacciai a oltre 3000 metri. Oppure il Mulino Angeli a Marter, in Valsugana, diventato oggi la sede della Casa degli Spaventapasseri. Quello restaurato di Chiusa, in un edificio del XVII secolo, oggi ospita un noto birrificio-trattoria, e poco sopra troviamo l’Obermühle (XV secolo), oggi ristorante Torgglkeller.

Che siano grandi o piccoli, tutti i mulini racchiudono delle storie, delle leggende, per lo più legate ai sogni di ricchezza, o alla fame atavica e al desiderio di una ruota che macinasse in eterno grano, orzo, sale…

Così non è difficile sentir raccontare ancor oggi che il vecchio mugnaio di Lochmühle, presso Castel Lamberto (Brunico), incontrò di notte tre muli carichi, guidati dal loro guardiano. Egli pensò subito che si trattasse di sacchi di farina, ma un buco in un sacco gli fece cadere nella mano un poco di uva passa. Quando poi il mugnaio cercò l’uva perché aveva fame si ritrovò in tasca dei piccoli pezzi d’oro. E quanti resti di mulini vengono chiamati, ancor oggi, mulini del Diavolo? Se ne contano a decine nel nostro territorio, legati a storie che vedono i mugnai vendere l’anima al Diavolo per un mucchio di soldi e per tutto ciò che la loro avidità poteva desiderare. Oppure si narra di mulini costruiti in una notte – alter ego dei famosi ponti del Diavolo –. Molte volte nel mulino si nascondeva una strega, una “Stempa”, oppure un nano, un folletto, una fata, altre volte ospitava un viandante, un pellegrino che poi si rivelava essere nientedimeno che Gesù. Per non dimenticare che le acque che facevano muovere le ruote erano il territorio, oltre che dei pesci, delle gane, delle ondine e anguane. Con tutto quello che ne consegue in termini di amori, innamoramenti, abbandoni e figli illegittimi. 

Longiarù
Longiarù, un mulino a doppia ruota

FARINE SPECIALI

Farina di farro, orzo, avena, grano saraceno, segale, mais, frumento. Ancor oggi ci sono dei mulini che producono la farina in modo tradizionale come il Molino di Angelo Zeni, sul torrente Sorne a Brentonico. Qui vengono macinati anche 350 kg di semi al giorno che vengono tagliati dal granito francese, molto duro e tagliente. Non sono le macine per le olive, piatte, che spremono. Qui bisogna incidere. Dodici ore di lavoro producono 160/170 kg di farina finita bianca. Per la lavorazione del mais ci si impiega di più, è più complessa, ci vogliono almeno 24 ore. Angelo ci racconta che un tempo questo mulino riforniva tutti i paesi del monte Baldo. Perché la farina nata da queste macine è stata, da sempre, una farina preziosa (oggi si direbbe “00”). Lo ricordavano anche le suore quando si portavano i sacchi in Curia a Trento per far particole: par emposibile che dala farina dei Bragon vegna fora el Signoredio sì bon; lo ricorda la saggezza della gente di un tempo: piuttosto che vegna el medico con la so medizina meio el molinar co la so farina.

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com