Nel mistero del “dopo”

A sinistra: Cornedo, capitello nei pressi della chiesa di San Vito

Recentemente ho sentito un’anziana signora di quasi cent’anni elencare le messe che aveva fatto dire dal prete della sua parrocchia: c’erano quelle per i parenti, quelle ad personam e quelle per le anime purganti. Erano anni che non sentivo pronunciare questi nomi, ormai caduti nell’oblio come tante altre e come molti gesti rituali della religiosità popolare. Soltanto l’arte popolare ha mantenuto nel tempo questa eterea presenza delle anime costrette, tristemente, sconsolatamente e angosciosamente, a errare per lande infuocate per “purgare” (da cui Purgatorio) i propri peccati. Infatti la loro rappresentazione iconografica le vede sporgere mezze nude dalle fiamme, con le mani unite nel segno della preghiera, come se ci volessero indicare che soltanto attraverso questa loro potrebbero liberarsi dalle catene del fuoco o almeno abbreviare la loro permanenza nel mare di fuoco. È una speranza viva, una richiesta pressante d’aiuto, nella consapevolezza che la preghiera rappresenta l’unica possibilità di intravedere la luce del Paradiso prima di aver scontato contabilmente la pena per i peccati commessi in vita. Come ricorda Sant’Agostino, «non uscirai di là, finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo»,ribadendo quanto aveva detto San Paolo: «Egli si salverà però come attraverso il fuoco».Sono immerse nella sofferenza, ma nello stesso tempo nella gioia. Anzi, se le loro sofferenze sono più dolorose di quanto sia possibile immaginare, la stessa cosa si può dire per la loro gioia. 

Non dimentichiamo mai che per i nostri padri, nonni e avi queste anime inquiete, incastrate a metà strada tra l’Inferno e il Paradiso, vagavano nelle case, nelle strade, nei boschi, nelle stalle. Ed erano presenze inquietanti, gradevoli nel momento del ricordo, spiacevoli nella quotidianità. Forse per questo quando moriva una persona si apriva subito la finestra affinché l’anima volasse via ma era poi repentina la sua chiusura per impedirne il rientro in casa. 

Tutto questo ben lo sapevano soprattutto i napoletani che avevano cercato di relegare queste anime purganti anonime, morte nei secoli passati di peste e colera – chiamate Anime Pezzentelle, ovvero povere – nel tufaceo cimitero delle Fontanelle allestito nelle enormi grotte del rione Sanità. È un culto tutto mediterraneo ancor oggi vivo nonostante i passati divieti della curia locale: i teschi (capuzzelle) lucidati periodicamente non vengono lasciati soli ma sono circondati e allietati da una miriade di piccoli doni, dalle sigarette ai santini alle monete, ovvero tutto quello che può servire ad una persona per sopravvivere nell’aldilà. Requie, repuoso, refrisc e cunzuol e anime sante, anime purganti, io son sola e vuje site tante: così recitano le preghiere dedicate all’antico e nobilissimo culto delle anime pezzentelle.

Canazei: “Pregate per le anime inquiete”

Nei nostri paesi la raffigurazione di queste anime non era delegata solo alla chiesa, solitamente all’entrata, nell’atrio o nel pronao. Molte tavole dipinte si ritrovano sotto i Crocifissi, nei vani dei capitelli, nella facciate interne delle ancone. È una distribuzione territoriale capillare – ancor oggi presente in Alto Adige – fatta con cognizione di causa per cercare di controllare i loro vagabondaggi. Non a caso le tavole dipinte sono poste sempre in luoghi liminari, tra il sacro e il profano, tra il coltivato e abitato e il selvaggio e incolto: all’entrata della chiesa, del paese, del maso o lungo le Totenweg, le vie dei morti, lì dove un tempo il morto transitava proveniente dal maso e diretto alla chiesa/camposanto. La maggior parte delle volte troviamo opere con presenti soltanto le anime circondate dalle fiamme, altre volte, più raramente da noi, assieme a San Lorenzo, che è protettore delle Anime del Purgatorio, o a San Nicola da Tolentino, San Giuseppe o Gesù Bambino: questi ultimi intercedono per le Anime oranti. In altre immagini c’è la Madonna con in braccio Gesù bambino mentre volge lo sguardo verso le anime degli afflitti cercando di dar loro conforto e sollievo.

