Nei numeri, il senso di ogni cosa. Parola di Loreta Failoni

Quando si dice che nella matematica c’è poesia in molti aggrottano la fronte. Non Loreta Failoni, che ha saputo sapientemente mescolare questi modi apparentemente opposti di guardare il mondo per costruire una vita professionale che l’ha portata dalle cattedre di matematica alle case editrici, passando per sale cinematografiche e teatrali. «Quando si è insegnanti per una volta, si è insegnanti per sempre»: inizia così questa chiacchierata con Loreta Failoni, insegnante di scuola primaria in pensione da un anno, autrice prima di libri sulla didattica della matematica e poi di romanzi e attualmente presidente del Coordinamento Teatrale Trentino, l’associazione di Comuni della Provincia autonoma di Trento che dal 1982 si occupa della diffusione della cultura teatrale e cinematografica sul nostro territorio. 

Matematica, libri, teatro, cinema: interessi diversi riempiono la sua vita. Come si sono avvicendati tra loro nella sua storia professionale?

Ero un’insegnante di matematica particolarmente appassionata alla didattica e tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000 ho pubblicato con Mondadori una serie di libri operativi sulla matematica per la scuola primaria. La pubblicazione ha avuto un bel successo, con circa 35mila copie vendute. Cinque o sei anni più tardi ho realizzato il dvd Il giallo alla villa, un viaggio interattivo tra matematica, scienze, astronomia, presentato in anteprima a un grosso convegno di matematica a Castel S.Pietro Terme registrando un riscontro positivo. Sull’onda di tutto questo, alla soglia dei 50 anni, ho deciso di prendermi un anno sabbatico: mettendomi così a scrivere La bisettrice dell’anima, un libro che sta a metà strada tra la matematica e la narrativa. Ci sono riuscita e questo rappresentava per me un punto d’arrivo: ho pensato che nella lista di cose che sapevo fare c’era anche “scrivere un libro”. Poi è arrivato il premio “Terzani” a Firenze e ho iniziato a fare presentazioni in tutta Italia, finché una richiesta è arrivata addirittura dagli USA. Il secondo libro è arrivato qualche anno dopo. Per non rischiare di scrivere un sequel, ho cambiato ambientazione ma i temi che si sviluppano attraverso le vicende raccontate sono gli stessi: le donne, la maternità, la solidarietà femminile. Sullo sfondo, la storia contemporanea: nel primo libro la Shoah, nel secondo i movimenti neonazisti. Lo scorso anno a dicembre invece è iniziata l’avventura con Gabriele Biancardi da cui è nato Vite nel Kaos (Curcu Genovese). 

Gli ultimi sei anni sono stati poi caratterizzati dalla presidenza del Coordinamento Teatrale Trentino, che mi ha dato molte soddisfazioni.  

Cresce il numero di comuni che aderisce e le cose stavano andando molto bene prima dell’avvento della pandemia, la comunità della Valle dei Laghi ha chiesto di affidare a noi anche il teatro di Vezzano. Inoltre abbiamo iniziato ad occuparci anche di Ala Città di Velluto e del Natale nei palazzi barocchi. Poi l’anno scorso è arrivato il covid, abbiamo chiuso i teatri, ma abbiamo garantito gli stipendi anticipando la cassa integrazione. Come l’intero settore, cerchiamo di resistere. 

Forse la parola che fa la sintesi a tutto questo è cultura: che valore attribuisce a questa parola?

