Perché ci fa paura l’Odissea al contrario del “disperso”

Migranti al confine tra Bielorussia e Polonia (ph. www.agi.it)

“Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar (…) ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”.

Di questa poesia inizio 800 ricordavo il mare greco e il richiamo al viaggio omerico. Dimenticavo l’ultima terzina:

“Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.”

A me, che il Foscolo se ne fosse dovuto andare via dalla sua isoletta, poco importava. Erano lamentazioni di cose che nella vita capitano. C’entrava poco “il fato”, mi pareva; lo aveva fatto consapevolmente. C’era però un che di differente, tanto che chiamava “diverso” l’esilio di Odisseo: non provò mai né a tornare a casa né a trovare un’altra patria.

Come in un’Odissea all’incontrario, peregrinò lungo ogni contrada senza una meta che non fosse andarsene; dalla Repubblica di Venezia (Zacinto) alla Lombardia, dalla Svizzera a Londra; ovunque, tranne che a casa sua.

Da giovane studente, queste lamentele del Foscolo mi erano parse musicalmente molto belle, ma ingiustificate.

Mi era rimasta impressa piuttosto la nobiltà di Ulisse, che alla fine alla sua isoletta era tornato. Oppure Enea, scappato da Troia mentre la città veniva devastata, con il vecchio padre sulle spalle e il figlioletto per la mano, ma per fondare Roma.

Foscolo, dove andava? E perché? Non era un esule per nobili motivi, non era un esploratore, né un migrante.

Era un disperso. Così. Senza un perché riconoscibile. Quindi, in fin dei conti, di poco valore; se non quello di essere il cantore dei dispersi.

L’impressione era che venisse dal nulla e verso il nulla camminasse. Ciò probabilmente lo rende specchio di questo incomprensibile inizio del secolo XXI, che anno dopo anno si fa sempre più buio.

In Italia siamo in viaggio, da sempre. Civilizzatori prima e navigatori poi, briganti talvolta, più spesso emigranti. 

Abbiamo fatto del male, negli ultimi duemila anni, ma anche del bene a questo mondo. Lo conosciamo. Ma lo comprendiamo sempre meno. Siamo tra gli ultimi in Europa per consenso popolare all’accoglienza della immigrazione. E se non siamo tra i 12 Paesi sui 27 dell’UE che hanno chiesto recentemente fondi all’Europa per erigere muri alle frontiere, è solo perché sarebbe ridicolo, con i nostri 7000 chilometri di coste. Noi il muro ce l’abbiamo in testa. Lo vediamo meno, perché il mare inghiotte i morti e li nasconde. 

In Europa non è tanto diverso. L’immigrazione ha ormai decenni. Quasi il 10 per cento di nati fuori dalla UE su 450 milioni di Europei (fonti ufficiali). Tutti giovani: ci son serviti, per quanto poveri (o forse proprio in quanto poveri). Non ci hanno saccheggiato. Non ci hanno rubato niente. Anzi, ci servono ancora. E allora? Cos’è che ci spaventa, ora? Perché è così forte tra la gente l’impressione che non solo l’Italia, ma tutta l’Europa sia circondata da troppa altra gente che preme alle frontiere?

Tanto che, a parte le parole di circostanza, sostanzialmente non ci interessa nulla né delle “concertine” (quei reticolati taglienti usati sulle frontiere Est), né delle sorti di questo o quel gruppo di migranti che, qui o là, viene brutalizzato in terra o muore in mare. Paura del terrorismo? Scontro di civiltà? Non direi.

È che non sappiamo più chi sono, da dove vengono o dove vanno. È questa apparente mancanza di uno scopo, di una meta, questo muoversi come formiche impazzite che ci fa un po’ paura, ma che soprattutto ci fa sempre meno pena. Ci sembrano dei dispersi. E ai nostri occhi, per questo, valgono molto poco. Accettiamo qualsiasi misura.

Beh, questo è un pericolo gravissimo, non solo per i migranti, ma per i nostri valori fondanti.

Occorre riportare la dignità dell’uomo al centro.

Non è lo scontro tra i buoni che accolgono e i cattivi che respingono. Come per tante altre cose che sono in cammino, dobbiamo inventare un futuro accettabile.

Che non sarà un sogno.

Ma che almeno non diventi un incubo.

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Pubblicato da Stefano Pantezzi

È nato a Rovereto nel 1956 e cresciuto a Trento, vive a Pergine Valsugana. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, è avvocato da una vita. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Come una nave d’acqua” (2018) e alcuni racconti in antologie locali. “Siamo inciampati nel vento” (Edizioni del Faro) è il suo primo romanzo.