L’espansione delle immagini delle anime purganti si ha a partire dal Concilio di Trento e poi con le istanze barocche che mirano a coinvolgere lo spettatore con una scenografica e teatrale macchina figurativa. La Chiesa Tridentina pone al centro delle pratiche di devozione e di carità il memento mori, per cui la buona vita altro non è che il preambolo alla buona morte. Le anime purganti sono la testimonianza degli errori, degli sbagli, delle deviazioni da una vita retta – ovviamente peccati non gravi: per quelli si aprono le porte dell’Inferno –, all’interno però di una percezione dell’aldilà connessa con una nuova mentalità penitenziale. La solidarietà dei vivi non si esprime solo con il denaro dei fedeli, raccolto in una cassa particolare, l’opera del Purgatorio, ma progressivamente fra il XV e il XIX secolo si manifesta soprattutto mediante l’immagine, che ha l’effetto di diffondere rapidamente la devozione per le anime purganti. Le chiese si riempivano così di ex-voto, che testimoniavano la credenza in una mutua assistenza fra i vivi e i morti. Questi sono ora strettamente collegati e i risultati di un’azione compiuta da una persona potevano valere anche in favore di un’altra. È la cosiddetta legge della colleganza, e tramite l’operatio boni coloro che sono ancora in vita possono influire sui parenti defunti alleviando le loro pene, accorciando il loro temporaneo “soggiorno” nel regno ultramondano intermedio.

Il clima post-tridentino si accentua, l’immagine del Purgatorio si incupisce e le messe di suffragio sono ormai la principale preoccupazione di chiunque si appresti a stilare un testamento, tanto che le messe in questione da annuali divengono settimanali, quasi a mirare ad una “messa perpetua” che porti sollievo alle tante anime del Purgatorio. Le donazioni non erano poca cosa, basti pensare che arrivarono a somme tanto ingenti da consentire di costruire o restaurare chiese.

Questa per le anime purganti era una fede sul filo del rasoio, dove la superstizione era sempre dietro l’angolo. Il 5 marzo 1970 il cardinale Ursi pubblica una lettera pastorale dove si dichiara che «la degenerazione dei Pii Esercizi in forme devozionali contaminate da elementi magici e superstiziosi nasce non soltanto da ancestrali tendenze mitiche, ma anche e soprattutto dalla diseducazione derivante da insufficiente catechesi e dalla strumentalizzazione, anche a fini economici o proselitistici delle devozioni popolari».

Fortunatamente la cultura religiosa popolare ha continuato a pregare, accarezzare i teschi, pagare le messe, recitare rosari e compiere atti alfine di aiutare i parenti avvolti dalle fiamme.

Napoli, cimitero delle Fontanelle, il rito delle anime pezzentelle

La salvezza delle anime e di chi è rimasto in vita

Il tramite privilegiato fra anima dell’aldilà e fedele è il sogno. È infatti durante una visione onirica che spesso l’anima si rivela rivelando il dolore del fuoco e invocando la preghiera o la messa che possa lenire gli spasmi del fuoco perenne. Allora si corre in chiesa ad accendere un cero, a pregare e a far dire la messa, e il non farlo causa rimorsi di coscienza e può incidere negativamente sull’ultimo giudizio nel momento della propria fine. Nei paesi di montagna era opinione diffusa che il primo di novembre, al suono delle campane, le anime uscissero dal Purgatorio: una vecchia tradizione suggeriva che fossero il suono delle campane benedette e la recita dei rosari dei fedeli a far emergere le anime dalle tombe. In molti paesi ladini le povere anime, dette les püres animes, erano ritenute gli spiriti delle persone che dopo la morte dovevano scontare le pene e purificarsi. Si diceva anche che quella sera le anime del Purgatorio potevano uscire e unirsi ai vivi. Era pertanto tradizione pregare per permetter loro di andarsene dalle tombe e raggiungere il Paradiso. Veniva quindi recitato alla sera un rosario delle anime. I bambini erano invitati a pregare “bene” per facilitare l’ascensione nell’alto dei cieli: se non pregavano in modo corretto venivano sgridati perché le anime sarebbero rimaste a vagare sulla terra. E ciò non doveva accadere.

La sera di Ognissanti era tradizione lasciare i resti della cena sulla tavola apparecchiata perché sarebbero arrivate le anime purganti a sfamarsi. Da piccoli tutti ci si credeva, nessuno metteva in discussione questo rito e si andava a dormire con il terrore che queste anime, magari sbagliando stanza, sarebbero entrate in camera. Moltissime testimonianze ricordano di come si dovevano lasciare le forchette ai bordi del piatto in numero pari a quello dei cari estinti che la famiglia voleva ricordare. E se la famiglia non aveva predisposto il piatto per loro si sentivano le povere anime che si lamentavano e piangevano perché non potevano cenare.

Il giorno successivo, ancor oggi in molti paesi sudtirolesi e ladini, alla seconda messa mattutina si suona nuovamente la campana perché la tradizione vuole che in quel momento le anime che ancora devono scontare la pena rientrino in Purgatorio. A La Villa, in val Badia, le campane venivano suonate a lungo a mezzogiorno perché era all’una che le anime dovevano tornare in Purgatorio.

Napoli, cimitero delle Fontanelle. Il culto dell’anima abbandonata detta Capuzzella
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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com