Grandissimo. Secondo me dovrà essere il leitmotiv della ripresa. Anche se cultura e istruzione non sono stati al centro degli obiettivi dei governi che stanno gestendo l’emergenza. Il mondo della cultura in quest’ultimo anno si è mosso molto bene: abbiamo sostenuto le azioni di prevenzione ma abbiamo cercato di dire che ci siamo anche noi. Sono fondamentalmente contraria al teatro in streaming e nonostante io comprenda l’urgenza del momento che detta proposte come quelle del ministro Franceschini sul “Netflix della cultura”, il teatro è un’altra cosa. Allo stesso tempo ho un’esperienza positiva da raccontare perché lo scorso anno, quando abbiamo chiuso le sale, era in corso la stagione nelle scuole. Il Comune di Ala ci ha chiesto esplicitamente di andare online: tutti eravamo titubanti, le stesse compagnie erano scettiche. Tra mille dubbi è però partito il progetto, che si è rivelato vincente e che ha coinvolto scuole dalle materne alle superiori: spettacoli in streaming, incontri di preparazione. Tutto grazie a gruppi di lavoro con pedagogisti, psicologi, insegnanti di ogni ordine e grado, oltre alla consulenza di Giovanna Palmieri sul teatro ragazzi. Il progetto è in dirittura d’arrivo e ne siamo molto soddisfatti. Un’esperienza certamente nata sull’onda dell’emergenza, ma che si è rivelata una carta vincente. 

Come crede possa ripartire il settore?

Sarà una scommessa e la grande domanda che ci si fa costantemente è: avrà voglia la gente di tornare in sala? La voglia di ripartire è grande, molti comuni hanno espresso il desiderio di avere attività all’aperto per l’estate. Siamo tutti in equilibrio tra la paura del contagio e il desiderio di condivisione, di stare insieme. Credo tutto dipenderà dal procedere della situazione sanitaria parallelamente alla campagna vaccinale. Il fatto di stare all’aperto è importante. Il vero banco di prova sarà però l’autunno, anche per l’uscita di nuovi prodotti che per ora, sia per il teatro che per il cinema, scarseggiano. Dal canto mio, il mio mandato è in scadenza e abbiamo dovuto rimandare le elezioni del nuovo cda proprio per la situazione pandemica. Dovremo riuscire a fare l’assemblea a breve: è ormai urgente prendere decisioni sulla programmazione estiva. 

Ad uno dei tanti eventi, seguiti dal Coordinamento Teatrale Trentino

E la scuola? Che fine sta facendo?

Sono in pensione solo da un anno e molte colleghe mi chiedono consigli, sento le difficoltà delle famiglie e il problema c’è sicuramente. Mi sono chiesta anche io come avrei potuto gestire questa situazione e so che sarebbe stata dura, ma ho una fiducia grande nella capacità di recupero dei ragazzi e per tutti noi è un modo per renderci conto del valore sociale della cultura. Ci mancano le presentazioni di libri, ci manca il teatro, ai ragazzi manca la scuola. Vederli in piazza a protestare per tornare a scuola è straordinario: non ci avrebbero mai pensato. E non importa se imparano le divisioni a due cifre in ritardo di sei mesi, questi ragazzi e queste ragazze hanno capito il valore dello stare insieme a scuola, il fatto di imparare tra loro e da loro.

Ha scritto diversi libri, l’ultimo di questi a 4 mani con Gabriele Biancardi. “Vite nel Kaos: storie, voci volti ai tavoli di un bar” di cosa parla?

È uscito a dicembre del 2019, con questo titolo quasi profetico. Ho conosciuto Gabriele Biancardi come scrittore attraverso un suo testo teatrale e quando l’ho letto gli ho detto che avrebbe potuto essere anche un bel racconto. Abbiamo iniziato così, immaginando di scrivere un libro di racconti: dieci o quindici racconti, ma poi ci siamo fatti prendere la mano e abbiamo cercato un filo che li unisse tutti. L’abbiamo trovato. 

Come è scrivere un libro a 4 mani?

All’inizio abbiamo avuto un po’ di difficoltà: abbiamo due stili molto diversi. Lui è l’uomo della radio, del teatro, del discorso diretto. Io sono una che indugia di più a “guardare le nuvole”. Abbiamo pensato che ci sarebbe stata una grande differenza tra le parti scritte dall’uno e dall’altra ma nelle poche presentazioni che siamo riusciti a fare prima del lockdown i commenti dicevano invece il contrario: ci siamo sentiti dire che non è chiaro chi ha scritto cosa.  Per il resto: grandi discussioni e un numero infinito di mail da gestire di notte, visti gli impegni di entrambi. È stata una bella esperienza, nella quale ho scoperto che scrivere un racconto è molto più difficile che scrivere un romanzo, dove per raccontare una vicenda ci sono 200 pagine. Nei racconti in poche pagine bisogna concentrare un’idea. Non è facile, ma è stata una bella sfida. Speriamo di poter presto riprendere le presentazioni. 

