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Ogni colore è una regione dell’animo umano

In canottiera e salopette, con le bretelle penzolanti, sporca di tempera, se ne stava sopra ad un pavimento tutto schizzato che assomigliava ad un dipinto di Pollock, come le sue ciabatte ricoperte di macchiette. Aveva messo sul piatto del giradischi la musica: la canzone When you’re smiling di Billie Holiday in cui Lester Young si diletta in un assolo mozzafiato e il mondo sorride, che lo vediate o meno, davvero sorride. La testa inclinata, lo sguardo come un coltello che squarcia la tela. Era troppo che non usciva, troppo che stava sola. La casa sembrava trasformata da nido a prigione, aveva dovuto ripensarla, come molti altri in questo momento storico. La sua nuova routine si muoveva tra locali, porte e finestre, disegnando una pianta del tutto diversa. Molto era cambiato ma non quella stanza: quella camera di decompressione, il suo rifugio intoccabile dove trovava asilo e ristoro.

Nello spazio intorno le pareti piene di tutto, i tavoloni coperti di tele vecchie e nuove, i cavalletti, le maschere per la verniciatura, la scala con l’ultimo gradino coperto di giornali, gli stracci abbandonati qua e là insieme ai contenitori per l’acqua, i bidoni. Gli scaffali ospitanti cose belle e strane: bottigliette e ciotole sbeccate, scodelline e barattoli, tubetti schiacciati, vasi con i pennelli dalle punte finissime come gli spilli o tondi, morbidi o duri, le pennellesse larghe come mani, le spatole, le boccette con gli ori in polvere, l’olio di lino e quelle con gli albumi. 

In quel luogo dove si sentiva al sicuro, le sembrava di essere fortunata a poter ancora sentire, respirare una miriade di odori: quello naturale delle tele, del loro vissuto e delle loro esposizioni, l’odore dolciastro delle tempere e degli acquerelli che si confonde con quello dell’olio di lino, quello aspro dell’acqua ragia, della trementina. 

Poteva rimanere anche mezz’ora imbambolata davanti alla tela, senza fare nulla, la testa di sbieco e gli occhi colmi di carica emotiva. Poi, una volta cominciato, avrebbe potuto continuare anche per tutto il giorno, dimenticandosi il tempo, la realtà, tutto e tutti. A quel punto non stava ferma un secondo, in un tremolio che bruciava energia, riduceva gli spazi all’interno della stanza, creava movimento e tensione. 

La parte di tela vuota, la parte bianca, la respingeva, ricordandole che quello che stava guardando non era lei ma il suo quadro nella parte dipinta, l’azione, la sua. Ed esso sì, era libero di esprimersi, di avvicinarsi, di uscire fuori. Il quadro sì, poteva abbattere le distanze.

Ed ecco il gesto: uno, due, tre… otto, nove, dieci pennellate. E poi il quadro pronto per un altro colore che chissà quando avrebbe aggiunto.

Nel frattempo, testava sul suo quaderno i colori dai nomi strani e letterari, come il bruno Van Dyck, il blu di prussia o il porpora cardinale, riempiendo pagine di studi, di chiazze, sfumature, di esperimenti. Il colore porta con sé un sacco di memorie, un solo colore può raccontare mondi e stati d’animo diversi. Ogni colore è un mondo, una regione dell’animo umano.

E il giallo, il rosso e l’arancione smettevano così di essere solo luci come di un semaforo, flash che mettevano in chiaro la situazione del paese e della propria libertà di movimento all’esterno. Tornavano ad essere primordiali energie: forza di costruzione e distruzione, durezza e morbidezza, ricordi e passioni, sfumature e gradazioni. 

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Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.

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