Nemmeno li conosceva, ma già cantava i nostri incubi

1962. Bob Dylan e Suze Rotolo (ph. Joe Alper)

“A hard rain is gonna fall”, una dura pioggia sta per cadere: così cantava Bob Dylan nel 1962. Si sa che il mondo, con la crisi dei missili sovietici a Cuba, toccò in quell’anno il più alto livello di rischio di una vera guerra atomica. Dylan forse ancora non lo sapeva, e in effetti quell’impressionante pezzo, un capolavoro di poesia messa in musica, non si riferiva alle bombe e nemmeno al fall out nucleare o consimili previsioni catastrofiche. Dylan parlava del genere umano. Ma un profeta è profetico proprio perché, senza sapere niente più degli altri, avverte quale via sta prendendo il tempo. Lo sente, come un gatto avverte prima i terremoti. Non per magia ma perché quel qualcosa che ha preso a muoversi impercettibilmente tocca chi ha vibrisse abbastanza sensibili. Andando avanti così, aveva percepito Dylan, il cielo ci cadrà sulla testa.

Non sapeva che le armi nucleari avrebbero minacciato il mondo per decenni, non immaginava l’equilibrio del terrore; vedeva però monti nebbiosi, strade tortuose, bocche di cimiteri spalancate, dove si perdeva il suo ragazzo dagli occhi azzurri. Non sapeva che la plastica e l’inquinamento radioattivo avvelenavano terre e mari e pesci e animali, e le piogge acide i boschi; vedeva foreste tristi nel futuro e oceani morti e acqua contaminata da scorie velenose. Non sapeva della povertà sempre più estrema dei molti e dell’assurda ricchezza siderale e inutile dei pochi, dentro a un mondo sempre più pompato di oggetti inutili e danaro; ma nei suoi incubi un ghigno derideva chi moriva di fame, e c’erano le mani vuote di tanta tanta gente. Né delle autostrade informatiche, sapeva; però immaginava highway di diamanti e le vedeva deserte. E un mondo nuovo come un neonato tra i lupi selvaggi, rami grondanti sangue, pistole e spade affilate in mano a bambini; questo vedeva, Dylan, nel 1962.

Non sapeva del riscaldamento globale, nè della grandine grossa come palloni che spaccava i vetri e le teste, o delle bombe d’acqua che trasformavano le città in fiumi e marcivano i raccolti; né dell’effetto serra, o dei 50 gradi in Canada e dei 30 gradi in Siberia e in Groenlandia, capaci di sciogliere il permafrost e il ghiaccio ai poli e far salire il livello dei mari fino a sommergere le megalopoli costiere; né che la Corrente del Golfo rischiava di fermarsi, posando un’immensa pietra tombale di ghiacci sopra l’intera Europa, Dylan sapeva, e che tutto ciò avrebbe costretto centinaia di milioni di persone a spostarsi e a disputarsi ogni spazio vitale. E che questo avrebbe potuto causare una folle apocalittica guerra civile planetaria.

Non poteva sapere, Dylan, quali sarebbero stati i nostri incubi ora, 60 anni dopo. Eppure sentiva il tuono che ruggiva un avvertimento, vedeva l’onda che andava sommergendo il mondo; mentre migliaia di voci bisbigliavano, e nessuna ascoltava. Sentiva che era tempo di conoscere le cose a fondo, e di cominciare a dirle forte e chiaro che il colore del futuro sarà il nero e il numero lo zero, senza smettere, senza rinunciare. Senza più tacere.

Perché che una pioggia dura, molto dura, avrebbe presto cominciato a cadere. E avrebbe voluto andarsene prima che iniziasse a piovere così, ma non c’era un posto per scappare e la scala era già coperta dall’acqua. Così pensava di seguire il canto d’un poeta diretto verso la morte, come tutti, e di camminare sull’oceano fino al momento di affondare. Con la sola speranza nelle mani di un arcobaleno affidatogli da una piccola bambina. Perché un bardo quello che non sa lo sa cantare.

Il Sesto Rapporto di Valutazione del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici dell’agosto 2021 di speranze ce ne lascia meno. 

Ma non taceremo.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.

Media Alpi pubblicità s.r.l. Via delle Missioni Africane, 17 - 38121 Trento - Tel. 0461.934494

TrentinoMese: Iscrizione al ROC n° 11308. Registrazione Tribunale di Trento n. 536, 21 dicembre 1991

Sito web realizzato da Mobydick Scritture  - info@mobydick.tn.it © 2020-2021 Mobydick Scritture