La voce della paura è invece il suo secondo libro, un thriller ambientato a Stoccolma: ha una passione per i paesi nordici. Cosa le piace di quelle terre? C’è qualche ispirazione letteraria? Qualche autore o autrice che le piace in particolare a cui si ispira? 

Mi ha sempre incuriosito l’Europa del Nord. Ho amato tanto Inghilterra e Irlanda, per esempio. Poi un anno si voleva andare in Norvegia, ma ho scoperto la Svezia: mi sono innamorata del paesaggio, dell’architettura, della presenza femminile nelle istituzioni, del loro sistema di welfare. Ci sono tornata più volte e ho iniziato a leggere gli autori svedesi e più leggevo e più mi veniva voglia di tornare lì e più tornavo lì, più mi veniva voglia di leggere letteratura di quella terra. Stoccolma per me è la città più bella d’Europa: si cammina attraverso una società più avanzata di quella a cui siamo abituati.

Insegnare matematica: cosa c’è di affascinante in questa materia? 

Ispirandomi alla Grecia Antica potrei dire che tutto è numero. La matematica non fa invenzioni, fa scoperte e per esempio spiegare a scuola la sequenza di Fibonacci e raccontare ai ragazzi e alle ragazze che quei numeri si ritrovano in natura, nei girasoli per esempio, li lascia affascinati. E il mio libro La bisettrice dell’anima vorrebbe dare l’idea proprio che la matematica non è solo formule astratte che studiamo a scuola, ma che è la realtà: tra le pagine, all’irrazionalità della guerra, contrappongo la razionalità dei numeri. La matematica può indicarci la strada. 

E ora cosa bolle in pentola?

Un nuovo romanzo: un’introspezione psicologica di una donna a cui ruota intorno un mondo un po’ strano…

Con il coautore di “Vite nel kaos”, Gabriele Biancardi. A destra, una presentazione

Domande fisse

Il libro che sta leggendo? Leggo 3 libri in contemporanea. In questo periodo: “Dare l’acqua ai fiori”, “Norwegian blues” e “Il lungo inverno”.
Il suo numero preferito? Non esiste.
Il suo colore preferito? Blu.
Il piatto che ama di più? Pasta al pesto.
Il film del cuore? “Pride“, “Green book“, o il classico dei classici: “La vita è meravigliosa“.
La squadra di calcio che tifa? Dico Inter, ma solo per riflesso incondizionato. Il calcio non mi entusiasma.
L’automobile preferita? Non distinguo le automobili, ma se avessi scelto io una Mini.
Il viaggio che non è ancora riuscita a fare? Quello per vedere l’aurora boreale, ma mi attira anche il Maine.
Ha animali domestici? Una gatta che si chiama Gatto.
Cantante, compositore o gruppo preferito? Francesco Guccini.
Se non avesse fatto quello che ha fatto, cosa avrebbe voluto fare? Imparare a suonare uno strumento musicale.
La cosa che le fa più paura? L’assenza di dialogo. 
Ha un sogno notturno ricorrente? Camminare su un ponte.

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Con Lidia Menapace (1924-2020)
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Pubblicato da Susanna Caldonazzi

Laureata in comunicazione e iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige dal 2008, inizia la sua esperienza professionale nella redazione di Radio Dolomiti. Collabora con quotidiani, agenzie di stampa, giornali on line, scrive per la televisione e si dedica all'attività di ufficio stampa e comunicazione in ambito culturale. Attualmente è responsabile comunicazione e ufficio stampa di Oriente Occidente, collabora come ufficio stampa con alcune compagnie, oltre a continuare l'attività di giornalista free lance scrivendo per lo più di di cultura e spettacolo. Di cultura si mangia, ma il vero amore è la pasticceria.

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